Franco Cimino: "Il primo giorno di Mario Draghi in Parlamento. Cosa c'è di nuovo e cosa c'è di vecchio"

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Franco Cimino
  18 febbraio 2021 08:12

di FRANCO CIMINO

“Ringrazio il presidente della Repubblica...” applausi. “Ringrazio le forze politiche...” applausi. “Ringrazio il presidente Conte...” pochi applausi e qualche buhhh di contestazione, alle primissime parole. Poi, silenzio assoluto a completamento della frase...” che ha svolto un buon lavoro in una delle fasi più difficili della storia recente.” È questa la prima delle poche cose che mi hanno colpito del primo discorso al Parlamento del nuovo presidente del Consiglio. Trovo in questi due minuti una parte, sia pur piccola, del dramma che vive la politica italiana. Essa mostra con evidenza la contraddizione che rende fragile o non sincera l’unità che si vorrebbe avesse raggiunto l’attuale difficile fase in cui si trova l’Italia per volontà, lo ripeto, delle stesse forze politiche che oggi si presentano quali coraggiose responsabilità al servizio del Paese che rovinerebbe senza. Quei buuh, verso Giuseppe Conte, un uomo che comunque ha svolto un degno servizio alla comunità nazionale , denotano una grave mancanza di rispetto verso le persone e le istituzioni. Atto, questo, esattamente contrario alla politica, intesa anche quale custode di valori e sentimenti che hanno la stessa valenza delle idee e dei programmi. Il mancato applauso finale, in luogo di uno prolungato con metà assemblea in piedi, come l’ex presidente avrebbe meritato in verità, appare ancora più grave.

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Mostra apertamente quel vizio, tutto italiano, della rapida dimenticanza di opere e persone, che fa il paio con l’eguale velocità impiegata per il salto sul carro del vincitore. Tanti osservatori-tutti quelli iscritti da subito al fan club super Mario, cioè quasi tutti-hanno sottolineato, invece, due altri aspetti prima di celebrare i contenuti di un discorso considerato storico. Sono, l’emozione dell’uomo e i cinquanta minuti del tempo impiegato per leggerlo, il discorso, quasi che si trattasse di un robot o di una moneta di metallo priva di qualsivoglia sensibilità o temperatura. Ovvero, di un pragmatico freddo e cinico tecnocrate che parla pochissimo non solo per capacità di sintesi, ma perché non avrebbe tempo da perdere con chi non ha quella di capire. Detto questo, a mio avviso cinquanta minuti sono davvero molto pochi per l’esposizione di linee programmatiche che hanno proiettato le scelte di governo fino al duemilatrenta, con breve sosta al duemilaventicinque, quando dovrebbe essere stato completato il piano del finanziamento dei Recovery. Il neo presidente vi è riuscito perché ha evitato di far precedere le proposte dalle necessarie analisi culturali e socio-economiche, che la Politica esige e le grandi visioni che la illuminano pure. Vi è riuscito con maggiore facilità perché, avendo in premessa dichiarato che il suo “governo non è la conseguenza del fallimento della politica”, di fatto ha escluso ogni possibilità di analizzare, invece, i motivi profondi e lontani che stanno alla base di una crisi politica di così grandi proporzioni. Una crisi che sempre più si sta rivelando come morale e, se lasciata ancora continuare, anche democratica sarà.

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Anticipo la prevedibile duplice obiezione e ne rispondo qui. La prima: Draghi non avrebbe potuto indugiare su quei temi perché non è un politico. Se non è falso, ciò è sbagliato. Primo, perché, dalla presidenza della BCE in poi egli, in buona sostanza, ha sempre svolto una funzione politica, della quale ha dovuto applicare la maggior parte degli strumenti concettuali e i metodi per rispondere alle diverse esigenze dei singoli stati, alla rigidezza dei mercati, alle conflittualità all’interno delle istituzioni europee, tra tutte queste spinte mediando. Secondo, perché avendo costruito, su una difficile “ trattativa” con i partiti, un governo in tutte le sue componenti( anche quelle sedicenti tecniche) politico, di fatto egli, al di là del mandato presidenziale ricevuto, è diventato un leader politico. Che sappia in futuro svolgere pienamente questo ruolo o no, dipenderà non solo dalle sue autentiche qualità politiche, tutte da verificare, ma anche dal possibile “ desiderio” di voler continuare la leadership di governo acquisita oltre quella scadenza del Quirinale, alla quale sembrava interessato e che, per la situazione determinatasi, io credo dovrà saltare. Per il resto, il discorso di Draghi mi sembra si sia mosso sui binari di una vecchia normalità, ovvero su quell’autentica novità rappresentata negli ultimi anni da Giuseppe Conte, il presidente già dimenticato e del cui valore autentico “ politico” si tornerà a parlare presto. E noi lo faremo. I temi e i propositi sono sempre quelli del secondo Conte: le politiche del lavoro per i giovani e le donne e i loro spazi nella politica e nelle istituzioni; la scuola e i sistemi formativi, Università compresa, che da una parte sappiano coniugare sapere scientifico e cultura umanistica( tema sempre presente in più di mille anni di discussione sulla formazione dei giovani e l’ammodernamento delle società) e preparazione specifica ai nuovi lavori; la povertà crescente e i nuovi poveri provenienti dalle fasce medie della società e le file lunghissime davanti alle mense della Caritas; il terzo settore e un nuovo sistema sanitario di base; l’Alleanza Atlantica e la ferma adesione ai principi europei nella riaffermazione del valore insostituibile dell’euro; l’Europa come superamento dei nazionalismi e il suo rapporto con la globalizzazione; lo sguardo costante ai Balcani, la centralità del Mediterraneo e l’apertura ai paesi dell’Africa, l’attenzione al Medio Oriente, il rafforzamento dei rapporti con Francia e Germania, una rinnovata attenzione a Spagna, Malta, Cipro, Grecia e il miglioramento dei rapporti tra l’Europa e la Turchia, infine l’amicizia con gli USA.

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'C’è già tutto qui, almeno per quanto riguarda la politica estera. Ma non basta, c’è di più: l’inquinamento e il castigo della natura violentata inflitto all’uomo ingeneroso ed egoista, e il turismo che avrà un futuro “ se noi impareremo a rispettare l’ambiente e a conservare e preservare le città d’arte”; le tasse e un nuovo intervento complessivo ed unitario sulle stesse; il prossimo G 20 che deve vedere un nuovo protagonismo solidaristico della Gran Bretagna e, per non finire, le due grandi questioni che, generando una loro autonoma emergenza, hanno di fatto dato vita al nuovo governo, la pandemia e l’impiego dei Recovery Fund. Su queste due grandi questioni anche Draghi altro non ha potuto dire che ciò che il Covid( necessità di vaccinazione della popolazione e distanziamento sociale) e l’Europa dettano( economia verde, digitalizzazione e transizione ecologica, banda larga e reti di comunicazione 5G, ammodernamento dei sistemi scolastici e sanitari). Se dovessimo per forza cercare le novità nel discorso odierno, potremmo trovarne soltanto due, anche se non di poco conto in verità. La prima riguarda la volontà di finanziare solo le imprese che all’inizio dell’emergenza economica erano in attivo e quelle che possono avere un futuro certo nella nuova economia. La seconda, favorire l’intervento dei privati negli investimenti pubblici. Sono due punti programmatici, questi, che possono produrre due opposte classificazioni della leadership di Draghi, quella del liberal socialista, come ama descriversi lui stesso, o quella del freddo tecnocrate che guarda indifferentemente all’utile economico e ai rigorosi equilibri economico-finanziari.

Dell’intervento del suo predecessore mancavano incredibilmente due temi assai sensibili: la questione immigrati e quella della infestante criminalità organizzata e delle mafie. Distrazione? Scelta voluta? Sottovalutazione? Per fortuna nella replica che è sembrata più incisiva, sicuramente rispetto a un dibattito molto modesto e “ recitato”, questi argomenti sono stati recuperati, anche se piuttosto rapidamente trattati. E, allora, nulla di nuovo sotto il sole d’Italia? Draghi come Conte? Addirittura ne sarebbe il clone? No, assolutamente no. Mario Draghi è molto più forte. La sua forza è data dalla storia e dall’autorevolezza personale( ingigantita, però, dal confronto con la mediocrità di gran parte dell’attuale classe dirigente), dalla debolezza e divisione della politica e dalla paura che questa ha del voto, oltre che dalla necessità unanime di scaricare sulle spalle del Presidente “ dominatore” il carico oneroso delle più urgenti riforme “ lacrime e sangue”, che l’Europa ci costringerà a fare. Il timore, pertanto, è che, man mano che si avvicineranno le elezioni, il grande abbraccio della responsabilità nazionale scioglierà le mani per un duro boxare dietro le quinte e le fatiche dell’uomo chiamato a salvare il Paese. I primi banchi di prova li avremo presto.

Quello più importante, tra un anno esatto, quando il Parlamento sarà chiamato ad eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Poche volte, o forse mai, anni di piombo compresi, la chiamata al Quirinale è stata così importante. Vedremo quanto conterà il senso dello Stato tanto oggi propagandato.

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