Franco Cimino: "Oggi Crotone si chiama Calabria"

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Franco Cimino
  21 novembre 2020 22:22

di FRANCO CIMINO

Anche Crotone è la mia Città. Lo è per i natali che conservo gelosamente. Lo è perché ogni città, paese e borgo, della Calabria è il mio luogo, il mio borgo, il mio paese. Ho una idea della vita. L’ho sempre coltivata e tentato di trasmettere alle persone che amo. Ai giovani cui ho insegnato, specialmente. È questa: la mia terra è il mio albero, tutt’intorno è il mio campo, ciò che si perde alla vista è la mia Nazione. La terra e il mare che si trovano al di fuori sono soltanto la terra e il mare più grandi che le altre realtà contiene. E senza interruzione di continuità. I calabresi sono la mia gente, gli italiani, il mio popolo, gli europei la memoria di ciò che siamo e la promessa di quel dobbiamo essere. Tutto il resto che abita il pianeta è l’umanità cui appartengo.

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Crotone, quindi, è la mia città come lo è di tutti i calabresi, che vorrei la considerassero propria. Vederla colpita così duramente da un normalissimo temporale addolora profondamente e tutto ci rimanda alle nostre responsabilità dinnanzi ad essa. Le immagini che la rete e le televisioni ci trasmettono davvero sgomentano e addolorano. Quelle voragini nelle strade del centro e l’acqua che raggiunge il primo piano dei palazzi, mentre decine di automobili vengono trascinate come fossero giocattoli sfuggiti dalle mani dei bambini, rappresentano uno scenario apocalittico. E la famigerata statale 106, davanti ai suoi tre ingressi, divenuta per qualche chilometro un fiume navigabile solo con i gommoni, gli stessi che stanno servendo per salvare intere famiglie nelle “ più periferiche” periferie, fanno da contorno a un dramma indicibile. Per fortuna non ci sono vittime, né danni alle persone, solo alle cose e all’economia. Pioverà ancora, dicono le previsioni del tempo. Di sicuro, tutta la notte. Forse, anche per tutta la giornata di domani. Speriamo e preghiamo che in tutto il crotonese la pioggia sia più clemente di quegli uomini che fanno finta che non ci sia. Che non arrivi. E che qui non faccia male. Ché la memoria debole e corta aiuta sempre i calabresi a dimenticare in fretta le tragedie vissute.

Negli occhi, in contemporanea alle immagini di oggi, si susseguono quelle del 1996. Sembrano un reportage televisivo dall’inferno. Quel giorno era il 14 ottobre, e il cielo si ruppe a pioggia. Fu incessante e intensa, un mare caduto dal cielo capovolto. Dalle sette e trenta del mattino fino alle ventuno e quarantacinque, l’acqua si trasformò in lacrime, fino a quando tutto l’uragano del mondo cessò. La pioggia di quel giorno si aggiunse a quella pur non aggressiva della settimana precedente, che, lasciata indisturbata, formò fiumi e laghi che coprirono gran parte della patria di Pitagora. Dalla parte antica a quella industriale, che poi sono la stessa cosa considerato che la grande Kroton non sia mai stata fatta emergere dal cemento, catrame ferro, che l’ha seppellita, è stato mare aperto. I danni furono incalcolabili. Sei vite umane perdute, due corpi mai ritrovati, le strade interne e quelle di prossimo collegamento e tutti i ponti completamente distrutti, centinaia di siti artigiani e industriali demoliti, l’agricoltura intensiva completamente cancellata, circa quattrocento imprese duramente colpite. Si calcolarono danni per oltre cento miliardi di lire.

Dal Governo alla Regione arrivarono le solite promesse. Tutto e di più sarebbe stato elargito. I crotonesi, col coraggio del loro antico ottimismo, chiuso il dolore nelle tasche del cuore, pensarono che forse da un male sarebbe potuto nascere un bene. E chissà che non si potesse usare questo dramma non solo per una ricostruzione decente, ma anche per realizzare finalmente un moderno piano di sviluppo che restituisse la capitale della Magna Graecia alle sue antiche ambizioni, al prestigio e alla ricchezza che le spetta. E dopo? Soldi pochi, inganni tanti. Progetti pochi, fallimenti molti. Nessun grande progetto per la grande Crotone. Quelle voragini stradali restarono il vuoto della politica, al cui allargamento concorse una classe dirigente inadeguata sulle cui divisioni profonde pensò di costruire le fortune politiche personali di piccoli gruppi e di altrettanti, tranne alcuni solitari, piccoli capi. Nel vuoto della politica e del potere democratico, come ben si sa, e nell’acqua piovana al suo interno, nuotano gruppi di potere di diversa crinimalità, non solo ‘ndranghetista, e quelli in doppiopetto della speculazione. La bella società dell’antica valenza morale e culturale intimidita è restata, e resta, sempre, qui e altrove, divisa e smarrita, fuori dai processi decisionali.

Quel che è accaduto oggi forse è la conseguenza di quanto non è stato fatto in questi ventiquattro anni. Tutto ciò detto è la sintesi dell’antico dramma della Calabria, la bellissima terra che frana sulla spinta dei suoi fiumi senza pareti, che tracimano su tutta la bellezza che incontrano, distruggendola. Crotone è l’emblema di questa Calabria che rischia di annegare, in tutti sensi. Anche per questo motivo, Crotone è di tutti. E dobbiamo difenderla. La sua salvezza e il suo rilancio, contribuiranno alla salvezza e al rilancio di tutta la Regione. Crotone, come Lamezia Terme e Gioia Tauro, per le due pianure, è posta al centro di un territorio che, arrivando fino a Sibari, è fondamentale per qualunque strategia di sviluppo unitario. Aiutiamola adesso con tutte le nostre forze e poi inseriamola in una nuova Calabria, quella che presto potrà essere progettata da una nuova classe dirigente bella e intelligente. Bella, sì! E operosa. Disinteressata. Che ami i calabresi, creda nella Politica, abbia senso delle istituzioni, intendendole anche quali strumenti della democrazia e delle decisioni democratiche. Una nuova classe dirigente, che alla moralità aggiunga competenza, conoscenza del territorio e occhi. Gli occhi propri incollati sulla Bellezza.

Viva Crotone. Che oggi si chiama Calabria.