Franco Cimino: "Ti chiedo scusa, Jole"

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Franco Cimino
  15 ottobre 2020 12:05

di FRANCO CIMINO

Questa volta mi devo ricredere. Non è vero che la morte ci fa belli. E non ci fa buoni, come ho sempre pensato. No, questa volta no. La morte di Jole Santelli fa tutti brutti. Questa morte, così rapida e inattesa, fa brutta e cattiva la morte stessa. In questo momento la confusione è tanta, per cui la fede e la stessa ragione non trovano spazio nell’uragano delle nostre emotività. Quelle di tutti, a prescindere dal credo religioso, dalla laicità, e dai diversificati sentimenti che rapportavano ciascun calabrese alla Presidente della Regione. Questa morte è brutta, e non solo per il quadro complessivo nel quale essa si è violentemente imposta e per il pesante carico di incertezze politiche e sociali che alimenta attorno a sè. È brutta, perché sottrae alla vita una giovane donna, che dietro gli apparenti successi personali e politici, ha nascosto nel silenzio drammi profondi e una solitudine ancora più profonda, per nulla alleviata dalla enorme popolarità acquisita e dall’immensa folla di “clientes”, questuanti del potere, infedeli e falsi amici che l’hanno circondata vieppiù in questi ultimi dieci mesi. È brutta perché coglie una donna che ha lottato per vincere quel brutto male, forse riuscendovi, nella fase in cui lei pensava di poter riprendere a vivere e a sognare. Magari, quei sogni interrotti di bambina, di giovane, di donna, ancora, di certo, strettamente legata a quel suo essere bambina e a quel suo essere giovane. Questa morte fa brutti coloro i quali, in buona fede sicuramente, l’hanno gettata nella mischia di una battaglia cruenta, nella quale sarebbe stata necessaria una forza da maciste, un coraggio da leoni e un esercito di leali combattenti, che questa donna non ha avuto e non avrebbe mai potuto avere, qui, nella terra, la nostra, delle mille invidie, dei quattromila campanili, del milione di egoismi, delle antiche, profonde divisioni.

Qui, in questa politica priva di cultura, di senso morale . E assai priva di quello spirito di fratellanza, che nei momenti difficili rompe le solitudini e unisce per salvare una qualsiasi persona. Questa morte fa assai brutti coloro i quali hanno ironizzato, durante e dopo la campagna elettorale, sul cancro che stava muovendosi nel corpo di questa donna (diciamolo, senza infingimenti). E fa brutti quanti l’hanno attaccata più per le esternazioni o manifestazioni plastiche del suo ruolo, che non - eppure spazio ve ne era tanto - per le iniziative politiche e amministrative del suo governo. Questa morte fa più brutti quelli che, in segreto, pensavano che questa legislatura, a causa di una malattia, e non per ragioni politiche, pur esistenti e forti, non sarebbe arrivata alla sua naturale conclusione. Fa brutta, questa morte, la politica regionale che, già da tempo, e in special modo in queste ultime elezioni, risente di quei tanti mali che, dal trasformismo al trasversalismo, l’hanno dominata e drogata, alterando quel valore morale del consenso, senza il quale la democrazia si indebolisce e le istituzioni perdono di autorevolezza.

Questa morte fa brutti coloro i quali speculeranno, come quei due imprenditori che nella notte del terremoto in Abruzzo (ve li ricordate?) ridevano all’idea di quanti nuovi affari avrebbero potuto fare con i soldi della ricostruzione. E fa brutti coloro i quali, dal Parlamento al più piccolo comune, da Milano a Reggio Calabria, da destra alla più estrema sinistra, in queste ore, faranno a gare per dire che la Santelli era il più grande politico italiano e il più grande statista della storia. Infine, questa morte fa belli tutti noi che, colpiti violentemente dal clamore di una fine così tragica, improvvisa e giovane, piangeremo fortemente. Per un solo giorno, però, da domani già dimenticando tre cose fondamentali. La prima, che non c’è fine dell’esistenza umana che possa bussare alla nostra porta con buon margine di tempo, se noi non l’abbiamo sempre tenuta aperta, guardandola arrivare non come una minaccia. Ma come una sollecitazione a cambiare sempre in meglio e ad essere più buoni e migliori di noi stessi del giorno prima. La seconda, che la morte, davvero non guarda in faccia a nessuno, ricchi e poveri, potenti e deboli. Prende e pietà via chiunque. La terza, che Jole Santelli forse, anzi, certamente, era una ragazza bella. Tutta bella. E non ce ne siamo accorti. Per quest’ultimo motivo, mi correggo nel punto in cui questa mia riflessione si è mossa: la morte fa bello chi già bello era in vita.

Jole Santelli era bella prima ed è bella adesso. E con lei, con la sua umanità non vista, io, dal più profondo del cuore, mi scuso.

Franco Cimino