Giancarlo Pittelli, l'innominato, lo sconosciuto straniero

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Giancarlo Pittelli, l'innominato, lo sconosciuto straniero
Franco Cimino
  22 agosto 2020 17:47

Mi si nota di più se ci vado o se non ci vado?”. Ha più di vent’anni questa frase che Nanni Moretti ha fatto dire a uno dei suoi personaggi più ironici nella lettura della realtà sociale di quel tempo! ahimè rimasto sempre uguale, se non peggiorato, nel più grande dei difetti degli italiani. Il difetto di dire e non dire, di dire nella convenienza e di tacere nella paura, di farsi vedere per farsi notare e, quindi, farsi scegliere o caritevolmente premiare.
 
Il difetto, sempre lo stesso, di stare con il vincitore e di dimenticarsi del perdente, che è il vincitore, puntualmente servito, del giorno prima. Il dizionario definisce questo difetto con un sostantivo netto, ipocrisia. Invece, è assai di più.
È l’insieme di codardia, opportunismo, furbizia, egoismo e scarico della frustrazione accumulata dietro il monticchio della nostra personale mediocrità. È lo stesso difetto che ci ha fatti tutti fascisti per un intero ventennio, e tutti liberali e democristiani, di più largamente democratici, immediatamente dopo la caduta del regime. E negli anni novanta tutti forzaitalioti, nel duemilaquindici tutti renziani, poco dopo brevemente tutti grillini, e da ieri per un ancor più breve tempo tutti leghisti, specialmente al Sud.
Ancora una volta, una mia lunga premessa, per dire degli altri nel rinnovato difetto, parlando del mio. Di me, quindi, che ritenevo di averlo sempre evitato per il mio carattere corrispondente esattamente alle qualità opposte. Sono moltissime settimane che sosto, quasi passivamente, sulla domanda morettiana conformata a un tragico presente, la carcerazione “infinita”, e nelle condizioni “geo-fisiche” denunciate, di Giancarlo Pittelli, una delle personalità più note in Italia, per la sua professione di avvocato valente e per quella di politico e parlamentare di lungo corso.
La domanda ha attraversato una delle mie più ostinate sensibilità.
Quella di uomo impegnato nel sociale e nel politico sempre in direzione della difesa della libertà e contro ogni forza che la ostacoli e la conculchi. Da quella della corruzione a quella dei poteri sotterranei, antidemocratici in essenza, poteri occulti e mafie sopra tutti. La domanda é stata:” mi confermo uomo onesto, intellettuale limpido e politico probo ( per tutto, il prof eticamente in volo) se sto fermo a guardare, tifando apertamente per le procure pedagogiche e salvademocrazia, oppure se dico una parola, almeno una, su ciò che nel nostro sistema giudiziario si muove, necessità di giustizia a prescindere, contro la persona? “ . Dico meglio:” sono più credibile se di Pittelli non parlo o se di lui dichiaro qualcosa?” Mi spiego più chiaramente:” sono contro le mafie se mi mostro angelo caduto dal cielo l’altro ieri, Alice nel paese delle meraviglie, monaca di clausura che ha appena aperto la sua stanzetta, oppure se non nascondo di essere calabrese, sempre vissuto a Catanzaro, dove opero in ogni settore dei miei interessi e che per questo, età comune a lui compresa, conosco Giancarlo, come tutti, da una vita?” Nel frattempo che mi domandassi restando fermo, la carcerazione di Pittelli( è tornata quella preventiva?), da quel diciotto dicembre scorso ha attraversato tutta questa estate caldissima, e dentro una cella angusta di un carcere considerato tra i più duri e meno moderni, distante un mare infinito dalle sue due donne, la moglie e la figlia. Dal suo lavoro e dalle sue relazioni sociali, neppure dico per l’automatismo obbligato dalla sua condizione. Della grande inchiesta giudiziaria, anche per me meritevole di considerazione sociale e di apprezzamento, si sa ormai quasi tutto. Di certo, che a metà settembre si terrà in Roma l’udienza preliminare, punto nevralgico dell’intero iter “ giurisprudenziale” e solo dopo poche settimane uno dei più grandi processi contro le mafie e la massoneria deviata, per il quale tutti si spera si arrivi a colpire, con la Giustizia, le associazioni e le singole persone che a vario grado di responsabilità hanno tenuto la Calabria sotto la più insopportabile pressione. Di altro conosco, come tanti, solo ciò che da quella inchiesta viene fuori, quasi sempre disordinatamente, dalle cronache, tra l’altro non tutte obiettive e molte poco attente. Io non sono un giurista e non so leggere bene quel che viene pubblicato di ordinanze, capi di accuse, atti giudiziari, sentenze e similari. Anche le istanze della difesa, come i testi dei magistrati, sono scritti in un linguaggio così lontano dalla lingua corrente e così carichi di tecnicalità che risulta davvero incomprensibile la motivazione. Sono un cittadino, però, che ha ancora fiducia nel sistema giudiziario italiano e auspica che tutti queste risme di “ fogli” contengano lo sforzo più onesto per raggiungere la verità accertabile in sede giudiziaria. Pertanto, non entro negli atti, non li commento, non faccio il professore di questa delicata materia. Sono anche una persona responsabile, un operatore politico e culturale serio, per cui non mi intruppo in questa crescente tifoseria contro il potente di turno colpito, considerato emblema di quella società sfasciata, di questa politica schifosa e bla bla del genere “sono tutti gli stessi, fanno tutti schifo, impiccateli o metteteli al rogo che solo io son bello e sano.”
Non conosco la Legge( sul piano tecnico-giuridico, nei suoi meccanismi interpretativi, intendo) e su di essa non pontifico. Faccio, tuttavia, con molta modestia invero, il prof anche di Filosofia e in questa “ disciplina “, madre di tutte le conoscenze e di tutte le scienze, ho potuto capire che la Legge non è fatta solo per punire chi la viola, ma anche per proteggere la società intera e ogni singolo suo componente dal disordine complessivo e dalla lesione dei diritti che il delinquere e il violare la legge comporta. Filosofia insegna, così mi è sembrato di capire, che il Diritto viene prima della Legge. Non le sta sopra, e non le è superiore. Soltanto viene un attimo prima, per ispirarla e conformarla al principio fondamentale da cui il Diritto è nato. Non a caso, la Legge vive nei Codici, il Diritto, quando si vuole formare, nelle Costituzioni. Il principio è quello secondo il quale ogni attività umana è fatta per l’uomo, agisce in funzione della sua vita, opera per renderla felice, si impegna di tutelarne la dignità. Promette di riconoscere la libertà di cui l’uomo è costituito, di promuoverla e difenderla. Sempre. Da tutti. E anche dal rischio presente in ogni azione che ecceda dalla sua finalità. Sempre, anche quando sono in gioco esigenze di giustizia e tutela della serenità sociale. Sempre, fino a quando su di essa, libertà, non siano intervenute le certezze di un giudizio che la Costituzione garantisce a difesa proprio di un Diritto più alto. Quello in cui chi viola la legge , con certezza giudiziaria acclarata, viene momentaneamente allontanato dal contesto sociale, dal suo comportamento danneggiato. Tutto ciò, nella totale difesa della dignità della persona, in qualsiasi condizione si trovi, se indagata, incriminata, sotto processo o condannata. Lo Stato, in nome del Diritto, viene un attimo prima della Legge, perché mai può consentire che venga, in qualsivoglia modo, ferita o disturbata la persona che esso prende in carico. Ora, a me sembra che Giancarlo Pittelli( e già da molto prima che le sue condizioni divenissero gravi), sotto ogni profilo umano, non possa, per il punto anche in cui sembrerebbero essere giunte le fatiche degli inquirenti, restare un solo minuto nello stato duramente restrittivo in cui si trova. Otto mesi sono lunghi per un cittadino che non ha subito alcuna condanna. Neppure prima di questa vicenda. Un processo vero, nei tempi più rapidamente giusti, come il nostro ordinamento democratico garantisce, non solo a tutela degli imputati ma anche dell’intera società, è la sola via per condannare alla meritata pena o per assolvere. Nel rispetto, qui di certo, della Legge. Quella nata dal nostro Diritto e ben derivante dalla Costituzione più bella. Quanto a Giancarlo persona, egli è stato uno degli avvocati più importanti degli ultimi quarant’anni, uno dei politici piu influenti, un uomo tra i più rispettati della Calabria, un allegrone amante della vita in cui ha collezionato più amicizie che, noi ragazzi di un tempo, le figurine Panini, possibile che sia rimasto così incredibilmente solo? Sconosciuto e rinnegato da tutti? Non c’è in giro chi abbia da lui ricevuto cortesie, generosità, favori? Nessun amico vì é delle mille cene nelle sue case con il massimo della ospitalità calabro-greca? Tutti giudici delle sentenze inoppugnabili? Tutti rigorosi attori della moralità pubblica? Sorpresi, scandalizzati, indignati, tutti? Tutti spaventati- e da chi e da cosa?- di dire una parola di conforto, di umana comprensione della sofferenza, incapaci di distinguere, come Morale e Diritto insegnano, l’accusato dall’essere umano, la presunta colpa dal dolore, il reato imputato dall’imputato? Sono impegnati tutti a salire sul carro di un nuovo vincitore? E chi sarebbe a vincere, in questo momento? E cosa? Giancarlo non ha avuto un partito ( nella sua storia con la Democrazia Cristiana se ne conterebbero tre)? Mai un ordine professionale cui è appartenuto? Tutti muti? A difendere cosa se non se stessi e le proprie convenienze o certe fondate timidezze verso alcune autorità, talune, per taluni, sotterraneamente temibili?
Dinanzi a questo dramma umano imprigionato nel difetto italico di cui ho detto sopra, mi viene alla mente quel drammatico Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, tenutosi in Roma all’indomani dell’omicidio di Lodovico Ligato, il politico ucciso nel giardino della sua villa a Bocale, sul mare di Reggio Calabria. Dopo ore di lunghe discussioni e tanti interventi, va in tribuna per un breve discorso Oscar Luigi Scalfaro, allora non ancora presidente della Repubblica. Ricordo ancora le sue testuali parole:” c’è un silenzio assordante in quest’aula di alta dignità della politica. Un silenzio brutto, che sa di insensibilità umana e politica. Un silenzio che suscita vergogna e reca striscianti responsabilità. Non una parola su Lodovico Ligato, come se non fosse mai esistito. Nessuna pietà per la sua tragica sorte, come se non ci appartenesse nulla di lui. Invece, Ligato noi lo abbiamo conosciuto, lo abbiamo voluto nostro amico. Ligato ci appartiene. Ignorarlo, è colpa grave. Imperdonabile. “ Io ho conosciuto Giancarlo Pittelli. L’ho conosciuto che eravamo ragazzi. Siamo stati lungamente nello stesso partito (solo il primo!). Ho avuto affetto e simpatia per lui, nonostante la nostra scarsissima frequentazione non ci abbia trasformati in amici ovvero concesso spazi di frequentazione. E devo dire che ciò mi è dispiaciuto.
 
Franco Cimino