Rina Ranieri a Filippo Veltri: "La nostra paura del futuro va incanalata in una forza di cambiamento"

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Rina Ranieri
  18 novembre 2020 16:19

Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Rina Ranieri (calabrese, che da anni vive in Toscana) rispetto all'intervento di Filippo Veltri sul caos Sanità in Calabria.

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Caro Filippo, 

è un momento ben triste per l'Italia.  

Citi giustamente l'esempio dei grandi partiti del passato che si ponevano il problema del consenso esercitando una funzione educativa sulle masse. La loro presenza territoriale era capillare e rifletteva un'organizzazione sociale che aveva come pilastro la grande fabbrica e un mondo agrario in movimento verso processi di modernizzazione. 

C'era un ruolo capillare dei sindacati, soprattutto delle camere del lavoro, in grado di coinvolgere lavoratori anche diversificati, attraverso interventi mirati e discussioni partecipate. Vogliamo poi parlare dell'editoria, del ruolo dei grandi intellettuali che hanno contribuito ad una profonda trasformazione della letteratura e dei modelli di pensiero? Vogliamo parlare del grande cinema e dei teatri? Il tanto vituperato '68 ha veicolato tanta cultura nuova, ha contribuito allo svecchiamento dei testi scolastici, soprattutto universitari, ha anche intensificato lo scambio e la collaborazione tra intellettuali di tutto il mondo.

Gli anni di piombo hanno creato quella preziosa unità, di cui parli nel tuo articolo, perchè avevano alle spalle traguardi importanti, soprattutto una giovane democrazia nata sulle ceneri del fascismo e di una guerra disastrosa  per l'Italia. Una giovane democrazia che, con difficoltà e tante contraddizioni, affrontava problemi enormi come la  grande questione meridionale. Oggi più che mai dovremmo ricordare uomini come Di Vittorio e Luciano Lama e le immani difficoltà da loro affrontate x tenere dentro quell'unità masse deluse e mondo operaio allo sbando.

La stagione successiva al fallimento del compromesso storico, all'uccisione di Moro avrebbe richiesto una forza straordinaria, una volontà epica di trasformazione. Purtroppo il riformismo di destra e di sinistra ha clamorosamente fallito. Sicuramente questo fallimento non è un processo solo italiano: in tutto il mondo le democrazie arrancano e l'esempio americano ci dimostra che i sistemi democratici  faticano enormemente a gestire i grandi processi globali e l'attuale pandemia.

I nostri mostri regionali, il partito del leader, una macchina burocratica lenta che ha perso i suoi pezzi migliori sono cresciuti mentre ci innamoravamo delle autonomie, della riforma Bassanini, della riforma per l'elezione dei nuovi sindaci rampanti. Ci illudevamo di poter velocizzare il sistema.

Mentre il capitalismo finanziario e i nuovi mezzi di comunicazione rompevano ogni argine, mentre l'editoria si trasformava in una macchina perversa che bandisce ogni complessità, mentre tracollavano i vecchi giornali e le vecchie riviste di partito e  c'era un "liberi tutti", mentre si brindava alla fine delle ideologie, un'ideologia nascosta e pericolosa riconsegnava l'opinione pubblica all'anonimato e alla disinformazione.. Oggi, apparentemente, c'è un eccesso  di informazione e l'incredibile convinzione che tutti possono dire quel che che vogliono e che pensano, mentre nella realtà c'è una grande marmellata di notizie vere e false, dove il falso è indistinguibile per i più.

Il mondo produttivo omogeneo della grande fabbrica se è polverizzato in mille tipologie di lavoro, sempre più individualizzato e privo di diritti. L'universo sindacale si è frantumato  con un preoccupante ritorno al corporativismo anche in settori nevralgici come scuola e sanità ( pensiamo allo status dei medici di base ). Un silenzio preoccupante circonda la strategia delle grandi imprese italiane, storicamente inclini a rivendicare libertà di impresa se tutto va e a mettersi al riparo degli aiuti di stato nelle difficoltà. La speranza in una imprenditoria illuminata  forse arriverà a concretizzarsi nel nostro paese attraverso l'azione di uomini nuovi e saggi che ci sono, ma dovrebbero avere più coraggio e indipendenza rispetto alla indecente presa di posizione dell'attuale Confindustria.

Pensavo che la nomina di Gaudio servisse alla comprensione della tragica realtà calabrese. La scusa addotta per il rifiuto ( un rifiuto strano, avvenuto dopo l'accettazione!) apre scenari inquietanti. Con amarezza mi viene da pensare che il fallimento del riformismo savoiardo in Sicilia veniva liquidato con l'espressione "una terra bellissima" abitata da diavoli".
Spero che tutti, non solo il mondo della politica, ma anche lavoratori imprenditori editori giornalisti intellettuali burocrati possano giungere a quel "superamento" ("aufhebung") di hegeliana memoria necessario ad affrontare la nostra età della "scissione".

Solo se riusciremo ad incanalare la nostra paura del futuro in una forza di cambiamento le sofferenze di oggi potrebbero acquistare valore e senso.  

Rina Ranieri