Una società post Covid, più giusta e partecipata

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images Una società post Covid, più giusta e partecipata
L'avvocato Francesco Bianco
  15 novembre 2020 09:53

Alcuni periodi che vivono le società rappresentano dei tornanti della storia. In ogni tempo.

Gli esempi, fin dall’antichità, sono molteplici. Relativamente di recente, sarebbe sufficiente ricordare l’episodio dell’11 settembre 2001, con l’attacco alle Torri gemelle. Non c’è alcun dubbio che, anche oggi, con l’emergenza planetaria causata dalla epidemia da coronavirus, si stia vivendo una fase di notevole sovvertimento sociale. Quando la più grande crisi sanitaria, sociale ed economica, dal secondo dopo guerra in poi, stravolge i normali ritmi di una civile convivenza quotidiana, non è plausibile non prendere atto di ciò che sta accadendo. Intendo glissare, volutamente, sulla posizione assunta dai c.d. “negazionisti”. Ho sempre sostenuto, fin dal primo manifestarsi del problema, che, con lo sfondo occupato da migliaia di morti, negare il dramma sociale che si sta palesando da mesi è un atto di totale irresponsabilità. Sminuire il problema, significa giudicare dissennatamente e senza alcun discernimento l’evoluzione che tratteggia il fenomeno in questione.

Ciò precisato, sono venuti meno i pilastri che hanno sostenuto la sicurezza delle società. In particolare, è venuto meno l’affidamento che ciascun individuo ha riposto fisiologicamente sulla stabilità delle Istituzioni pubbliche. La paura causata dal Covid-19 è tale da avere prodotto una cesura rispetto al senso di continuità, ma soprattutto ha prodotto uno stato di destabilizzazione psichica. Ora, la crisi, con tutta la sua virulenza, passerà. La comunità scientifica ci consente di intravedere uno spiraglio, dal momento in cui autorevoli enti di ricerca sono pervenuti (o stanno pervenendo) alla elaborazione di un vaccino. Per come si apprende mediaticamente. Ma, detto questo, si profila nitidamente un interrogativo. Che tipo di società sarà quella post Covid?  Saremo ragionevolmente motivati nell’intraprendere un “New Deal” del terzo millennio? Saremo, in altre parole, in grado di riprendere una nuovo processo ricostruttivo, attraverso la fiducia verso un rinnovato sviluppo? L’attuale crisi pandemica ha rimarcato una serie di disuguaglianze sociali. Il difficile ricorso alle cure sanitarie, il disagevole approvvigionamento delle risorse necessarie, rappresentano aspetti che, oltre a suggerire decisioni draconiane, evidenziano una “competizione” sociale dura da scardinare. Viviamo in un mondo dove i forti sono sempre più forti, con il pericolo dell’isolazionismo.

Dico questo, in relazione a due aspetti cardine, quello del rapporto tra singoli individui e quello del rapporto tra Stati. Partendo dal secondo aspetto, è inevitabile e non inedita la collaborazione tra Nazioni. La globalizzazione ha determinato, da alcuni anni, la formazione di soggetti sovranazionali, che si pongono al di sopra dei singoli Stati. Basti pensare, ad esempio, alle organizzazioni che sovraintendono al commercio. Un autorevole giurista – Natalino Irti – configura esse come alcune grandi nuvole, che sovrastano le singole comunità Statuali, per fronteggiare le quali non è possibile adottare decisioni da parte di un singolo Stato. Né, a maggior ragione, è prospettabile la direzione verso scelte populiste, derivanti dalla miopia con la quale alcuni leader guardano rigidamente all’interno di un orizzonte domestico. Tra gli esempi più fulgidi, di quanto sto affermando, possiamo ricordare l’ultima amministrazione americana. La chiara sconfitta di Trump, nonostante alcune illazioni ai limiti del grottesco, è passata, in modo determinante, dalla sua debacle (nell’aggiudicazione del numero necessario dei c.d. grandi elettori) in alcuni Stati chiave, come Michigan e Pennsylvania. In questi Stati, quattro anni fa, in modo particolarmente plastico si era imposto il principio efficacemente espresso con la locuzione “America first”, con la conseguente disfatta di Hillary Clinton.

Questo accadeva grazie ad una propaganda adulatoria, ad una narrativa assidua, con cui Trump è riuscito in un risultato politico notevole, rivelatosi nel tempo disastroso. In sostanza, fare credere alle c.d. tute blu dell’industria automobilistica la possibilità di un ritorno al passato, caratterizzato dall’approvvigionamento ed impiego di materie prime da una parte e dalla crescita economica dall’altra. Una visione, insomma, pervicacemente nazionalista, con una chiusura nella soluzione di questioni complesse e oltrepassanti i rigidi confini statunitensi. Pensiamo, ad esempio, alle questioni climatiche, con l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi del 2015, ritenuto dannoso per l’economia americana, nel completo disinteresse per una emergenza planetaria di prim’ordine. Ciò nonostante, i fatti, ma soprattutto la mancanza di risposte adeguate, hanno disvelato l’incapacità insita in qualunque approccio non sistematico, in un mondo sempre più interconnesso. Questo limite si ravvisa anche nella nostra Europa. In un contesto, nel quale si delinea con estrema ovvietà una desiderabile condivisione delle scelte, la “distanza sociale” colpisce anche le alte sfere del nostro Continente. Registro un periodo di oscurantismo decisionale, nella gestione comunitaria, da parte di alcuni presunti protagonisti europei. Non solo in tema di Covid, se pensiamo, ad esempio, al problema gigantesco del fenomeno migratorio.

In verità, le crisi dirompenti come quella attuale rappresentano la cartina di tornasole nell’accertamento dell’esistenza di veri leader, capaci di trascendere il proprio interesse di partito o di qualunque altra dimensione “personale”, nel momento in cui è sempre più necessario decidere tenendo conto della complessità dei fenomeni. Il problema di fondo è, quindi, il deficit reale di una classe dirigente (non solo politica), a livello centrale e periferico. Scendendo per un istante nelle questioni nostrane, anche le frizioni tra i diversi livelli di decisione, contrasto tra Governo centrale e Regioni, denota una eccessiva burocratizzazione del problema Covid, all’interno di una visione personalistica e per nulla lungimirante. Si presenta, davanti ai nostri occhi, il nodo gordiano: dare ai cittadini la possibilità di potere fare affidamento nei rappresentanti delle Istituzioni. Ora, questo ultimo profilo, ci consente di evidenziare la dimensione interindividuale del fenomeno, primo aspetto sopra enunciato. Certamente, l’esperienza che stiamo vivendo può generare stati depressivi. Ma ritengo che, a differenza delle crisi del passato, ugualmente ostative di una normale vita di relazione, oggi vi sia un aspetto qualificante in più, dato dalla esistenza degli strumenti digitali di interazione. I “socia network”, possono apparire come due facce di una stessa medaglia.

Mi spiego meglio. Studi specifici hanno dimostrato che l’interazione di un individuo con il mondo dei “social” può portare ad un andamento altalenante delle emozioni, causato da una sensazione di ansia. In altre parole, si può avere un intorpidimento interiore, mortificante lo stimolo creativo dell’individuo medesimo. Questi strumenti digitali, il più delle volte, rivelano una comunicazione mediocre, basata sul “sorvegliare” cosa dice l’altro, in un’apatia che colpisce la capacità creativa della mente dell’uomo. Ma, al tempo stesso, questi stessi strumenti digitali, se utilizzati con razionalità, possono essere mezzi di sviluppo di una facoltà innovativa. La noia può, in teoria, generare la formazione delle idee. Ma il c.d. “scrolling”, istinto di continuazione antidoto alla noia, non si esplica pienamente se è teso ad esplorare la vita degli altri, senza lo spirito di una pulsione generativa. Da qualche tempo, si assiste, ad esempio, al problema dei genitori di verificare che i propri figli non scivolino nella dimensione della iperconnessione. Ribadisco un concetto. Questa crisi passerà, attraverso la lodevole operatività del mondo scientifico. Ma, cosa avremo in eredità? Il problema del lockdown e dell’isolamento fisico può generare nuovi modi di intendere i rapporti umani. E’ da osservare, dunque, che si possono acquisire nuove capacità, si può pensare ad una ingegnerizzazione dei luoghi di lavoro. Per non parlare della scuola, luogo per eccellenza in cui si formano gli individui.  

Tutto ciò detto, credo che per ricostruire una nuova normalità, sia indispensabile una società più partecipata. Stiamo assistendo, ed il nostro Paese purtroppo è un chiaro esempio, ad una competizione tra il “noi” e il “loro”. Questo è profondamente sbagliato. Ho già ampiamente detto, che i problemi complessi necessitano di soluzioni assolutamente negoziate. Con rammarico, avverto che è una ovvietà dura da metabolizzare. Serve una partecipazione sostanziale nell’adozione delle scelte politiche basiche, ma serve una partecipazione reale anche nella formazione della volontà dei corpi intermedi della società. Se vogliamo una vera crescita. I processi partecipativi, specie sul piano economico, devono consentire l’espressione di quei rappresentanti dei segmenti della società, nei quali è più marcata la disuguaglianza sociale. Spesso la sfera pubblica Statale non è stata in grado di dare risposte alle esigenze della collettività.

Da qui, in una ampia sussidiarietà, la inderogabile presenza, nel momento decisionale, di enti capaci di rappresentare interessi meta individuali, cioè connotati da una forte rilevanza sociale. Dovremmo assistere ad una sorta di “collettivizzazione degli interessi diffusi”, ad un processo, cioè, in cui interessi di ampi strati della società possano avere un ente esponenziale rappresentativo di riferimento. Sono consapevole che questo non avviene in modo automatico e semplicistico, per cui occorre investire in organismi partecipativi, necessari per concepire un nuovo funzionamento della quotidianità. Siffatto elemento è determinante, se si vuole realisticamente porre al centro i valori di cui è portatore l’essere umano.    

                                                                                                              Francesco Bianco, avvocato