Una via ad Almirante

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Sabatino Nicola Ventura
  29 giugno 2020 11:28

Il “manifesto della morte” così era apostrofato dagli italiani, dai patrioti, dagli antifascisti l’avviso del maggio 1944 che i toscani trovarono sui muri delle città, dei paesini, dei borghi. La parte d’Italia occupata dai nazisti e dal governo fantoccio repubblichino di Mussolini, subiva ogni offesa, tortura, angheria; il “manifesto della morte” riassume la ferocia dei fascisti e dei nazisti contro i patrioti: (consegnatevi ai tedeschi o ai fascisti entro 30 giorni, oppure vi aspetta la fucilazione alla schiena). Il famigerato manifesto era firmato da Giorgio Almirante, allora Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare Fernando Mezzasoma.

Almirante fu un fascista più che considerevole, che peraltro non ha mai rinnegato il ruolo e le gesta che durante il ventennio e nel periodo dell’occupazione nazista ha svolto; mai un gesto di pentimento. Ma anche durante la democrazia post fascista non evitò di denigrare, spesso, le istituzioni nate dalla lotta al fascismo.

È bene ricordare, a centosei anni dalla nascita e in imminenza della intitolazione di una strada a Vibo Valentia, se pure per estrema sintesi, il personaggio:

“Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli e dello spirito, si, ma in quanto alberga in questi elementi corpi, i quali vivono in questo determinato Paese, non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte di una tradizione molteplice o di universalismo fittizio o ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei, degli ebrei che come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato di sangue”. 1942 Giorgio Almirante. (Egli è stato sostenitore del razzismo biologico, mentre altri, soprattutto Evola, Romualdi, ecc. professavano il razzismo spirituale).

Almirante fu tra i firmatari del manifesto della razza e Segretario del Comitato di Redazione della rivista razzista “La difesa della razza”; su quella rivista scrisse tanto e sempre da convinto razzista.

Subito dopo l’armistizio, aderì alla Repubblica Sociale italiana e fu attivo combattente nelle brigate nere, soprattutto in Val d’Ossola, contro i giovani patrioti partigiani.

Dal 1945 al 1946 rimase in clandestinità.

Con Pino Romualdi e Clemente Graziani, 1947, costituiti i Fasci di Azione Rivoluzionaria, ma nello stesso anno partecipò alla riunione di nascita del Movimento Sociale Italiano, del quale per lungo tempo, in periodi diversi, fu Segretario Nazionale.

Nel ’47 alle elezioni comunali di Roma il MSI ebbe eletti dei consiglieri e prima dell’insediamento del Sindaco, la questura di Roma diramò il seguente comunicato: “il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale Italiano, già redattore capo di “Il Tevere” e di “Difesa della Razza”, Capo di Gabinetto del ministro della Cultura Popolare della pseudo Repubblica di Salò è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese”

Almirante il 04 novembre 1947 fu condannato per apologia del fascismo a 12 mesi di confino, condanna poi sospesa dalla questura di Roma. Contrastò sempre la legge Scelba che vieta la ricostruzione del partito Fascista.

Almirante ebbe durante la prima repubblica numerosi scontri con la Polizia di stato per i suoi accesi comizi. Fu sostenitore, nel 1970, dei moti di Reggio Calabria, accreditandosi lo spirito della ribellione.

Nel 1972 il Procuratore Generale di Milano chiese alla camera l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti con l’accusa di tentata ricostruzione del Partito fascista. Nel documento redatto dal Procuratore generale si legge: “Le numerose note a me pervenute in risposta alle mie richieste elencano un gran numero di fatti che testimoniano dell’uso della violenza nei confronti degli avversari politici e delle forze dell’ordine, della denigrazione della democrazia e della resistenza, della esaltazione di esponenti e principi del regime fascista, nonché di manifestazioni esteriori di carattere fascista da parte di esponenti di varie organizzazioni della estrema destra […] è poi risultato che una parte preponderante di tali comportamenti trae origine dal Movimento Sociale Italiano, come si ricava dalla stampa di tale partito di cui in atti, sia dal particolare che molti dei fatti riferiti nelle varie note ufficiali allegati sono stati consumati da appartenenti alle varie organizzazioni di detto movimento, talvolta isolatamente, più spesso uniti fra loro […]”.

L’autorizzazione fu concessa con 484 voti a favore e 60 contrari.

Il 26 gennaio 1986 parlando al Teatro Lirico di Milano (guarda caso lo stesso luogo dell’ultimo comizio di Mussolini), Almirante sostenne che “il ladrocinio e l’assassinio furono l’emblema delle bande partigiane”

Almirante da Segretario nazionale del MSI, apri le porte del suo partito alle formazioni di ispirazioni naziste, ma anche movimentiste e antisistema (Centro Studi Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, ecc.).

È giusto ricordare che Almirante fu sempre condannato ogni qualvolta ha tentato di negare le sue gesta di repubblichino, e soprattutto la firma al famigerato “manifesto della morte”. (anche il tribunale di Catanzaro lo condannò)

La domanda, che nasce spontanea, è la seguente: perché sarebbe giusto intitolare strade, piazze, strutture a questo individuo?

Le risposte più frequenti sono le seguenti: è stato un leader politico; ha guidato nelle istituzioni democratiche una comunità politica che proveniva dall’esperienza del fascismo; Ha sempre rifiutato il razzismo; si è battuto per la difesa dell’identità nazionale e la libertà; grande patriota, valori di onestà, libertà e coerenza.

Esamino brevemente.

Ha guidato una formazione politica che non ha mai rigettato il fascismo, anzi, basta leggere tanti suoi scritti e discorsi, ma anche di tanti aderenti al MSI, per accertare il suo fermo convincimento ideologico fascista. Non risultano impegni e strategie anti razzismo. Quando si è battuto per la difesa dell’identità nazionale e la libertà? Se è stato servo dei nazisti, ha combattuto i patrioti e gli italiani della libertà, è stato feroce persecutore dei partigiani. È stato contro la Patria e i patrioti.

Dico ancora che l’onestà non si realizza solo perché non ci si appropria di denaro. Egli invece è stato un disonesto: ha contribuito aizzando e sancendo (vedi es. “Manifesto della Morte”) a torturare, togliere la vita a tanti donne e uomini, ragazze e ragazzi che avevano alzato la bandiera tricolore e in nome e per la Patria si sono battuti dando anche la vita, per abbattere il nazismo e il fascismo.

Dico ancora: per quale libertà si è battuto non è dato sapere, ma certamente ha sempre contrastato in modo palese e furbescamente le istituzioni democratiche nate dalla resistenza. Il 25 aprile, basta leggere “Il Secolo d’Italia”, è stato per lui sempre il giorno del disonore.

Altra favola che viene propagandata è la stima di Berlinguer verso Almirante, mai, neanche lontanamente provata. Il suo omaggio alla salma di Berlinguer è stato un atto di grande sensibilità. La sua salma è stata, ritengo atto di grande correttezza formale, salutata da una delegazione dell’allora PCI.

La visita alla Botteghe Oscure per inchinarsi alla salma di Berlinguer, non potrà mai essere utilizzata per riabilitare la figura storica e politica di Giorgio Almirante.

Sono curioso di leggere i contenuti dell’atto deliberativo del Comune di Vibo Valentia con il quale dedica una via a questo personaggio.

Un giovane di Vibo Valentia, che leggendo all’ingresso di una via il nome di Almirante, domanderà chi era e per quali meriti gli è stata dedicata una strada, chi dovrà rispondere non avrà, sicuramente, argomenti seri e nobili per informare.

Nessun merito può essere accreditato a Giorgio Almirante, perché egli è stato una delle espressioni della peggiore Italia durante il ventennio, nel seno della repubblica Sociale Italiana e contro la democrazia antifascista.

Sabatino Nicola Ventura