UNIVERSITÀ/IO RESTO QUI. Enrico Fratto: “Il capoluogo guarirà quando i catanzaresi torneranno a viverlo come casa propria”

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images UNIVERSITÀ/IO RESTO QUI. Enrico Fratto: “Il capoluogo guarirà quando i catanzaresi torneranno a viverlo come casa propria”
Enrico Fratto
  17 gennaio 2020 14:30

di ENRICO FRATTO

Quando scelsi, ormai qualche anno fa, di proseguire i miei studi nella mia città, lo feci senza esitare e con grande entusiasmo.

Oggi posso dire di aver fatto la cosa più giusta per me, e di essere una persona privilegiata, con l’opportunità di formarmi a casa mia, continuando a respirare i posti della mia vita e a condividerli con la mia famiglia.

 

Certo, come molti mi avevano anticipato, rimanere non è stato facile, e lo ho scoperto nel tempo; la cosa paradossale è che ledifficoltà principali che ho dovuto affrontare, restando, non sono state quelle che mi venivano da più parti annunciate al momento della mia scelta.

Non è stata ununiversità di basso livello, come sentenziavanoingenerosamente molti, senza probabilmente nemmeno esserci mai entrati.

Non è stata una città che presto mi sarebbe stata stretta e scomoda, come garantivano tanti altri.

 

Lo scoglio principale che ho dovuto superare, restando, varcando la porta oltre il prato dorato del liceo, è stato il senso di fine incombente, di malattia terminale, di ineluttabilità del fato avverso, di futuro scippato, che permea nelle viscere questa città.

È qualcosa che fino a diciotto anni non si percepisce, qualcosa che non colpisce.

Fin quando tutte le persone con cui si è condivisa l’adolescenza continuano ad abitare a trecento metri da noi, quello che c’è basta e avanza, e le domande sul dopo sono anacronistiche, poco lecite.

È quando quelle persone partono, in molte per non voltarsi più indietro, che si hanno gli occhi liberi per guardare ciò che ci circonda, e portarli poco oltre la linea dell’orizzonte.

Catanzaro è una città cronicamente pessimista.

 

Moltissimi dei suoi abitanti, a precisa domanda sul perché abitino a Catanzaro, risponderebbero che ci si sono trovati, o che non hanno mai avuto l’opportunità di andare altrove.

Molti si dichiarano scettici sul fatto che qualcosa di buono esista affatto, o che qualcosa possa cambiare in meglio.

Tra i tantissimi che migrano, molti sono costretti a farlo per inseguire ambizioni che qui risulterebbero proibite; esiste, tuttavia, una fetta non trascurabile di persone che partono avendo come motivo primario la convinzione atavica di starsi lasciando indietro il posto peggiore del mondo.

Di non lasciarsi indietro assolutamente nulla, lasciata Catanzaro.

La nostra città ha dei limiti evidenti e innegabili.

I tanti anni che ci separano dalle regioni più avanzate del continente si moltiplicano rapidamente, e non esistono soluzioni semplici per invertire questa tendenza.

Io, però, alle maledizioni e al destino non ho mai creduto.

 

Non ho mai creduto che, in ordine, Catanzaro, Calabria, Sud Italia siano destinate per genetica, per connotati esistenziali a dover morire di inedia, non credo alla vecchia storia che la nostra sia una terra colpevole.

Nessuna terra nasce colpevole, nessun popolo nasce maledetto.

È un errore macroscopico, quello di affibbiare a una terra le mancanze delle persone che la abitano.

Ciò che mi chiedo, in risposta alla questione che si pongono tutti, sul perché qui niente cambi, è perché mai le cose di questa città dovrebbero evolversi e migliorare, se i suoi abitanti sono così pervicacemente convinti che per lei non esista nessuna speranza.

Cambiare richiede sforzi, richiede programmazione, richiede convinzione, ma soprattutto richiede molta speranza.

Richiede d’esser convinti di poter inventare ciò che oggi non esiste, mentre, al contrario, siamo più tendenti a far finta che non esistano persino le cose migliori che abbiamo tra le mani.

 

Non mi permetterei mai di giudicare chi parte, chi decide di non tornare.

Il viaggio migliora le persone, sempre.

Una delle tante persone della mia età, poco prima di partire per ritornare nella città dove risiede per tutto l’anno, qualche giorno fa, mi ha chiesto: “E tu a Catanzaro cosa ci stai a fare?”.

È una domanda che ho sentitin tutte le salse negli ultimi sei anni.

Dentro questa domanda si annida spesso provocazione, alcune volte addirittura compassione.

Alcuni me la hanno posta per poi dirmi che, se sono rimasto qui, devo necessariamente essere uno di quelli che non capiscono i problemi, a cui stanno bene tutte le cose sbagliate che lo circondano.

Come se, in altre parole, per i cittadini catanzaresi ci fossero due strade, essere convinti che il male abbia scelto i tre colli come sua residenza, e che qui non ci sia niente da fare se non spargere del sale, oppure vivere nella beata illusione che qui tutto vada bene e le cose siano perfette, oltre ogni evidenza.

No.

 

Io rivendico la mia terzietà, e sono convinto che esista un gruppo folto di persone, in questa città, che abbiano gli occhi bene aperti sui nostri problemi, e nonostante ciò abbiano voglia di dare a questo posto un futuro e una strada, al di sopra della dicotomia banale tra chi resta e chi parte.

Auspico che queste persone, che non si rassegnano a dover partire per forza per aspirare a una crescita urbana e sociale, abbiano la forza di fare corpo unico, e dare peso alla loro voce, perché è innegabile, per ragioni storiche e geografiche, che Catanzaro abbia un importante potenziale culturale, intellettuale, ambientale.

Sta a noi valorizzarlo e tutelarlo, il tempo che ci resta non è molto.

Per rispondere a quella fatidica domanda, io resto perché Catanzaro è casa mia, e spero di non dovermene andare mai.

Quella domanda racchiude tutto il paradosso della nostra subalternità.

Siamo così obbligati a partire, da un lato, e convinti di doverlo fare, dall’altro, che ci chiediamo il perché di una cosa che per gli esseri umani è naturale, come l’atto di rimanere a casa.

Catanzaro non sarà guarita il giorno che la gente non partirà più, perché questo giorno non arriverà mai, e sarebbe miope pensare il contrario.

 

Catanzaro sarà guarita il giorno che i catanzaresi torneranno a viverla come casa propria, e non come una condanna.  

 

                                                              *studente di medicina all'Università Magna Graecia di Catanzaro