Regionali. Filippo Veltri: “La politica delle alleanze del Pd non fa i conti con la realtà”

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Filippo Veltri
  10 luglio 2021 07:14

DI FILIPPO VELTRI

 Quali siano gli ideali di un partito che ha governato con la Lega in nome dell’antieuropeismo e della lotta contro la «piovra del Pd» fino a due anni fa, poi con il Pd in nome dell’europeismo e della lotta contro la Lega fino a cinque mesi fa, e ora con entrambi in nome della transizione ecologica, è difficile dire. Per non parlare del merito della «svolta autarchica». Sta di fatto che ora l’ex leader in pectore del Movimento 5 stelle rappresenta un problema proprio per il Partito Democratico, e in prospettiva per il governo, assai più che per Beppe Grillo, Davide Casaleggio e tutta l’allegra brigata del populismo digitale e anticostituzionale in via di ricostituzione.Il problema, per dirla con le parole di un immortale sketch di Corrado Guzzanti, è che anche per l’alleanza con il Movimento 5 stelle è ormai arrivato il momento Amedeo Nazzari.Per i più giovani mi riferisco allo sktech in cui Guzzanti impersonava l’allora segretario del Pd, Walter Veltroni, impegnato a discutere in direzione i possibili candidati con cui presentarsi al voto (la sinistra italiana è impermeabile al passare del tempo come neanche la Nutella).

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Discussione animata: si fanno, e si scartano, i nomi più improbabili. Da Batistuta, che sarebbe stato perfetto «ma c’è il problema del passaporto, non facciamo in tempo», a Paola e Chiara, che sono in tour, «abbiamo anche provato con gli incastri ma hanno libero solo qualche lunedì», non ci si riesce. «Leonardo Di Caprio?», propone allora Livia Turco. «Io Di Caprio l’ho chiamato – risponde Veltroni – è lui che ha rifiutato. Ha rifiutato perché ha detto: già ho fatto Titanic, non mi posso fossilizzare nella parte di quello che affonda». E Turco di rimando: «Amedeo Nazzari?». Il segretario sospira, quindi si rivolge alla platea: «Lo dico a tutti i compagni della mozione Nazzari: è morto. È m-o-r-t-o».

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Ecco, vale lo stesso per il Movimento 5 stelle. E sarebbe ora che i compagni della mozione Bettini se ne rendessero conto. Di sicuro, nel frattempo, devono essersene resi conto i trecento e passa parlamentari eletti sotto le insegne grilline, guardando l’abbigliamento con cui il loro ex futuro leader commentava la crisi terminale del movimento – e delle loro residue speranze di rielezione – un attimo prima di scendere in campo: andava a giocare a tennis.

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Il problema del Pd è che ha passato due anni ripetendo ai propri elettori e militanti che Giuseppe Conte era un punto di riferimento per tutti i progressisti, il «nuovo Prodi», il candidato ideale alla guida del centrosinistra; di conseguenza, nel momento in cui il suddetto Conte decidesse di farsi la sua lista, è facile prevedere dove li pescherebbe, i voti (magari pochi, e comunque sempre meno a mano a mano che il tempo passa, ma forse abbastanza da far sprofondare un Pd già esanime sotto la soglia dell’irrilevanza).

Nel frattempo, l’esplosione dei cinquestelle fa sì che nell’attuale Parlamento, quello che dovrà votare il prossimo presidente della Repubblica, il gruppo più numeroso sia costituito da eletti di fatto senza partito, o perlomeno di cui è difficilissimo dire se un partito ce l’abbiano ancora, e quale. In altre parole, tra gli effetti del taglio lineare dei parlamentari e quelli della crisi di sistema che ha investito i partiti (non solo i cinquestelle), il rischio è che l’elezione della massima carica dello stato sia affidata all’esito di una gigantesca partita a dadi tra ubriachi.

E non è questa – dicono alcuni – una buona ragione per fare il tifo per Conte? Non è lui l’ultima speranza di tenere ancorati a sinistra gli sparsi resti del movimento, impedendo il ritorno di uno scenario para-orbanianosimile a quello del 2018, con l’asse tra centrodestra salviniano e populisti grillini in grado di ridurre ogni opposizione democratica all’impotenza?

È una domanda legittima, che non mi sentirei di liquidare con sufficienza, se non venisse da coloro che a tale esito, nel 2018, hanno consapevolmente spianato la strada, pur di assestare il colpo di grazia a Matteo Renzi. Il che non significa che il primo responsabile del risultato elettorale del Pd di allora non sia proprio Renzi, sia chiaro (ogni leader politico è fabbro della sua sconfitta, ognuno merita il suo destino); significa solo che la responsabilità di non fare abbastanza per fermare l’assalto dei populisti non può essere rinfacciata al Pd da chi sin da allora combatte al loro fianco.

In ogni caso, non scarterei l’ipotesi che la prima mossa del nuovo partito di Conte, ammesso che veda mai la luce, sia proprio il ritorno all’opposizione sulla linea del Fatto quotidiano, giocando ancora una volta la carta di un apparente scavalcamento a sinistra nei confronti del Pd, proprio come nel 2018, per poi ricongiungersi con i populisti di destra all’indomani del voto.

L’esito potrebbe essere esiziale per i democratici (non solo quelli con la maiuscola). E questa è una ragione di più per fare certo tutto il possibile pur di evitare la deflagrazione della maggioranza che oggi sostiene il governo Draghi, ma anche per tenersi pronti nell’eventualità che la deflagrazione non sia evitabile. Peggio di un secondo trionfo populista analogo a quello del 2018, infatti, ci sarebbe solo un secondo trionfo populista con i voti e l’inconsapevole aiuto del Pd.

Dalla follia pirandelliana del big bang a cinque stelle potrebbe infatti venir fuori qualcosa che alla lontana ricorda altre scissioni del passato: da una parte un partito nuovo, governativo e moderato; e un altro più attaccato alle origini (in un caso si chiamò infatti Rifondazione) e più estremista nei toni. Come ha notato l’Opinion, «la frattura (fra Giuseppe Conte e Beppe Grillo, ndr) è antropologica. Da un lato Conte – ben vestito, pettinato e moderato – dall’altro Grillo, sulfureo, disordinato e sempre pronto alla polemica».

 

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