Addio a Francesco Guccini, Cimino: "Un maestro vero, un rivoluzionario della non violenza"

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  06 agosto 2026 16:41

di FRANCO CIMINO

E vabbè, se muore pure Guccini, che cosa ci resta di quella nostra bella gioventù?

Di quel tempo nel quale le canzoni non erano canzonette, ma pensieri profondi e melodie indimenticabili. Musica e parole erano una sola cosa, un tutt’uno così perfetto da non riuscire a capire se, dalla mente e dalla chitarra di un genio come Francesco Guccini, nascessero prima le parole o la musica.

Oggi che anche Guccini è andato via, che cosa sarà di noi? Anche di noi ragazzi che non siamo mai voluti crescere davvero. Di noi che, per sentirci giovani mentre gli anni passavano, ci siamo affidati a quelle canzoni sempre attuali, anzi forse oggi più attuali che mai.

Perché il tempo nel quale viviamo sembra riproporre gli stessi mali contro i quali quelle canzoni si levavano: il cattivo potere, l’egoismo più ottuso, l’indifferenza, la povertà di pensiero, l’ignoranza che pretende di imporsi come verità.

Ma c’è una differenza, pesante, rispetto ad allora. Oggi questi mali sembrano incontrare meno opposizione. Manca quella forza degli ideali positivi che noi ragazzi di quella stagione contrapponevamo alle idee e ai comportamenti che ritenevamo ingiusti e pericolosi.

Lo facevamo non soltanto perché ci credevamo. Lo facevamo perché quegli ideali abitavano la nostra testa e la nostra anima. E perché avevamo avuto maestri capaci di insegnarceli, ma anche di vigilare su di noi, affinché non ci abbandonassimo alla pigrizia del pensiero e non ci adeguassimo ai modelli negativi orientati soltanto alla ricerca del benessere materiale, della ricchezza come unico valore, dell’edonismo senza profondità.

Guccini è stato uno di quei maestri.

Non un maestro che impartiva lezioni dall’alto. Non un uomo che pretendeva di avere la verità in tasca. Un maestro vero: uno che attraverso le parole, la musica e la poesia ci spingeva a pensare, a dubitare, a cercare.

Se ne va Francesco Guccini, e dopo ventisette anni dalla partenza di Fabrizio De André, sembra che un’altra parte fondamentale di quel mondo che ci ha formato venga portata via.

Se ne va un ragazzo mai diventato vecchio, anche se quel corpo grande, quel volto nascosto dalla barba e dagli occhiali spessi, negli ultimi anni mostravano la fatica del tempo e della vita.

Se ne va improvvisamente non soltanto perché la sua voce, anche attraverso i suoi scritti, arrivava fino a noi ancora ieri, ma perché sembrava davvero impossibile immaginare che quell’omone della poesia autentica, quella voce dell’anarchia più illuminata e illuminante, capace di attraversare e contaminare anche le ideologie più rigide, potesse lasciarci così.

All’improvviso.

Eppure questa strana scienza della vita, così misteriosa e inconoscibile, ci ha già imposto tante perdite. Ci ha portato via filosofi, scrittori, poeti, uomini di fede, cantautori. Spesso proprio quando sentivamo di averne ancora bisogno.

Sono commosso e sorpreso. E per questo non voglio perdermi ancora una volta in quel fiume di parole nel quale spesso cerchiamo rifugio per trattenere o attenuare il dolore.

Voglio soltanto dire una cosa semplice: pochi artisti, pochi filosofi e pochi poeti hanno saputo unire generazioni, culture e sensibilità diverse come ha saputo fare lui.

Francesco Guccini ha saputo unire perché non ha mai avuto bisogno di dividere.

Lui, rivoluzionario della non violenza e della pace, ha saputo parlare a tutti. Ha saputo incantare, persuadere, convincere, perché il suo messaggio non nasceva dall’odio verso qualcuno, ma dall’amore per qualcosa: per l’uomo, per la libertà, per la dignità delle persone.

È stato, e resterà, il poeta dell’amore. Dell’amore per l’amore stesso, se posso usare questa espressione. Dell’amore per la libertà individuale e collettiva. Dell’amore inteso come forza capace di liberare le persone, gli uomini e le società da tutto ciò che li impoverisce.

Liberazione dal consumismo che trasforma le persone in consumatori prima ancora che in esseri umani.

Liberazione dal materialismo che misura il valore della vita soltanto attraverso ciò che si possiede.

Liberazione dal potere quando il potere diventa corruzione, sopraffazione, strumento per pochi contro molti.

Liberazione degli esseri umani da se stessi, dal proprio egoismo, da quell’individualismo esasperato che è il contrario della persona nella sua pienezza e nella sua integrità.

Liberazione dalle false novità, da quei cambiamenti soltanto apparenti che vengono presentati come rinnovamento mentre spesso nascondono vecchi interessi e vecchie ipocrisie.

Liberazione dalle parole vuote, dalle promesse senza anima, dalle idee usate come strumenti di dominio invece che come strumenti di crescita.

Guccini è stato il poeta della liberazione del mondo dalle guerre, dalle ingiustizie e dalle povertà.

Per questo è stato anche un filosofo. Un filosofo autentico, perché non ha costruito muri, ma ponti. Al contrario di quei falsi filosofi che hanno trasformato il pensiero in un recinto, in una prigione ideologica, in una gabbia nella quale rinchiudere le persone invece di aiutarle a diventare più libere.

La sua grandezza è stata anche questa: liberare dalle paure sottili che spesso diventano complessi, soprattutto in chi si sente diverso da un modello dominante.

Ha liberato tante persone dal bisogno di appartenere per forza a uno schema, da quella necessità di essere classificati, etichettati, collocati dentro una categoria.

Una volta eri giudicato attraverso un’etichetta, un’altra volta attraverso un’altra. Una volta eri considerato vicino a una parte, un’altra volta vicino alla parte opposta. Come se una persona potesse essere definita da una sola appartenenza.

Ricordo quando noi giovani, nelle discussioni tra coetanei, facevamo quasi a gara per dimostrare chi fosse più rivoluzionario dell’altro. E l’accusa più pesante che si potesse rivolgere a chi non la pensava come noi era quella di essere reazionario, conservatore, fino ad arrivare all’accusa estrema di essere fascista o amico dei fascisti.

Guccini ci ha insegnato anche questo: che la libertà vera non appartiene a chi impone le proprie idee con arroganza, ma a chi sa coltivarle con profondità, con rispetto e con il dubbio necessario che accompagna ogni pensiero autentico.

Per lui il vero conservatore, il vero reazionario, non era chi aveva un’idea diversa, ma chi pretendeva di possedere l’unica verità possibile e cercava di imporla agli altri.

Perché la verità, quando è veramente grande, non ha bisogno di violenza.

Ha bisogno di libertà.


Io personalmente lo ringrazio.

Lo ringrazio per aver contribuito a dare una direzione a quel mio carattere profondamente indipendente, a quella mia voglia spesso indisciplinata di sentirmi libero e mai soggiogato da qualcuno o da qualcosa.

Paradossalmente, o forse proprio per questo, posso dire di essere rimasto democristiano da sempre e di esserlo ancora oggi anche grazie a lui. Perché sono stato e resto un gucciniano di ferro.

Lo ringrazio perché mi ha insegnato che la coerenza non consiste nel ripetere sempre le stesse parole, ma nel vivere fino in fondo i valori nei quali si crede.

Coerenza non soltanto nel sostenere le proprie posizioni, anche quelle più delicate e più difficili, ma nel praticarle nella vita quotidiana.

Nella mia azione di maestro, di genitore, di uomo impegnato nella politica. Quella politica vera, nella quale gli ideali contano più delle ambizioni personali, nella quale il servizio viene prima del potere e la persona viene prima del ruolo.

Di lui non ho preso, fedele anche al suo messaggio — che in fondo richiama anche quello di San Paolo, quando invita a non conformarsi alla mentalità del mondo — il suo eskimo.

Quell’eskimo che, con la sua ironia e il suo significato simbolico, ha vestito intere generazioni di una sorta di militarismo al contrario, quasi un’uniforme della ribellione.

Io sono rimasto altro.

Sono rimasto sempre un ribelle in giacca e cravatta, con la pochette al taschino, la sciarpa al collo e un cappello ancora più antico in testa.

Perché la libertà non sta nel vestito che indossi, ma nel pensiero che difendi.

Se ne va con Francesco Guccini anche il laico più religioso che io abbia mai conosciuto. Un uomo profondamente legato al messaggio cristiano pur senza essere un uomo di fede nel senso tradizionale del termine.

Se ne va il poeta musicante che ha scritto una delle più belle preghiere rivolte al nostro Dio: “Dio è morto”.

Una canzone che per decenni è stata interpretata come un’accusa contro Dio, come la dichiarazione della sua inesistenza. Ma che, a mio avviso, era molto di più. Esattamente il contrario.

Era la denuncia di un mondo nel quale erano morti i valori più alti. Era il grido contro una società capace di tradire l’uomo, la giustizia, la solidarietà, la speranza.

E proprio per questo, paradossalmente, quella canzone era anche una ricerca di Dio.

Perché solo chi sente profondamente la mancanza di qualcosa può gridarne l’assenza.

Grazie, Francesco, per averci insegnato che si può essere liberi senza essere vuoti, ribelli senza essere arroganti, profondamente umani senza bisogno di appartenere a una categoria.

Grazie per averci ricordato che la poesia, quando è vera, non divide: unisce.

Grazie per averci fatto amare un Dio con il quale si può parlare.