
Lunedì 18 maggio, nello stand della Regione Calabria, il romanzo breve dell’autore calabrese sarà al centro di un dialogo con Francesco Pungitore: una storia visionaria sul confine tra umano, tecnologia, identità digitale e intelligenza artificiale.
29 aprile 2026 14:22Soverato sarà presente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 anche con una riflessione letteraria di forte attualità: il rapporto tra identità umana, tecnologia e intelligenza artificiale. Lunedì 18 maggio, dalle 15 alle 15.40, nello stand della Regione Calabria, Padiglione Oval, coordinate U138–V137, sarà presentato “L’identità dell’anima” di Gabriele Ruggiu. A discuterne con l’autore sarà il prof. Francesco Pungitore.
Il libro, pubblicato l’11 maggio 2025 su Amazon come romanzo breve, mette al centro una figura fragile e potentemente contemporanea: Fixer, un uomo solo, separato, emotivamente spezzato, che vive chiuso nel proprio garage. In quello spazio ristretto, insieme officina, rifugio e prigione, trasmette dirette online mentre tenta di ridare vita a oggetti abbandonati: schede madri, hard disk, circuiti, componenti elettronici ormai scartati.
Ma la riparazione, nel romanzo di Ruggiu, non è mai soltanto tecnica. Ogni gesto compiuto da Fixer davanti alla telecamera diventa il riflesso di una ferita più profonda. L’uomo non sta provando soltanto ad aggiustare macchine rotte: sta tentando, senza riuscirci davvero, di aggiustare se stesso.
È qui che il libro intercetta uno dei grandi temi del nostro tempo: la promessa della tecnologia come compensazione della solitudine. Fixer cerca pubblico, notifiche, like, attenzione. Vuole essere visto e ascoltato, ma la connessione digitale si rivela progressivamente un palliativo insufficiente, incapace di colmare il vuoto della relazione umana. La rete gli restituisce presenze intermittenti, non legami autentici.
La svolta narrativa arriva durante una riparazione in diretta, quando Fixer si ferisce alla mano. Da quel momento il confine tra realtà, memoria, allucinazione e trasformazione interiore comincia a cedere. Il dolore fisico si mescola a scariche, automatismi, compulsioni e perdita di controllo. Il garage diventa una scena mentale, quasi rituale. Le notifiche assumono un valore inquietante. La tecnologia, da strumento, sembra trasformarsi in forza estranea, meccanica, disumanizzante.
In questa prospettiva, “L’identità dell’anima” può essere letto anche come un romanzo sull’epoca dell’intelligenza artificiale: non perché racconti semplicemente una macchina intelligente, ma perché interroga il punto decisivo della nostra contemporaneità. Che cosa resta dell’identità personale quando l’essere umano si specchia continuamente nei dispositivi, nei dati, negli schermi, negli algoritmi e nei propri doppi digitali?
Il tema del “doppio” attraversa infatti il cuore del romanzo. Fixer si confronta con una versione altra di sé, proiettata nello spazio digitale e alimentata da memoria, colpa, desiderio di riconoscimento e bisogno di controllo. La tecnologia diventa una soglia: attraverso email, monitor, hard disk, password e dirette online affiorano le parti sommerse della sua coscienza.
Il nucleo più drammatico riguarda il trauma familiare: il fallimento del matrimonio, la frattura con il figlio e il ricordo devastante di un gesto di rabbia che ha ferito proprio il bambino. Da quel punto, il romanzo si sposta sempre più dall’esterno all’interno. La vicenda non è più soltanto quella di un uomo che ripara oggetti, ma di una coscienza costretta a guardare la propria parte più oscura.
La falena che sbatte contro il neon diventa il simbolo più efficace di questa condizione: una creatura attratta dalla luce fino a consumarsi in essa. Come Fixer, attratto dalla visibilità digitale, dalla promessa di un pubblico, dalla possibilità di essere riconosciuto, ma incapace di distinguere la luce che salva da quella che brucia.
Il valore del romanzo di Ruggiu sta proprio in questa tensione: raccontare la tecnologia non come semplice scenario, ma come specchio deformante dell’anima. L’intelligenza artificiale, il digitale, la riproduzione tecnica dell’identità non cancellano le domande fondamentali dell’uomo. Le rendono, semmai, più urgenti: chi siamo quando nessuno ci guarda davvero? Che cosa significa essere riconosciuti? Una macchina può restituirci un’immagine, ma può restituirci anche una verità?
Il finale rimane aperto e inquieto. Fixer comprende che ciò che inseguiva non era il successo, né il pubblico, né la perfezione tecnica. La vera riparazione riguarda il legame umano tradito, soprattutto quello con il figlio. È lì che il romanzo colloca la sua domanda più profonda: nessuna tecnologia, nessun algoritmo, nessun doppio digitale può sostituire il confronto con la parte ferita di sé.
“Il romanzo di Gabriele Ruggiu – commenta Francesco Pungitore - ha il merito di usare la tecnologia non come semplice sfondo narrativo, ma come luogo simbolico in cui l’uomo contemporaneo si misura con la propria solitudine, con il bisogno di riconoscimento e con le fratture della propria identità. Ne L’identità dell’anima il digitale, le dirette online, gli schermi e il possibile doppio artificiale non sostituiscono l’umano: lo interrogano. Ed è proprio qui che il libro diventa attuale, perché nell’epoca dell’intelligenza artificiale la domanda decisiva non è soltanto che cosa possano fare le macchine, ma che cosa resta dell’uomo quando cerca negli algoritmi una risposta alla propria ferita interiore”.
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