
di CATERINA MURACA
Il sipario del Cinema Teatro Comunale si è alzato questa sera su “Viso di Primavera”, restituendo al pubblico catanzarese uno spettacolo intenso, capace di trasformare parola e musica in un’esperienza emotiva profonda e condivisa.
La performance, firmata da Domenico Dara e Peppe Fonte con la regia di Francesco Mazza, ha dato vita a un "dialogo" tra Cesare Pavese e Piero Ciampi, due figure lontane ma sorprendentemente vicine per sensibilità e visione del mondo. In scena, questo incontro impossibile si è tradotto in un racconto attraversato da dolore, memoria e desiderio di vita, in un continuo equilibrio tra letteratura e canzone.
Il cuore dello spettacolo è stato proprio l’intreccio tra la narrazione di Dara e l’interpretazione musicale di Fonte, che ha portato sul palco sei brani di Ciampi – L’incontro, Tu no, In un palazzo di giustizia, Tu con la testa io con il cuore, Viso di primavera, Disse: “Non Dio, decido io”. Le canzoni non hanno fatto da semplice accompagnamento, ma hanno dialogato con il racconto, amplificandone i passaggi più intimi e dolorosi.
Attraverso la voce di Dara, la vita di Pavese è emersa in tutta la sua complessità: l’infanzia segnata da una perdita precoce e da un ambiente familiare rigido, il suicidio dell’amico più caro, il rapporto difficile con le donne amate e mai ricambiate – Olga, Tina, Fernanda, Constance – fino a quel senso di solitudine che lo ha accompagnato per tutta la vita. La sua depressione, quel “male di vivere” che lo attraversava fin dall’adolescenza, ha trovato spazio nel racconto scenico come una presenza costante, culminata nel tragico epilogo del 27 agosto 1950.
Uno degli interrogativi più profondi che lo spettacolo ha restituito riguarda proprio il passaggio dall’infanzia all’età adulta: per Pavese, quel confine coincideva con l’incontro con le donne, con l’esperienza dell’amore e, soprattutto, con la scoperta della sua impossibilità.
Su questa linea si innestano perfettamente i testi di Ciampi, che hanno fatto da contrappunto emotivo. Nelle sue canzoni emerge lo stesso struggimento: l’amore cercato e mancato, la difficoltà di essere compresi, il senso di marginalità. Brani come Viso di primavera hanno evocato immagini di bellezza fragile, destinate a incrinarsi sotto il peso della realtà, mentre altri hanno restituito una voce ruvida, disincantata, ma profondamente umana.
La regia di Mazza ha scelto la via dell’essenzialità, lasciando spazio agli interpreti e alla forza dei contenuti. Ne è nato uno spettacolo costruito sulla verità grazie ad un linguaggio diretto e sincero.
Al centro di tutto, la fragilità: non come debolezza, ma come chiave per comprendere l’esistenza. È questa la dimensione che ha unito Pavese e Ciampi e che lo spettacolo ha saputo restituire con maggiore intensità, trasformando il dolore in materia viva, condivisa.
La serata ha assunto anche un valore che va oltre il teatro. L’intero incasso sarà destinato al Centro Calabrese di Solidarietà, rendendo la partecipazione del pubblico un gesto concreto di sostegno verso chi vive condizioni di disagio e dipendenza.
“Viso di Primavera”: un racconto che attraversa le fragilità umane e le restituisce come possibilità di incontro, consapevolezza e, forse, rinascita.
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