Ama Calabria, a Catanzaro la commedia noir “Il Padrone”: l’intervista a Nancy Brilli

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Ama Calabria, a Catanzaro la commedia noir “Il Padrone”: l’intervista a Nancy Brilli


  19 febbraio 2026 10:18

di CARLO MIGNOLLI

Ironica, tagliente, profondamente umana: Nancy Brilli torna protagonista a teatro con Il padrone, una commedia noir che diverte per le sue situazioni al limite del grottesco, tiene incollati alla poltrona grazie a una suspense costante e, allo stesso tempo, riesce a regalare momenti di autentica tenerezza e di forte indignazione morale. Uno spettacolo che gioca abilmente sull’equilibrio tra riso e inquietudine, mettendo lo spettatore davanti alle contraddizioni più scomode dell’animo umano.

Lo spettacolo va in scena il 21 febbraio alle ore 21:00 al Teatro Comunale di Catanzaro, all’interno della stagione teatrale di Ama Calabria, diretta da Francescantonio Pollice. Scritto da Gianni Clementi e diretto da Pierluigi Iorio, Il padrone vede in scena, accanto a Nancy Brilli, Fabio Bussotti e Claudio Mazzenga, con scene di Alessandro Chiti, costumi di José Lombardi e un impianto visivo che accompagna e amplifica la tensione della vicenda.

La storia affonda le sue radici in una pagina dolorosa della storia italiana: con l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938, molti ebrei furono costretti a intestare i propri beni a prestanome fidati. È così che Marcello e Immacolata Consalvi si ritrovano improvvisamente ricchi, proprietari di case e negozi appartenenti al loro padrone, deportato e dato per disperso. Ma nel 1956, in una Roma insolitamente innevata, proprio quando la nuova condizione sociale sembra ormai consolidata, il padrone torna a bussare alla porta per reclamare ciò che è suo.

Da qui prende corpo un crescendo drammaturgico fatto di paure, esitazioni e scelte estreme. Immacolata, personaggio centrale e spietatamente lucido, rifiuta l’idea di rinunciare a quella vita conquistata quasi per caso e trascina il marito in una spirale claustrofobica, fino a immaginare l’eliminazione dell’uomo come unica via d’uscita. Colpi di scena e ribaltamenti conducono lo spettatore verso un finale sorprendente, che lascia spazio a una riflessione amara sulla responsabilità individuale e sulla sottile linea che separa vittime e carnefici.

Attrice romana, classe 1964, vincitrice del David di Donatello per Piccoli equivoci, Nancy Brilli porta in scena tutta la sua esperienza tra cinema, televisione e teatro, dando vita a un personaggio complesso, mai univoco, capace di far sorridere e inquietare nello stesso istante.

In questa intervista l’attrice racconta la genesi dello spettacolo, il lavoro sul testo e sul personaggio di Immacolata, il fascino della commedia noir e il valore, ancora attuale, di una storia che costringe a fare i conti con la memoria, l’avidità e le scelte morali di ogni tempo.

 

L’INTERVISTA

Lo spettacolo Il padrone arriva a Catanzaro dopo aver riscosso molto successo nei teatri italiani in questo ultimo periodo. Che tipo di viaggio emotivo vive lo spettatore in questa commedia noir che mescola ironia, suspense e anche momenti di forte indignazione morale?

«Intanto lo spettatore deve seguire la storia, perché è una cosa che a volte si perde nel teatro contemporaneo: il voler raccontare delle storie. Noi raccontiamo un fatto che avviene e bisogna vedere come va a finire, e già questo è importante. In più lo spettacolo è molto divertente e offre anche degli spunti di riflessione, per cui uno spettatore può goderlo fino in fondo».

Che tipo di viaggio ha vissuto entrando nei panni di Immacolata, un personaggio complesso che ha definito molto diverso da lei?

«Immacolata è senza possibilità di redenzione: è una donna cattiva, egoista, sfrenatamente ambiziosa, un’arrampicatrice sociale che non si ferma minimamente davanti allo sfruttamento delle persone, come l’amico del marito, per il proprio tornaconto personale. Ha un’unica debolezza, che è quella della figlia, che ama teneramente, ma che comunque non la fermerà nell’agire in maniera spropositata. Affrontare un personaggio così significa andare a fondo nel meandro di un animo».

La pièce affronta una pagina storica delicata come quella delle leggi razziali, filtrandola attraverso il grottesco e il paradosso. Crede che il teatro abbia ancora oggi il compito di “disturbare” le coscienze?

«Certo che sì. Questi personaggi dicono e fanno cose non condivisibili, per cui lo spettatore si deve mettere di fronte alla domanda: “Ma io che cosa avrei fatto?”».

Parlando del testo di Gianni Clementi e della regia di Pierluigi Iorio, quanto è stato importante per un’attrice come lei il lavoro di squadra in uno spettacolo così calibrato?

«Moltissimo, come del resto lo è sempre in tutto ciò che fa parte dello spettacolo dal vivo, ma anche nei film, nel cinema, in televisione. Sono lavori di gruppo, dove l’individuo fa parte di un sistema che, se non funziona, non funziona proprio perché tante parti non vanno. Io ho talmente creduto in questo progetto che l’ho anche coprodotto, per cui faccio anche l’impresaria. Lavorare con il regista e lavorare con l’autore è fondamentale».

Nel corso degli anni il testo de Il padrone ha avuto diverse messinscene e c’é stato un lavoro di adattamento rispetto alla versione originale del 2007. In che modo è cambiata la struttura dello spettacolo?

«Si, è stato fatto anche un adattamento. La commedia del 2007, che vinse moltissimi premi, era stata portata in scena così com’era stata scritta, cioè a quadri: buio-luce, buio-luce, si chiudeva una scena e ne iniziava un’altra, non necessariamente legata temporalmente. Invece qui è stato fatto un discorso di continuità, di quattro giorni in cui succedono i fatti».

Nella sua carriera sente di essere arrivata a un punto preciso o è ancora un percorso in evoluzione?

«Nessun ruolo mi ha cambiata completamente. Tutti hanno aggiunto un pezzo e mi sembra di essere a buon punto, ma non sono arrivata da nessuna parte, nel senso che questo è un lavoro in cui di volta in volta si aggiungono pezzetti: cose che non sapevi, cose nuove. Anche esperienze particolari come Ballando con le stelle: mi sono portata a casa il fatto di aver imparato a ballare, cosa che non avevo mai fatto, a volte persino a testa in giù. Penso anche a Pechino Express».

Un’esperienza molto diversa, immagino

«Sì, Pechino Express è stata una cosa diversa, lì era una gara. Entrambe esperienze molto faticose. Tra l’altro Pechino l’ho fatto proprio con Pierluigi Iorio, amico e direttore dello spettacolo “Il padrone”. È faticosissimo: visto dalla televisione non si può capire. A un certo punto era come se avessi inserito un file nella testa: correre, correre, correre, solo questo».

C’è un incontro, sul set o sul palcoscenico, che considera particolarmente decisivo per la sua crescita umana?

«Tanti. Ho avuto la fortuna di lavorare con moltissimi attori di grandissimo talento che hanno fatto la storia del cinema, ma forse, anche per affetto personale, direi Gigi Proietti».

Torna ancora una volta in Calabria. Che tipo di accoglienza trova ogni volta da questo pubblico?

«Il pubblico è fantastico. In passato ho avuto anche a che fare con registi che dicevano: “A me del pubblico non me ne frega niente”. A me invece interessa per primo, perché non si capisce perché uno faccia questo mestiere se non lo fa per il pubblico. Vedere che la platea ride, si emoziona con te, è il regalo più grande di questo lavoro. Poi ci sono le mie meravigliose signore: ho questa grandissima fortuna di piacere alle donne, che non è scontato. E siccome sono le donne che scelgono di andare a teatro, di andare al cinema, che accendono la televisione, va benissimo così. Mi piace che riescano a rispecchiarsi in me, in quello che faccio, e che si sentano conosciute».

Quanto é importante per le nuove generazioni essere educati con il teatro?

«E poi bisogna avvicinare i giovani al teatro, perché i giovani non sanno che il teatro può piacergli. Quando vengono scoprono un mondo. Io ricordo che da ragazzina mi portarono a vedere Edipo re: una noia infinita, fatta senza pensare a un linguaggio per ragazzi. In quel modo perdi il pubblico. Invece, se vedono spettacoli che scoprono e che piacciono loro, è tutta un’altra cosa. Non devono essere forzati».

Secondo lei il teatro dovrebbe essere insegnato nelle scuole?

«Sì, assolutamente sì. C’è un’overdose di esposizione: con i social siamo tutti dappertutto, in ogni momento, ma non c’è un vero riscontro con l’altro. È una cosa un po’ narcisistica, dove ognuno parla a se stesso. Il teatro invece ti insegna proprio questo: ad avere considerazione dell’altro. In un mondo che manca di ascolto, dove tutti parlano e pochi ascoltano, bisognerebbe fare un lavoro di questo tipo».

Un’ultima curiosità: lei ha fatto tantissimo cinema, ma se dovesse scegliere tra cinema e teatro?

«Li amo entrambi e non riesco a scegliere. Sono due modi di comunicare completamente diversi e importantissimi allo stesso modo. In teatro la voce e il corpo raccontano, nel cinema c’è il primo piano, e con le microespressioni puoi raccontare un mondo».


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.