
di CARLO MIGNOLLI
Per la prima volta ospite delle stagioni teatrali di Ama Calabria, Sergio Assisi arriva a Lamezia Terme con Mi dimetto da uomo, spettacolo di cui è autore, interprete e regista. L’appuntamento è fissato per venerdì 27 febbraio alle ore 21.00 al Teatro Grandinetti, all’interno della stagione diretta artisticamente da Francescantonio Pollice.
Scritto insieme a Simone Repetto e interpretato accanto a Giuseppe Cantore, lo spettacolo è prodotto da Good Mood Produzioni srl e si muove sul crinale sottile tra narrazione intima e satira di costume. Assisi si presenta al pubblico senza filtri, abbattendo sin dalle prime battute la quarta parete, per condividere dubbi, fragilità e domande che appartengono a tutti.
In un mondo che sembra aver smarrito i propri punti di riferimento, il protagonista si fa giullare contemporaneo: racconta, scherza, riflette, alternando ironia e malinconia in un flusso affabulatorio che coinvolge direttamente la platea. Sul palco si analizzano abitudini e contraddizioni, sogni e miserie dell’essere umano, nel tentativo ostinato di aggrapparsi alla bellezza, all’amore, alla poesia.
Ma a interrompere questo percorso arriva un’entità imprevedibile e irriverente: uno spiritello che incarna la coscienza critica, pronto a svelare verità scomode e a inchiodare il protagonista ai suoi limiti. Ne nasce un confronto serrato, una lotta continua tra alto e basso, ideale e realtà, che cambia ogni sera anche grazie alla partecipazione emotiva del pubblico.
Mi dimetto da uomo è uno spettacolo che fa ridere, commuove e invita a riflettere, lasciando aperta una domanda tanto semplice quanto radicale: è ancora possibile riconoscersi, oggi, in questa immensa e contraddittoria tribù che chiamiamo umanità? Sergio Assisi si è raccontato ai nostri microfoni attraverso una bella intervista, parlando dello spettacolo, della società di oggi e dell’importanza del teatro.
L’INTERVISTA
Mi dimetto da uomo arriva in Calabria. Partirei proprio dal titolo: è forte, quasi provocatorio. Da quale urgenza personale e artistica nasce una domanda così radicale?
«È una domanda che nasce dall’osservazione di ciò che ci circonda. Basta guardarsi intorno, vedere quello che accade nel mondo. Le persone che hanno una certa sensibilità, come me, soffrono. A un certo punto viene il dubbio: dimettersi da uomo, cioè dimettersi dall’essere umano. Ti viene voglia di dire: io non faccio parte di questa razza, non voglio farne parte. Il titolo nasce da qui ed è volutamente provocatorio. Alla fine è il pubblico, che rappresenta il resto del mondo, a decidere se sentirsi parte del progetto oppure no. Se farmi dimettere da uomo o non farmi dimettere da uomo. Decide il pubblico. Anche perché, se non si riconoscesse in ciò che racconto, allora dovrebbe dimettersi anche lui».
Lei è autore, interprete e regista dello spettacolo. Come ha costruito questo personaggio che oscilla tra cinismo, bisogno di bellezza e satira?
«In realtà affonda tutto nelle mie radici, nei miei pensieri, nelle mie emozioni. Il punto di partenza è il racconto della vita di un artista, quindi di me, ma non solo di un attore: anche di un semplice essere umano».
Quanto c’è di autobiografico e quanto diventa universale?
«Racconto alcuni eventi della mia vita, il percorso che mi ha portato al pubblico e al successo televisivo, ma quello è solo un avvio. Serve per arrivare a temi universali, trattati in modo leggero e ironico, con qualche momento di approfondimento. Siamo a teatro e bisogna usare i mezzi del teatro: io credo che con il sorriso e l’ironia si arrivi molto più lontano che con la rabbia o la polemica nuda e cruda».
Il pubblico ha un ruolo centrale nello spettacolo?
«Sì, perché il pubblico diventa me e io divento il pubblico. Siamo tutti sulla stessa barca. Io cerco di fare al meglio il mio ruolo per farla andare avanti, mentre altri pensano di esserne fuori. Ed è lì che la barca va alla deriva».
È questa la magia del teatro?
«Esattamente. Questo rispecchiarsi continuo. Il pubblico è fondamentale anche perché ogni sera lo spettacolo cambia. Non in termini di applausi o risate, ma proprio nella sua natura: può diventare intimista oppure più ironico. A Napoli, per esempio, dopo repliche molto partecipate, una sera il pubblico era in silenzio totale. Pensavamo non ci fosse risposta, invece alla fine erano tutti lì, immobili, ad applaudire. Quella sera lo spettacolo è diventato più crudo, meno comico delle altre sere. Dipende tutto dall’energia che si crea».
Possiamo definirlo uno spettacolo sperimentale?
«Assolutamente sì. Non ha una comicità matematica, non è cabaret, non è stand-up, non è la classica commedia. Le stesse battute producono reazioni diverse a seconda del luogo, dell’orario, del pubblico. È sperimentale nella sua struttura, non nei temi: parliamo di desideri, sogni, vita quotidiana. Temi che riguardano tutti».
In scena compare anche uno “spiritello” irriverente, interpretato da Giuseppe Cantore. È una coscienza, un alter ego?
«È l’altra parte di noi. C’è chi la chiama coscienza, chi alter ego, chi spiritello. È quella voce che abbiamo dentro continuamente: ciò che pensiamo e poi non facciamo, o ciò che facciamo mentre vorremmo fare altro. È semplicemente l’altra parte di noi che coesiste dentro di noi».
Lei ha attraversato cinema, televisione e teatro. Dove si sente più a suo agio?
«Il teatro ti dà un’energia istantanea, tangibile. Il pubblico è lì, a due metri da te. Ti nutre, ma può anche toglierti energia: è stancantissimo, però è una soddisfazione unica».
E il cinema e la televisione?
«Il cinema per me è divertimento e comunicazione, ma con tempi diversi: fai un film e lo vedi dopo un anno e mezzo. Il teatro invece ti restituisce tutto subito. Oggi, però, non mi sento più del tutto a mio agio con la televisione. Io mi considero un commediante, nel senso più alto del termine. La commedia è una forma d’arte straordinaria e l’Italia l’ha insegnata al mondo, ma l’abbiamo persa».
Cosa non le piace del modo di fare televisione oggi?
«La televisione oggi punta molto sulla sofferenza, sul dolore. Non fa per me. Io credo nella commedia come strumento di comunicazione. Far sorridere non significa essere superficiali. Il mondo è duro, sì, e proprio per questo bisogna anche offrire la possibilità di sorridere, non solo di soffrire».
Nello spettacolo emerge un’umanità spaesata. Qual è oggi, secondo lei, la fragilità più grande dell’essere umano?
«La paura. C’è una frase nello spettacolo che amo: per essere felici ci vuole coraggio. Oggi non c’è più il coraggio di essere felici. C’è solo la paura: impaurire tutti, soprattutto i giovani, renderli fragili, incapaci di avere coraggio. Così cresce il disagio, avanza il nulla».
Questo è il suo primo incontro con le stagioni di AMA Calabria. Che significato ha per lei arrivare in Calabria con uno spettacolo così intimo?
«Amo il Sud, non per campanilismo, ma perché credo sia ancora una grande riserva di intelligenza, di sensibilità. Non so da dove venga, dalle radici forse, ma penso possa essere il punto da cui rinascere. Sono molto legato vostra regione perché mio padre aveva origini calabresi, la mia famiglia viene da Vibo Valentia. Quindi, in qualche modo, ho geni calabresi dentro di me. E poi è vero: un po’ di Sud lo trovi in ognuno di noi».
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