Bevacqua: "La paura, il sentimento che alimenta i conflitti ma anche le speranze"

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  05 maggio 2026 11:20

di ANTONIO BEVACQUA 

Dobbiamo soprattutto alla paura l’innesco dei conflitti umani. Quando un gruppo o una nazione percepiscono una minaccia alla propria sopravvivenza o identità, la paura attiva meccanismi di difesa che sfociano in aggressione: è quello che avviene anche in questi nostri giorni.

Ma c’è dell’altro. Sempre più spesso la paura viene utilizzata come arma politica e di propaganda. Creare l'immagine di un nemico serve ad esempio a compattare una popolazione, giustificando conseguentemente la violenza come difesa necessaria. Capita così che la paura riesca ad annullare la capacità di vedere l'altro come un essere umano e lo riduca ad una minaccia da eliminare. 

In ambito internazionale, poi, la paura si fa strumento di un pericoloso corto circuito per il quale uno Stato, proprio come sta avvenendo, aumenta le proprie difese per paura di un attacco, ma questo gesto alimenta la paura dello Stato vicino, che a sua volta si arma. Una spirale che, prima o poi, non può che condurre alla guerra: d’altra parte già Tucidide identificò nella paura che Sparta nutriva nella crescita di Atene la causa reale della guerra del Peloponneso. Strumentalmente, a servizio del potere, la paura può essere utilizzata per sospendere i diritti civili e ottenere consenso per operazioni belliche che, in tempi di pace, sarebbero inaccettabili.

La paura, inoltre, rende le persone disposte a sacrificare anche pezzi della propria libertà in cambio di una promessa di sicurezza. 

Oggi queste dinamiche vengono altresì amplificate dai media e dai social network, con l’effetto di diffondere un senso di ansia costante, rendendo la guerra un'idea familiare e quindi più probabile. Forse anche accettata. 

Viene perciò da chiedersi perché l’uomo avverta la paura e se tale sentimento sia eliminabile.

La risposta più plausibile è che siamo fatti così, è la natura umana, la scienza dice che la paura rappresenta una dotazione primaria e universale della nostra specie ed è funzionale alla nostra sopravvivenza. Grazie alla paura veniamo avvertiti di una minaccia, reale o percepita, e la stessa ci prepara a proteggerci. La predisposizione è dunque biologica. Ma non solo, c’è anche la componente, più complessa,  che è quella psicologica, legata all’angoscia che è generata dall’ignoto, piuttosto che dall’ansia causata dal pensiero di quanto di male possa capitarci e, ancora, dello smarrimento davanti al timore del fallimento nella realizzazione delle nostre vite o dell’invecchiamento.

Ma se è vero che sia proprio l'angoscia che si prova verso l'ignoto la forma più profonda di paura, la paura cioè del vuoto, cionondimeno va detto che tale sentimento ha costituto nel corso dell’esistenza il carburante invisibile dei grandi cambiamenti storici, agendo come forza che spinge le masse o a cercare stabilità o a ribaltare l'ordine esistente. Di volta in volta sono state prodotte soluzioni sfociate in autoritarismi, rivoluzioni, scoperte e progressi scientifici.

Oggi i rapidissimi cambiamenti come l’instabilità geopolitica, l’avvento dell’intelligenza artificiale e le crisi climatiche, sono vissuti degli uomini nella paura dell’ignoto con una reazione di chiusura difensiva verso ciò che viene percepito come una minaccia. Si tornano a realizzare muri, fisici, digitali e ideologici. Si cercano protezioni nei gruppi ristretti che espongono meno alla complessità del globale ed ecco sorgere i nazionalismi e i sovranismi. Si avverte una sempre maggiore nostalgia del passato immaginando il ritorno a un’epoca d'oro immaginaria dove le regole erano chiare e i confini definiti. Si oppone una certa diffidenza alla scienza ed alle nuove tecnologie, viste non come strumenti di liberazione ma come vettori di ulteriore incertezza (perdita di lavoro, controllo sociale, ecc.).

Tutto ciò alimenta climi di tensione e di sospetto, ottimi veicoli per i conflitti.

Attualmente i conflitti armati diretti tra nazioni rappresentano il rischio globale più urgente, la prova ne è che a livello globale gli investimenti in armamenti hanno raggiunto il massimo storico in tutti i continenti mentre la tenuta delle organizzazioni internazionali è messa a dura prova. Il rischio gravissimo di cui si parla è oramai associato alla follia di un'escalation nucleare. 

Per fortuna c’è anche chi sottolinea che la guerra non è un destino inevitabile e che proprio la consapevolezza di questo pericolo può e deve riattivare i canali della diplomazia e della mediazione. Mi accodo a questo parere e spero che anche questa volta la storia, rovistando nelle periferie del potere e delle religioni, faccia emergere, come spesso è accaduto in maniera inattesa, soggetti capaci di parlare ai blocchi contrapposti per trovare un terreno comune di sopravvivenza. Personalità che non fanno derivare il loro potere dalla forza militare o economica, ma da un'autorevolezza morale capace di risvegliare le coscienze delle popolazioni stanche di tanta tensione e dolore. Leaders che sappiano spiegare che sono altre le sfide che gli uomini devono affrontare contro i nemici comuni (cambiamento climatico, IA, pandemie, povertà) e che le guerre tra nazioni rappresentano un lusso che  non possiamo può più permetterci.


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