
di ANTONIO BEVACQUA
Oggi nel mondo sono attivi più di 50 conflitti armati nei quali sono coinvolti direttamente o indirettamente circa 90 Paesi, numeri che non si contavano dalla fine della seconda guerra mondiale, tanto da aver indotto Papa Francesco a definire tale condizione come quella della "terza guerra mondiale a pezzi".
Gli echi oramai quadriennali del massacro russo-ucraino e quelli in continuo tragico sviluppo che provengono dai teatri mediorientali giungono a noi coinvolgendoci e preoccupandoci, sorprendendoci in uno stato di sostanziale impotenza.
Senza voler usurpare temi che autorevolissimi pensatori hanno già trattato sotto i profili sociali, filosofici e teologici vorrei riportare alla memoria e condividere una riflessione avviata da Carl Sagan, uno dei più famosi astronomi, astrofisici, astrobiologi e astrochimici del secolo scorso, a margine della pubblicazione avvenuta nel 1990 della fotografia della Terra che fu scattata dalla sonda Voiager 1 quando il nostro pianeta si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza da questa. Sagan definì la nostra casa come un “Pale Blue Dot”, un pallido puntino blu, sospeso nelle sterminate distese cosmiche.
Dopo aver invitato a guardare nella foto quel puntino e spiegato che quel puntino “È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita”, Sagan aggiunge parole che non possono non far meditare ciascuno di noi proprio alla luce del dramma al quale stiamo assistendo: “Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio.”
E poiché come Sagan credo che “Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo”, ecco, se fosse possibile, immagino quanto sarebbe utile una missione spaziale con a bordo di una navicella tutti i leaders mondiali, sicuramente i più conflittuali, per costringerli a vivere anche loro quell’esperienza di Overview Effect (effetto della veduta d'insieme) che gli astronauti ben conoscono e che quando la riferiscono la traducono in uno stato di meraviglia riguardante la percezione della vastità con la Terra stagliata nel vuoto cosmico che impone alla mente di ridefinire il proprio modello di realtà, inducendo ad una sorta di autotrascendenza che sperimenta la totale interconnessione con l'intera umanità e con il pianeta.
Da quella prospettiva sarebbe più facile per i governanti comprendere in particolare l’inesistenza delle frontiere, una fondamentale circostanza che porterebbe alla conclusione di come siano vacui i conflitti geopolitici in quanto prodotto di ridicoli costrutti mentali umani, mentre l’osservazione della Terra avverrebbe per quello che essa è, un puntino blu nello spazio, una minuscola e vulnerabile roccia che gira attorno alla sua stella a più di 100 mila chilometri orari, protetta solo da un sottile strato di atmosfera, che richiede dunque un immediato senso di responsabilità collettivo nell'urgenza di proteggerla.
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