Bruno Rachiele: “Noi giovani e la giustizia, una fiducia da ricostruire”

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Bruno Rachiele: “Noi giovani e la giustizia, una fiducia da ricostruire”


  21 febbraio 2026 00:58

di BRUNO RACHIELE 


Appartengo a una generazione che ha perso fiducia in molte istituzioni. Ma se c’è un’istituzione che deve restare credibile, è la Giustizia. La giustizia dovrebbe essere equa, imparziale, veloce e soprattutto responsabile. Tuttavia, oggi molti giovani si chiedono: è davvero così? Nei telegiornali vediamo spesso casi in cui un vandalo, uno spacciatore o chiunque altro commetta un reato non arriva a una condanna rapida o concreta, tra archiviazioni, prescrizioni e lungaggini processuali. Allo stesso tempo assistiamo a situazioni in cui un poliziotto, che in un momento di pericolo utilizza l’arma, viene automaticamente iscritto nel registro degli indagati e mandato a processo. La percezione diffusa è che il sistema sia più rapido nei confronti di chi difende lo Stato rispetto a chi lo viola. In Italia giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine: la magistratura. Hanno la stessa carriera, possono passare dal ruolo di PM a quello di giudice e viceversa, e sono governati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Questo porta a una domanda legittima: se accusa e giudice fanno parte dello stesso “corpo”, il sistema è davvero bilanciato? Non si tratta di attaccare i magistrati o di metterne in discussione la professionalità. Si tratta di interrogarsi sulla struttura del sistema e sulla sua capacità di garantire equilibrio. La proposta di separazione delle carriere, già presente da decenni in Paesi come Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna e persino in Russia prevede percorsi distinti per giudici e pubblici ministeri. Con questa riforma non sarebbe più possibile passare da PM a giudice: si rafforzerebbe così il principio del giudice terzo, realmente imparziale. Un altro tema centrale è quello della responsabilità. Se un magistrato sbaglia, paga? Attualmente i magistrati rispondono disciplinarmente davanti al CSM e possono subire richiami, sospensioni o, nei casi più gravi, l’espulsione. La responsabilità civile è indiretta: è lo Stato a risarcire eventuali danni, con denaro pubblico, e solo successivamente può rivalersi sul magistrato, cosa che accade raramente. Questo alimenta l’idea che, quando la giustizia sbaglia, il costo ricada principalmente sui cittadini e che le conseguenze personali per chi ha commesso l’errore siano limitate o non sempre proporzionate. La riforma, dunque, non nasce come un attacco alla magistratura, ma come un tentativo di rafforzare l’idea del giudice terzo, aumentare la fiducia dei cittadini e rendere più chiaro il ruolo dell’accusa. Non si tratta di essere contro qualcuno. Si tratta di chiedere una giustizia che sia percepita come giusta. Perché quando un giovane perde fiducia nella giustizia, perde fiducia nello Stato. La questione non è stabilire se i magistrati siano bravi o meno. La questione è se il sistema garantisca davvero equilibrio, responsabilità e trasparenza. Se una riforma può contribuire a rafforzare questi principi, allora merita di essere discussa seriamente. Non per ideologia, ma per fiducia nello Stato.


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.