
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
.."Avvocato mi dicono che se voglio la capitalizzazione devo intestarmi la casa!"
Ennesima situazione assurda da parte di chi dovrebbe adottare tutte le accortezze per proteggere e invece espone a pericolo certo.
È quanto accade ancora oggi a un collaboratore che deve fuoriuscire dal circuito della protezione dello Stato dopo aver dato tutto il suo passato criminale nelle mani della"giustizia".
C'è qualcosa di paradossale, e persino inquietante, nella gestione della capitalizzazione dei collaboratori di giustizia. Lo Stato mette a disposizione le risorse per consentire loro di acquistare una casa e ricostruire una vita, ma pretende che l'immobile venga intestato proprio a chi, per ragioni di sicurezza, dovrebbe rimanere il più possibile invisibile.
Il risultato? Attraverso la pubblicità immobiliare, le generalità del collaboratore possono essere collegate a un determinato immobile. Un'informazione che, in determinate circostanze, può diventare preziosa per chi ha interesse a rintracciarlo. E quando si parla di organizzazioni mafiose, non si può ignorare il significato di una simile esposizione.
Non è una questione nuova. Già nell'agosto 2024 Piera Aiello, intervistata da Antimafia Duemila, denunciava le difficoltà dei collaboratori, i ritardi nel cambiamento delle generalità e le contraddizioni dei progetti di vita. Oggi, però, c'è un ulteriore elemento: la richiesta di intestazione personale degli immobili, anche in presenza di debiti tributari, con il rischio di esporre la casa alle iniziative dei creditori.
Eppure, su questo specifico aspetto, la giustizia amministrativa è già intervenuta.
Con la sentenza n. 8972 del 9 maggio 2025, il TAR Lazio ha escluso che la capitalizzazione possa essere subordinata all'intestazione personale dell'immobile quale garanzia per i debiti tributari. Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 9557 del 4 dicembre 2025, ha dichiarato inammissibile l'appello del Ministero, precisando anche i limiti entro i quali dovrà essere eventualmente affrontata la questione della compensazione nella successiva fase di liquidazione.
E allora perché questa prassi continua a destare preoccupazione?
Il Servizio Centrale di Protezione è l'interlocutore istituzionale dei collaboratori, persone che si trovano in una condizione di particolare dipendenza dal sistema di tutela. Non possono scegliere liberamente come gestire ogni aspetto della propria esistenza, né possono permettersi di ignorare le indicazioni ricevute dagli organismi preposti alla loro protezione.
Ma una cosa dovrebbe essere elementare: la casa destinata al reinserimento non può trasformarsi in uno strumento per rendere identificabile chi dovrebbe essere protetto.
Non stiamo parlando di una semplice violazione della riservatezza. Stiamo parlando di persone che hanno contribuito a disarticolare organizzazioni criminali, che hanno indicato complici, affari, mandanti e responsabilità. Persone che, per questo, possono continuare a essere esposte alla vendetta mafiosa anche a distanza di molti anni.
La vicenda di Marcello Bruzzese, assassinato a Pesaro nel dicembre 2018, dovrebbe essere un monito che nessuna istituzione può permettersi di dimenticare.
La mafia non dimentica. E soprattutto sa aspettare.
Per questo una procedura che consenta di collegare le generalità di un collaboratore a un immobile non è una banalità amministrativa. Può diventare un'informazione utile a chi cerca di individuarlo.
Lo Stato deve proteggere i collaboratori, non fornire involontariamente alla criminalità organizzata un assist per rintracciarli.
Non occorre immaginare accordi o strategie occulte per comprendere la gravità di una simile contraddizione. Basta guardare agli effetti concreti di determinate prassi e chiedersi se chi le applica abbia realmente compreso cosa significhi proteggere una persona che ha scelto di collaborare.
La capitalizzazione dovrebbe rappresentare l'uscita dalla precarietà, non l'inizio di una nuova esposizione. E la possibilità di acquistare una casa dovrebbe significare finalmente avere un luogo in cui vivere, non offrire a chi vuole vendicarsi un possibile punto di partenza per rintracciare una vittima.
Perché se un collaboratore, dopo aver aiutato lo Stato a combattere la mafia, diventa riconoscibile proprio attraverso gli strumenti che dovrebbero consentirgli di ricominciare, allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non siamo più soltanto davanti a una disfunzione del sistema di protezione. Siamo davanti a un rischio per la vita delle persone. E questo è un assist alla mafia che lo Stato non può permettersi di offrire.
*Avvocato
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