
di CLAUDIO MARIA CIACCI
Il carovita e l’asfissiante impennata del caro-gasolio non sono figli del caso o di una congiuntura astratta, ma il risultato lineare, freddo e disastroso di scelte politiche illogiche e scellerate. In Calabria la realtà non permette più giri di parole: l'economia reale è all'asfissia e chi ne paga le conseguenze più amare sono le famiglie, nuclei familiari che già prima facevano i salti mortali per far quadrare i conti e che oggi si trovano di fronte alla disperazione di chi ha ben poco, o quasi nulla, da mettere a tavola.
Dalle aree interne a vocazione agricola fino alle arterie della logistica e lungo tutte le nostre coste, l'intero tessuto produttivo è sotto attacco, con agricoltori, autotrasportatori, venditori ambulanti, piccole Partite IVA e pescatori che combattono ogni giorno una battaglia impari contro costi di gestione diventati insostenibili, mentre all'altra estremità della catena il consumatore finale viene letteralmente stritolato. Questa spirale di rincari e di incertezza ha una causa ben precisa, ossia l'assoggettamento a logiche di guerra che non appartengono all'Italia: mentre il nostro Paese continua a dilapidare risorse pubbliche per finanziare e inviare continui pacchetti di armi e aiuti economici a un conflitto estero da cui i nostri cittadini non traggono alcun beneficio, qui la gente non arriva alla fine del mese e si continuano a destinare miliardi all'estero, alimentando le speculazioni sull'energia e sul gasolio anziché impiegare quelle stesse risorse per calmierare i prezzi dei beni di prima necessità e difendere la nostra sovranità economica.
A questo proposito sorge spontanea una domanda che merita una risposta chiara ed esplicita, ossia come mai la nazione che ha sponsorizzato questa guerra e che per prima ha preteso e invocato le sanzioni, oggi metta da parte quelle stesse sanzioni per acquistare carburante e risorse energetiche proprio dalla Russia, lasciando aperta la questione sul perché noi italiani si debba continuare a rifornirci da intermediari terzi che ci rivendono lo stesso carburante a prezzi gonfiati ed esorbitanti anziché procedere ad acquisti diretti dalla fonte per azzerare le speculazioni e tutelare l'economia nazionale. Guardando all'Europa, infatti, l'ipocrisia salta subito all'occhio perché mentre all'Italia si chiede il sacrificio delle sanzioni, l'Ungheria e la Slovacchia continuano a ricevere petrolio e gas russo via oleodotto sfruttando deroghe ufficiali, Paesi come la Francia, la Spagna e il Belgio continuano a importare ingenti quantitativi di Gas Naturale Liquefatto russo via mare registrando picchi di acquisto, e altre nazioni come la Grecia, l'Olanda, la Romania e Cipro continuano a far transitare carichi di idrocarburi o prodotti raffinati derivati da materia prima russa.
Mentre metà Europa continua pragmaticamente a fare affari con la Russia per proteggere le proprie industrie e il riscaldamento dei propri cittadini, all'Italia viene imposto di pagare il gasolio e l'energia alle stelle secondo una strategia fallimentare e priva di buonsenso che costringe la gente comune a scegliere quali alimenti tagliare dal carrello della spesa. In questo quadro di generale smarrimento, il colpo di grazia arriva da un'Unione Europea che sembra agire sistematicamente secondo la logica di un mondo al contrario dove l'agricoltura calabrese, il settore ittico e la filiera olivicola sono le prime vittime di un approccio ideologico che soffoca i nostri produttori con disciplinari asfissianti, burocrazia punitiva e vincoli ecologici dai costi altissimi, mentre si spalancano i confini comunitari alla concorrenza sleale di merci straniere prodotte senza regole, senza tutele per il lavoro e senza controlli fitosanitari e igienico-sanitari. È doveroso esprimere la massima vicinanza e solidarietà ai nostri pescatori, costretti a tenere le imbarcazioni ferme nei porti perché il prezzo del gasolio marino rende sconveniente persino prendere il largo mentre dai mari esteri arrivano prodotti di dubbia qualità che invadono le nostre tavole, rispecchiando esattamente quanto avviene nell'agricoltura e nell'olivicoltura locale per effetto di accordi commerciali internazionali come il Mercosur e dell'azzeramento dei dazi per l'importazione massiccia dal Nord Africa.
Un Olio Extravergine d'Oliva d'eccellenza, frutto del lavoro estenuante dei nostri agricoltori e di severe coltivazioni biologiche, viene svalutato e pagato alla fonte a cifre ridicole, intorno ai 4 euro al litro, quando il prezzo giusto per garantire la sopravvivenza della filiera non dovrebbe scendere sotto la soglia dei 10-12 euro al litro, per non parlare della sorte riservata ad altre colture agricole svendute dai produttori a cifre irrisorie di pochissimi centesimi al chilogrammo per poi ritrovarle sugli scaffali della grande distribuzione rivendute a prezzi esorbitanti, in un'iniqua speculazione che non aiuta nemmeno l'approvvigionamento dei mercati, tanto che ormai in molti supermercati si iniziano a vedere gli scaffali tristemente vuoti.
Così ci si ritrova in un paradosso intollerabile dove chi produce ricchezza sul campo o in mare lavora in perdita dall'alba al tramonto, gli autotrasportatori vedono il pieno di carburante trasformarsi in un lusso e le famiglie assistono impotenti all'aumento dei prezzi dei generi alimentari, alimentando una tensione sociale che ha superato il livello di guardia ed è esplosa nella disperazione della piazza, dove i blocchi stradali e i presidi dei lavoratori esasperati sono arrivati a paralizzare il territorio costringendo persino l'Università Magna Græcia a sospendere le lezioni e bloccando la mobilità.
Gli italiani non chiedono la carità di elemosine o sussidi a pioggia, ma il rispetto elementare per il proprio lavoro e la tutela della propria dignità, motivi per cui servono lo stop immediato al prosciugamento di denaro pubblico per guerre altrui, il ripristino di politiche energetiche pragmatiche ed egoisticamente nazionali, il taglio drastico e strutturale delle accise sul carburante per la trazione, l'agricoltura e la pesca, la protezione dei prezzi alla fonte per i prodotti locali e il ripristino di dazi ferrei contro le importazioni selvagge che svalutano il nostro Made in Italy, affinché chi governa esca dai palazzi, metta da parte i diktat europei e torni ad ascoltare la voce della strada e del mare prima che la Calabria e la sua gente vengano spinte definitivamente nel baratro dell'indigenza.
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