Carte svuotate con sms e falsi operatori, il giudice di pace di Catanzaro condanna Postepay a rimborsare

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Codacons: “Le frodi digitali non possono diventare una tassa occulta a carico dei consumatori”. Il Giudice di Pace di Catanzaro ha affermato un principio importante, non basta invocare codici e credenziali per scaricare la responsabilità sul cliente

  17 settembre 2026 16:15

 Una carta Postepay Evolution svuotata attraverso una frode digitale costruita con SMS apparentemente ufficiali, falsi operatori e procedure presentate come urgenti per mettere in sicurezza il rapporto. Una vicenda simile a tante altre, purtroppo, ma con un esito che merita attenzione: il Giudice di Pace di Catanzaro, Dott. Francesco Lecce, ha condannato Postepay al rimborso delle somme sottratte, oltre interessi e spese.

Quando una truffa passa attraverso l’uso di codici o credenziali, può bastare questo dato per addossare automaticamente ogni responsabilità al consumatore? Per il Giudice di Pace di Catanzaro, non è così. Chi gestisce strumenti elettronici di pagamento deve provare di avere adottato misure realmente idonee a garantire la sicurezza del servizio. Non basta dire che l’operazione sia passata attraverso una procedura di identificazione o che siano state utilizzate credenziali personali. Serve una prova concreta: l’intermediario deve dimostrare, nel caso specifico, di avere fatto quanto era necessario per proteggere il cliente da un rischio ormai noto e ricorrente. È questo il cuore della sentenza. Il consumatore non può essere trattato come l’unico presidio di sicurezza del sistema. Il cittadino comune, di regola, non ha competenze tecniche né strumenti adeguati per difendersi da frodi sempre più raffinate. L’operatore professionale, invece, immette sul mercato servizi digitali di pagamento, ne conosce i rischi, ne organizza il funzionamento e ne trae utilità economica.
Per questa ragione il rischio non può essere spostato automaticamente sulle spalle dell’utente.

“Questa sentenza — afferma il Codacons — sostiene un principio fondamentale: le truffe digitali non possono diventare una tassa occulta a carico dei consumatori.Quando una frode viene costruita simulando canali apparentemente ufficiali, con SMS, siti clone e telefonate di falsi operatori, non si può liquidare tutto con l’idea che il cliente avrebbe dovuto accorgersene”. Il punto, per il Codacons, non è garantire un rimborso automatico in ogni caso. È evitare l’automatismo opposto: quello per cui, appena risultano utilizzati codici o credenziali, il danno viene scaricato sempre e comunque sul cliente.
La colpa grave del consumatore deve essere provata. E deve essere provata davvero, non ricavata dalla sola circostanza che la frode sia andata a buon fine. La sentenza valorizza anche il tema del rischio professionale. Le frodi digitali non sono più episodi isolati. Sono fenomeni ricorrenti, prevedibili, spesso costruiti secondo schemi ormai riconoscibili: messaggi che segnalano presunte anomalie, link che riproducono ambienti grafici familiari, telefonate rassicuranti, procedure presentate come urgenti e necessarie per evitare il blocco del servizio.
In questo contesto, l’intermediario non può limitarsi a pubblicare avvisi generici contro il phishing. Deve dimostrare di avere predisposto presidi effettivi: sistemi di sicurezza adeguati, alert chiari, controlli sulle operazioni anomale, strumenti che consentano al cliente di verificare tempestivamente l’operatività e, quando possibile, bloccare o revocare operazioni fraudolente.
“È finito il tempo in cui, davanti a una carta svuotata, si poteva rispondere al cittadino con una scrollata di spalle e con la solita frase: ha inserito i codici, peggio per lui”, dichiara Francesco Di Lieto, vicepresidente nazionale del Codacons. “Se la tecnologia entra nella vita quotidiana di milioni di persone, la sicurezza non può diventare un lusso per esperti informatici. Deve essere una responsabilità di chi quei servizi li offre, li promuove e ne trae profitto”. “Il cittadino truffato non può essere trasformato due volte in vittima: prima dai criminali che gli svuotano la carta, poi da chi pretende di scaricargli addosso l’intero peso della frode”, prosegue Di Lieto. “La decisione del Giudice di Pace di Catanzaro ricorda un principio di civiltà giuridica: la colpa grave non si presume, si prova”.
Per i consumatori, il messaggio è chiaro: in caso di operazioni non autorizzate bisogna agire subito, bloccare la carta o il conto, presentare denuncia, contestare formalmente gli addebiti e chiedere all’intermediario di dimostrare quali misure abbia concretamente adottato per impedire o ridurre il rischio della frode. “Questa decisione — conclude il Codacons — non assolve i consumatori da ogni cautela, ma ricorda agli intermediari che la sicurezza dei pagamenti digitali è una responsabilità professionale. E quando quella sicurezza non viene adeguatamente provata, il conto non può essere presentato automaticamente al cittadino truffato”.