
"Le tre “R” della televisione pubblica sembrano essersi dissolte. Rai, Report, Ranucci: oggi ne è rimasta una sola. Non è il simbolo della famosa fabbrica dell’oro di Arezzo, ma quella di Ranucci. Anzi, potremmo ridefinire le 3 R : Rai Ranucci Rimosso. Non entro nel merito della vicenda giudiziaria per due precise ragioni: conosco personalmente Sigfrido Ranucci e ho avuto modo, in più occasioni, di condividere con piacere e onore con lui il parterre dei relatori in importanti iniziative, e sarei di parte; soprattutto, le indagini sono ancora in corso". Lo scrive in una nota Sergio Gaglianese, ideatore e fondatore dell'associazione LA TAZZINA DELLA LEGALITÀ.
"Proprio per questo non condivido questa campagna mediatica, né quella contro Ranucci né quella a suo favore. Entrambe, a mio avviso, rischiano di arrecare danni e di trasformare una vicenda giudiziaria in un processo mediatico.
La cosa che trovo più surreale è che, in Italia, sembra che in questo momento l’unico problema davvero importante sia diventato il caso Ranucci. Nel frattempo aumentano i costi dei carburanti, la sanità continua a vivere una situazione drammatica, ci sono guerre alle porte dell’Europa e questioni sociali ed economiche che meriterebbero ben altra attenzione. Eppure tutto sembra essere passato in secondo piano.
Detto questo, è legittimo chiedere conto a Sigfrido Ranucci dei suoi rapporti di amicizia con Lavitola, qualora questi abbiano avuto rilevanza nella vicenda. Ma da una responsabilità personale o da una scelta discutibile a farlo passare da vittima a complice, o addirittura a carnefice, ce ne passa. E tanto.
La presunzione di innocenza non può essere un principio da invocare solo quando ci fa comodo. Vale per tutti, anche per chi è un personaggio pubblico.
Quanto alla decisione di rimuoverlo, almeno allo stato attuale, dalla conduzione di Report, la considero una scelta quantomeno azzardata, per usare un eufemismo. E temo possa trasformarsi in un vero e proprio autogol per la Rai e per il Governo, perché rischia di produrre un effetto boomerang e di alimentare il sospetto che dietro questa decisione ci sia qualcosa che va oltre la vicenda giudiziaria.
E allora una domanda, esclusivamente personale, me la pongo: forse a qualcuno conviene silenziare un giornalista che, attraverso le sue inchieste, ha avuto il coraggio di scoperchiare pentole pericolose, arrivando al punto di vivere da diversi anni sotto scorta?
Non sto dicendo che questo lo renda immune da errori o da eventuali responsabilità. Nessuno è al di sopra della legge. Ma proprio per questo ritengo che debbano essere i fatti e la magistratura a stabilire le responsabilità, non il clamore mediatico.
Ranucci è, a mio avviso, uno dei pochi giornalisti che, insieme ad altri professionisti come Massimo Giletti, Riccardo Iacona e Michele Macrì, ha scelto di metterci personalmente la faccia, in TV - dove l'esposizione Mediatica è maggiore - affrontando temi scomodi e spesso rischiosi.
Se la Rai dispone di documenti e prove concrete che dimostrino responsabilità di Ranucci, li renda pubblici e li sottoponga nelle sedi competenti.
Diversamente, sarebbe grave dare l’impressione di aver emesso una sentenza prima ancora che a pronunciarsi sia l’autorità giudiziaria.
Non difendo Ranucci. Difendo un principio: prima i fatti, poi le responsabilità, infine i giudizi. E soprattutto difendo il diritto di un giornalista di fare il proprio mestiere senza che, ogni volta che tocca interessi o poteri scomodi, si debba temere che qualcuno voglia spegnere il microfono. Perché una democrazia forte non ha paura dei giornalisti che fanno domande. Ha paura del silenzio".
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797