Catanzaro, al Politeama "L'angelo del focolare" di Emma Dante: il ciclo infinito della violenza domestica

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images Catanzaro, al Politeama "L'angelo del focolare" di Emma Dante: il ciclo infinito della violenza domestica


  14 febbraio 2026 07:50

di CATERINA MURACA

L’angelo del focolare, spettacolo del 2025 scritto e diretto da Emma Dante, approda per la prima volta a Catanzaro al Teatro Politeama dopo il debutto al Piccolo Teatro di Milano. Al centro, il tema del femminicidio e della violenza patriarcale, affrontato con un linguaggio teatrale diretto e senza filtri.

Lo spettacolo si apre con un’immagine essenziale e fortemente simbolica: sulla scena ci sono solo due pantofole rosse. Poco dopo entra la moglie, interpretata da Leonarda Saffi, già a terra, morta. La sua condizione, però, viene immediatamente negata. Arriva la suocera, Giuditta Perriera, che la invita ad alzarsi: ci sono cose da fare, la casa da mandare avanti, altrimenti il marito si arrabbierà. La morte non interrompe la quotidianità, non produce alcuna frattura.

Il marito, interpretato da Ivano Picciallo, agisce come se nulla fosse accaduto. Il figlio, David Leone, continua a chiamare la madre, a reclamarne la presenza. Tutti fingono che la violenza non sia mai avvenuta. La casa diventa così il luogo della rimozione collettiva, dove l’omicidio viene cancellato e trasformato in routine.

La struttura dello spettacolo è quella di una ripetizione continua. La donna viene uccisa con un ferro da stiro, ma è costretta a rialzarsi ogni giorno per pulire, cucinare, subire umiliazioni e violenze. È un girone domestico da cui non si esce, in cui la pena si rinnova senza possibilità di redenzione.

Emma Dante inserisce anche il racconto dell’inizio della relazione. La donna si racconta sedicenne, spensierata, alla sua prima festa con le amiche. Quella che lei crede una storia d’amore è in realtà una seduzione che si trasforma in violenza. Pur intrappolata in un matrimonio segnato da abusi, trova conforto nei ricordi della giovinezza, simboli di libertà e innocenza, e nella determinazione a proteggere suo figlio. La sua lotta silenziosa non è solo per sopravvivere, ma per impedire che lui ripeta gli stessi errori, spezzando il ciclo di oppressioni e riaffermando la forza materna come gesto di speranza.

Da quella notte nascerà il figlio, che da adulto si definisce un “nessuno”: non è forte, non ha muscoli, non sa fare nulla se non cantare. La sua frustrazione si riversa sulla madre, che accusa persino di essere nato, attribuendole la colpa di quella sera in cui decise di "truccarsi e andare a ballare". 

Il marito è un uomo alcolizzato e inerte, che vive mantenendosi con la pensione della madre. Passa il tempo a cercare altre donne e insegna al figlio una visione predatoria dei rapporti, fondata sulla sopraffazione. In casa esercita un controllo fatto di umiliazioni continue, riducendo la moglie a una figura incapace e muta, a cui sono concesse solo due parole: “sì” e “sì”.

La figura della suocera incarna l’accettazione della violenza: difende il figlio anche di fronte all’evidenza, pur mostrando in una scena un’apparente presa di posizione, quando lo caccia di casa nel tentativo di salvare la donna. Un gesto che resta isolato e incapace di spezzare il meccanismo.

Il titolo dello spettacolo richiama ironicamente l’immagine dell’“angelo del focolare”, rovesciandone il significato e trasformando la donna in una figura imprigionata in un ruolo imposto, citazione deformata dell’immaginario di Max Ernst.

Il finale rompe improvvisamente il registro realistico. Tutti i personaggi, vestiti di bianco, danno vita a una danza sulle note di Alla fiera dell’Est. Un momento sospeso e ambiguo, che apre una domanda senza risposta: è la liberazione della donna o l’ennesima illusione? La scena resta aperta all’interpretazione dello spettatore.

Il pubblico del Politeama ha accolto lo spettacolo con lunghi applausi, segno di un forte coinvolgimento emotivo. L’angelo del focolare si conferma così un lavoro di grande impatto civile, capace di mettere in scena la violenza domestica come un sistema che si ripete, si tramanda e si nasconde dietro la normalità delle mura di casa.


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