Catanzaro, al Teatro Hercules debutta “Tibi e Tascia”: il grido dei bambini contro la società

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  08 aprile 2026 22:14

di CATERINA MURACA

Al Teatro Hercules di Catanzaro va in scena l’anteprima nazionale di “Tibi e Tascia, Coso e Cosa – le due anime calabresi”, uno spettacolo ispirato all’opera dello scrittore Saverio Strati, pubblicata nel 1959 e ambientata negli anni Trenta in un piccolo paese della fascia ionica.

Una produzione del Teatro di Calabria “Aroldo Tieri” che, sotto la direzione artistica di Francesco Mazza, porta sul palco una storia intensa di disuguaglianze, sogni e desiderio di riscatto, restituendo al pubblico una Calabria sospesa tra bellezza e contraddizioni.

"Tutti pensano che sia uno spettacolo fatto da bambini per bambini, ma probabilmente non è così", chiarisce Mazza, sottolineando fin da subito la profondità del progetto. Al centro della narrazione, infatti, non c’è solo l’infanzia, ma uno sguardo lucido e critico sulla società: "Strati volle evidenziare le discordanze della nostra terra: tanta bellezza, tanto amore, tanta poesia, ma anche l’essere visti come gli ultimi".

Un tema che, secondo il direttore artistico, resta ancora attuale. Da qui nasce la scelta di affidare proprio ai bambini il compito di raccontare e denunciare: "Facciamo in modo che siano i bambini a rimproverarci, a dirci che si ritrovano addosso una società che non è mai cambiata".

Lo spettacolo diventa così un monito potente, capace di arrivare in maniera diretta allo spettatore: "Se lo dicono i bambini forse questo messaggio arriva prima", spiega Mazza. Le domande che emergono in scena sono volutamente forti e spiazzanti, pensate per scuotere lo spettatore e portarlo a una riflessione profonda.

Attraverso la voce dei bambini vengono affrontati temi duri e universali, come le discriminazioni e la povertà, con una semplicità disarmante che colpisce proprio per la sua autenticità. I piccoli protagonisti si interrogano su dinamiche di ingiustizia e sofferenza, mettendo in discussione comportamenti e valori della società e arrivando a chiedersi, con innocenza ma anche con grande lucidità, perché esistano violenza e disuguaglianze e come sia possibile che, di fronte alla fame e al dolore, nessuno intervenga davvero.

Al centro della storia ci sono Tibi e Tascia, simbolo delle “due anime calabresi”. Da una parte chi sogna un futuro diverso, dall’altra chi è costretto alla rassegnazione. Tibi è quello che vuole cambiare, vuole imparare a leggere e scrivere per scoprire il mondo e ce la farà grazie all'aiuto di Don Michelino. Tascia invece prende coscienza che è una bambina e che il suo destino è accudire la sorella più piccola, rammendare e restare. Una realtà tutt'oggi ancora presente in molti paesi, anche quelli più vicini a noi.

Un dualismo che si riflette anche nella scelta linguistica, infatti i bambini parlano in dialetto e rappresentano una forma di abbandono, di rassegnazione. Chi parla in italiano invece non ha perso la speranza, crede che possa esistere un mondo migliore dove povertà e sofferenza non esistono sia per loro che per le loro famiglie.

Elemento distintivo della messinscena è proprio il cast composto da bambini, frutto di un lungo lavoro laboratoriale durato mesi: "È stato un viaggio nel bambino», spiega il direttore artistico, evidenziando l’impegno e la dedizione dei più piccoli: "Non è importante quello che troveremo alla fine dello spettacolo, ma il viaggio che abbiamo fatto insieme".

Un percorso intenso, reso possibile anche grazie al lavoro del regista Aldo Conforto: "Ha preparato questi bambini in maniera magistrale. Senza di lui probabilmente non saremmo riusciti a portarli in scena così".

Il risultato è uno spettacolo che ambisce a superare i confini locali per diventare universale. Dietro questo progetto c’è anche una motivazione personale profonda, legata proprio a Strati: "Quando lo incontrai mi disse che questa terra non meritava. Io vorrei smentirlo: questa terra è pronta a reagire".

E forse è proprio questo il senso ultimo di “Tibi e Tascia”: un invito a non restare indifferenti, a non voltarsi dall’altra parte, ma ad ascoltare – finalmente – la voce più sincera di tutte, quella dei bambini.


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