Catanzaro, Cimino: "Il Supercinema è tornato. E commuove"

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  01 ottobre 2026 18:46

di FRANCO CIMINO

Metti un giorno lungo nove anni, con il cielo poche volte chiaro e tante volte burrascoso. Un giorno fatto di mattine e di notti quasi sempre scure e senza luna.

Metti che, su quel cielo, in quel lunghissimo giorno, apparisse uno stretto fascio di luce al mattino e, nelle notti nere e tempestose, una sorta di fiammella di stelle. Quello che, nelle notti, fa paura se sei ancora fuori. E fa paura anche se pensi a quelli che sono ancora fuori e non sono tornati nelle loro case.

Metti che, in quel giorno lungo nove anni, si trovassero a passare per caso tre persone davanti a una saracinesca abbassata, dietro la quale una porta con i vetri lesionati, chiusa.

Metti che quella saracinesca desse su una stretta via, quasi sempre al buio. Quello del giorno in cui non scende mai la piena luce. Quello della sera senza lampioni.

Metti che quelle tre persone — una inciampando, un’altra ferma con la macchina in panne, e l’altra ancora nel suo cammino solitario e pensoso — si trovassero con gli sguardi negli occhi l’uno degli altri.

E che poi, dopo un silenzio infinito, durato un minuto o poco più, guardando quella saracinesca abbassata, dicessero:

«Ma perché non proviamo ad aprirla noi? Anche per vedere che cosa ci sta dietro».

Mettiamo che la serranda si fosse alzata da sola e che quella porta a vetri si fosse aperta di conseguenza.

E che, come richiamati da una voce forte proveniente dall’interno, i tre vi entrassero.

E scoprissero che, in quella sala buia, c’era stato per molti anni un cinema.

E poi, tra loro, dicessero:

«Ma pecchì ’on l’aprimu nui? Catanzaru è senza cinema ormai. U corsu è vacanta, i negozzi stannu chiudendu, i stradi su a lu scuru, i potichi chiudiru tutti, i scoli puru, l’università a iettaru ’nte na timpa, i guagghiuni sinda ijru luntanu. Senza cinema sta città s’ammuscia do tuttu e mora».

Parlarono così come gli venne.
In cuore e in dialetto.

«Ci vogliono soldi, intelligenza d’impresa e coraggio», dissero.

«La prima cosa, questa. Un imprenditore bello e coraggioso, intelligente e innamorato della Città».

Ci vuole pure…” 

Dissero a tre voci:

«Ma questo c’è. È tra noi!».

Bene. L’avevano riconosciuto subito.

Era lui: quello dell’auto in panne.

«Ci vuole, però, uno che di cinema se ne intenda. Che conosca il cinema e abbia esperienza di cinema. Insomma, un competente».

Si guardarono.

«Ma anche questo c’è. È qui, tra noi tre».

Bene. Si può aprire.

«No. Fermiamoci un attimo. Ma chi lo terrà aperto tutti i giorni? Chi ne curerà ogni aspetto, fisico, estetico, organizzativo? Chi proietterà i film? Chi starà alla biglietteria? Chi saluterà e intratterrà gli spettatori?

Ci vorrebbero dieci persone. E dove le troviamo?».

Si guardarono più a lungo, nel silenzio più lungo. Meno di un minuto.

«Ma non ce ne servono dieci. Ne basta uno. Bello, intelligente, volenteroso, riservato, un po’ timido. Uno che ami il cinema. Intelligente e curioso. Che ami Catanzaro. Buono e ironico. Che ami le persone.

E ce l’abbiamo già.

È qui, tra noi tre».

Erano Maurizio Mottola D’Amato, l’imprenditore; Andrea Ferrara, il competente; Alessandro Lanzo, il gestore dalle mille funzioni.

Da quel giorno lungo nove anni, i tre non si separarono mai.

Fino all’altro ieri, quando il terzo dovette rispondere a una chiamata irrinunciabile per un posto irrinunciabile.

E così, da quel minuto di un giorno che ancora continua, quando sembrava dovesse finire, è rinato il Supercinema.

La bomboniera d’argento nel cuore della Città.

Il cinema del cuore della Città.

Oggi, nel minuto di quel giorno lungo sei anni che continua, dopo mesi di necessario riposo, riprende a vivere.

Promette che domani cambierà abito. Che si rifarà l’aspetto.

Ma oggi si dona nuovamente alla Città.

Lo fa per amore.

Non per interesse.

Perché il cinema è generoso e non pretende nulla, se non quell’unica cosa che in questi anni non ha avuto:

non restare solo.

Non essere lasciato solo.

Perché una sala, già piccola, con le poltrone vuote e la pellicola che va, provoca dolore.

Un dolore forte.

Un dolore che il Supercinema non sopporterebbe.

E la Città pure.

Il Supercinema è tornato.

E, forse, non è tornato soltanto un cinema.

È tornata una luce.

Una piccola luce nel cuore di una Città che, per troppo tempo, ha avuto paura del buio.

E quella luce, oggi, commuove.