
Il regista e attore racconta il fascino senza tempo dell'operetta, il rapporto con le nuove generazioni e il calore del pubblico calabrese, alla vigilia dello spettacolo che si inserisce nella stagione teatrale di AMA Calabria.
05 novembre 2026 14:02di IACOPO PARISI
Nell'universo dell'operetta c'è sempre un "telegramma" che arriva al momento giusto, capace di risolvere anche le situazioni più complicate. È l'immagine con cui Corrado Abbati racconta un mondo in cui gli equivoci si sciolgono, l'amore trionfa e ogni storia trova il suo lieto fine. Una promessa di felicità, racchiusa nello spazio di uno spettacolo, che il regista e attore continua a portare sui palcoscenici italiani. Un mondo fatto di musica, ironia e leggerezza che approda anche a Catanzaro con "La vedova allegra" di Franz Lehár, in programma venerdì 6 novembre alle ore 21 al Teatro Comunale, nell'ambito della stagione di AMA Calabria, sotto la direzione artistica di Francescantonio Pollice.
Attore, regista e direttore artistico, Abbati ha dedicato gran parte della propria carriera alla valorizzazione dell'operetta, contribuendo a mantenerne viva la tradizione attraverso produzioni capaci di parlare anche al pubblico contemporaneo. Alla vigilia dell'appuntamento catanzarese, racconta il fascino di un genere che continua a conquistare gli spettatori, il rapporto costruito negli anni con la Calabria e la passione che, dopo tanto tempo, lo accompagna ancora sul palcoscenico.
Con “La vedova allegra" torna a Catanzaro uno dei grandi classici dell'operetta. Qual è il messaggio che questo genere teatrale continua a trasmettere al pubblico?
“L'operetta è fondamentalmente basata sul piacere, anche quello edonistico. Il suo messaggio è molto semplice: siate felici quando potete, e con noi potrete esserlo. Nell'operetta arriva sempre un "telegramma" che aggiusta tutto, ed è una speranza che coltiviamo un po' tutti, quella che arrivi qualcosa capace di rimettere a posto la nostra vita. Noi ci riusciamo per due ore, attraverso una splendida storia d'amore tra un giovane innamorato e una ricca vedova, di cui era già innamorato prima che lei si sposasse. Dopo una serie di peripezie, situazioni spiritose ed equivoci, l'amore trionferà e i due potranno vivere felici e contenti. Il pubblico si diverte, anche sorridendo delle situazioni che si vengono a creare”.
"La vedova allegra" debuttò nel 1905, oltre un secolo fa. Eppure continua a conquistare il pubblico. Qual è il segreto della longevità dell’opera?
“Perché è un classico. Un po' come accade con Shakespeare, senza voler sembrare blasfemo, continua a parlare anche agli uomini di oggi. E poi c'è una musica veramente bellissima, accattivante, che molti conoscono senza nemmeno saperlo. Anche i giovani che si avvicinano per la prima volta all'operetta, quando ascoltano certe melodie, si accorgono di averle già sentite, magari durante un concerto di Capodanno in televisione, in una sala da ballo o attraverso una banda musicale. Quando arrivano a teatro, quindi, non incontrano qualcosa di completamente sconosciuto. È un po' come ritrovare un parente che non si vedeva da tanto tempo. E la musica di Lehár, in questo caso, è un capolavoro”.
L'operetta viene spesso associata a un pubblico più adulto. Nella sua esperienza, sta cambiando qualcosa? Come si avvicinano oggi le nuove generazionia questo genere?
“Sicuramente esiste uno zoccolo duro di spettatori che hanno già dei riferimenti legati all'operetta e che appartengono a generazioni un po' più adulte. Però devo dire che stiamo riscontrando un interesse crescente anche da parte di persone più giovani. Spesso si avvicinano all'operetta quasi per caso, magari perché trovano uno spettacolo inserito nell'abbonamento di una stagione teatrale o concertistica. Non la scelgono direttamente, almeno all'inizio, ma una volta scoperta tornano volentieri. La nostra compagnia registra un'alta percentuale di riconferme nelle stagioni in cui siamo presenti. Questo significa che non piace soltanto il modo in cui proponiamo gli spettacoli, ma anche il genere in sé. Poi, naturalmente, siamo anche bravi!”.
La sua compagnia ha portato più volte i propri spettacoli in Calabria, costruendo negli anni un rapporto consolidato con il territorio. Che cosa la colpisce maggiormente del pubblico calabrese?
“La Calabria ci regala sempre grandi soddisfazioni. Io sono un uomo del Nord e devo dire che da noi c'è un modo diverso di vivere queste occasioni, siamo forse un po' più freddi. In Calabria, invece, mi capita spessissimo di uscire dal teatro e trovare persone che ci aspettano in strada per applaudirci nuovamente, conoscerci oppure semplicemente scambiare due chiacchiere. È un calore che non riscontro con la stessa intensità al Nord. Ed è una cosa molto bella, perché non cercano soltanto il personaggio che hanno visto in scena, ma vogliono conoscere anche la persona”.
Dopo tanti anni di carriera, che cosa continua a emozionarla quando sale sul palcoscenico? E quanto lavoro si nasconde dietro le quinte?
“Non lo so neanche io, forse perché per me non è un lavoro, ma un piacere. E dei piaceri non ci si stanca mai. Dico sempre che ho fatto quello che avrei pagato per fare e invece sono stato pagato! Naturalmente dietro quello che il pubblico vede c'è un lavoro molto serio, fatto di organizzazione, preparazione e scelta degli interpreti. Siamo un gruppo molto numeroso, un bel circo quando ci spostiamo, tra scenografie, tecnici, cantanti e ballerini. È una compagnia all'italiana, nella quale si trascorre moltissimo tempo insieme e si finisce per diventare una famiglia. Anche dirigere tutto questo richiede competenze diverse da quelle necessarie per stare in scena. Ci vogliono serietà, preparazione e soprattutto esperienza. Con gli anni sono diventato sicuramente più tranquillo nel gestire tutto”.
Nelle sue note di regia richiama Italo Calvino e il concetto di leggerezza. In un'epoca segnata da tante preoccupazioni, quale valore può avere regalare al pubblico qualche ora di spensieratezza?
“La leggerezza è proprio questo. A volte, quando si va a teatro, si cercano significati nascosti, retropensieri che magari non esistono. L'operetta non ha nessun retropensiero: è quella che è e va presa per quello che è, come un momento di leggerezza. E la leggerezza, alla fine, aiuta. È un farmaco come tanti altri. Quindi ben venga quando ci permette di stare meglio”.
Non resta, dunque, che lasciarsi conquistare dalla musica e dall'ironia de "La vedova allegra", in scena venerdì 6 novembre, alle ore 21, al Teatro Comunale di Catanzaro, nell'ambito della programmazione di AMA Calabria. Un'occasione per ritrovare quella leggerezza che, come racconta Corrado Abbati, è parte del fascino senza tempo dell'operetta.
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