Catanzaro, Di Paolo ospite al Gutenberg: la fretta di bruciare i vent'anni di Gobetti

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Il viaggio faticoso da Roma, un moderatore che gioca in casa e la lezione di un ragazzo che voleva fare la rivoluzione prima che la polizia gli togliesse il fiato.

  29 maggio 2026 15:15

di GUGLIELMO SCOPELLITI

Le lancette del salone Ameduri hanno superato mezzogiorno, la platea oscilla tra il sussurro e l'attesa pesante. Da Roma il viaggio ha accumulato il solito, inevitabile ritardo. Michele Frangella, che in queste aule del liceo classico Galluppigioca la partita del reduce di lusso, scruta l'ingresso principale con l'inquietudine tipica di chi deve tenere in piedi la scena. Poi l'arrivo. Paolo Di Paolo varca la soglia con il passo rapido di chi consuma chilometri e storie, pronto a gettare sul tavolo della XXIII edizione di Gutenberg la fiammata di un'eresia antica.

Seduto proprio lì, accanto a Di Paolo e Frangella, c'è Armando Vitale. L'uomo che questa macchina culturale l'ha pensata, plasmata e blindata fin dal primo giorno. Preside storico del Galluppi dal 1993 al 2012, oggi alla guida dell’Associazione Gutenberg Calabria, Vitale osserva la scena sornione, custode di un rito che da oltre vent'anni scuote la provincia. La fiera del libro di Catanzaro, quest'anno aggrappata al binomio catastrofi e mondi nuovi, sceglie la via più scoscesa. Niente celebrazioni di rito. Si parla di Piero Gobetti, un ragazzo morto a venticinque anni, consumato dai pestaggi delle squadracce e da quell'ordine prefettizio di Torino che chiedeva, nero su bianco, di rendergli l'esistenza impossibile. “Scrivere anche se non scrivessi davvero” — sussurra Di Paolo — “serve a recuperare chi abbiamo lasciato indietro, un modo per strappare le domande al silenzio”. È un attacco diretto ai tic del presente, alla nostra abitudine di procrastinare, di guardare il potere dal buco della serratura senza mai rischiare lo strappo.

Frangella tesse la tela, recupera vecchi verbali di questura, interroga lo scrittore sul cortocircuito di un giovane torinese che sognava un liberalismo eretico, capace di guardare alla rivoluzione russa. È opinione diffusa che il sincretismo gobettiano resti un mistero irrisolto, una ferita aperta nella storia patria. Lo scrittore romano accetta la sfida, anzi, accelera il ritmo. Spiega che l'esilio parigino fu un vicolo cieco, descrive Gobetti come un coetaneo ideale degli studenti che riempiono le prime file. Il moderatore insiste sul concetto di patria ideale, spingendo lo scrittore ad ammettere che in fondo l'entusiasmo per l'ottobre sovietico si scontrava con “una contraddizione radicale” difficile da sanare sui libri di Luigi Einaudi.

Fatte le debite riserve sulla tenuta di formule politiche centenarie, il dibattito si sposta sulla scrittura come terapia e ossessione di chi vuole ricostruire mondi scomparsi. Di Paolo racconta le ventimila pagine pensate e mai finite su carta, i volti che diventano l'inizio di un racconto, la fretta di bruciare le tappe in un'era in cui si diventava padri a vent'anni. “Questo libro prova a trattare Gobetti come personaggio di romanzo” evidenzia l'autore, indicando come la solitudine finale di Parigi contenga la sostanza tragica di una intera generazione.

Il pubblico dei giovanissimi ascolta, qualcuno prende appunti sullo schermo del telefono, i professori annuiscono con compassata indulgenza. Fuori, un'improvvisa pioggia di fine maggio comincia a battere sull'asfalto di via De Gasperi; dentro il salone Ameduri, invece, si respira ancora l'aria pesante delle redazioni torinesi degli anni Venti, l'odore di inchiostro fresco e di intransigenza


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