Catanzaro, Franca Fortunato presenta “Madri e figlie”: una storia personale che racconta un'intera generazione

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Da sinistra: Bernardo Cirillo, Franca Fortunato e Raffaele Nisticò

  31 ottobre 2026 16:18

di IACOPO PARISI

A volte, per trovare la propria strada, bisogna avere il coraggio di allontanarsi da quella immaginata per noi. Una scelta che può lasciare ferite profonde, soprattutto quando a separarsi sono una madre e una figlia. È da questa frattura, ma anche dal desiderio di comprenderne il significato, che prende forma “Madri e figlie”, il libro di Franca Fortunato presentato alla Libreria Coriolano di Catanzaro, in dialogo con il giornalista Raffaele Nisticò.

Insegnante, giornalista ed ex dirigente sindacale della CGIL, Franca Fortunato ha attraversato da protagonista alcune delle trasformazioni politiche e sociali che hanno segnato la seconda metà del Novecento. Da sempre impegnata nella riflessione sulla condizione femminile e sul pensiero della differenza, ha fatto della scrittura e delle relazioni tra donne strumenti di ricerca e consapevolezza. Un percorso che oggi trova espressione in un libro nel quale la memoria individuale si intreccia con quella collettiva.

Un racconto che parte dall'esperienza personale dell'autrice per attraversare la storia di un'intera generazione di donne, cresciute tra gli anni Cinquanta e Ottanta, nel passaggio da una società patriarcale alle grandi conquiste dell'emancipazione femminile. Un periodo di profonde trasformazioni, durante il quale molte donne hanno iniziato a mettere in discussione ruoli e aspettative che per lungo tempo avevano condizionato le loro esistenze.

“Non è solo la storia mia e di mia madre, ma attraverso la mia storia racconto quella di una generazione di donne”, ha spiegato l'autrice, ripercorrendo la scelta che nel 1978 la portò a lasciare la famiglia per trasferirsi a Catanzaro e lavorare nella CGIL. Una decisione osteggiata dalla madre, che immaginava per lei un futuro nell'insegnamento, nel matrimonio e nella famiglia. Due modi diversi di concepire la vita, destinati a scontrarsi proprio nel momento in cui una figlia rivendicava il diritto di scegliere autonomamente il proprio futuro.

Una rottura dolorosa per entrambe, che l'autrice ha potuto rileggere soltanto a distanza di molti anni, tornando con la memoria alla propria infanzia e adolescenza. In quella separazione Franca Fortunato riconosce oggi un'esperienza condivisa da tante donne della sua generazione, costrette talvolta a rompere con le proprie madri non per mancanza d'amore, ma per inseguire desideri che queste ultime, cresciute in un contesto profondamente diverso, faticavano a comprendere.

A ripercorrere un'altra stagione significativa della sua vita è stato Bernardo Cirillo, che ha ricordato l'impegno di Franca Fortunato nel sindacato, dove si trovò a ricoprire un ruolo dirigenziale in un settore composto prevalentemente da uomini, quello dei lavoratori forestali. Un'esperienza maturata in anni di grande fermento politico e sociale, ma segnata anche da vicende dolorose che avrebbero contribuito al suo progressivo allontanamento da quell'ambiente.

“L'ho vissuta male, ne sono uscita distrutta”, ha raccontato l'autrice, riferendosi a una vicenda interna al sindacato rimasta per lungo tempo confinata nella sua memoria. Il dolore, la rabbia e la vergogna le avevano impedito di parlarne, fino all'incontro con una comunità di donne capace di offrirle uno spazio di ascolto e fiducia. “Donne che sapevo che mi avrebbero ascoltata e non mi avrebbero giudicata”, ha sottolineato.

Proprio le relazioni femminili costituiscono quindi uno dei fili conduttori del libro, insieme al pensiero del femminismo della differenza, al quale la scrittrice ha dedicato una parte della riflessione. Un percorso che invita le donne a partire dalla propria esperienza, dai propri desideri e bisogni, anziché riconoscersi esclusivamente nei modelli costruiti storicamente dalla cultura maschile. Una consapevolezza che ha permesso all'autrice di comprendere anche quel senso di disagio avvertito durante gli anni dell'impegno sindacale, nonostante la stima e il riconoscimento ricevuti.

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