
di CATERINA MURACA
Nella suggestiva cornice della Chiesa del Monte dei Morti, a Catanzaro, prende vita la mostra di Miriam Rita Carola Gentile, giovane artista che ha trasformato fragilità e dolore in colore, luce ed espressione autentica dell’anima.
Miriam, diplomata presso il Liceo Classico Pasquale Galluppi e oggi studentessa universitaria di Scienze dell’Educazione e della Formazione, ripercorre con naturalezza l’inizio del suo cammino artistico, nato quando era ancora bambina, durante un ricovero all'ospedale Santa Marinella. Racconta di come la pittura, grazie alla suora Giulitta, sia entrata presto nella sua vita, in un momento complesso e delicato, trasformandosi in un rifugio e in una forma di dialogo profondo con se stessa: "Ho iniziato a dipingere quando avevo nove anni. Non è stato un periodo facile, ma i colori mi facevano stare bene. Dipingere mi aiutava a esprimere quello che sentivo", racconta.
Emerge fin da subito il ruolo fondamentale della madre, presenza costante e guida silenziosa, con la quale Miriam condivide un legame intenso, fatto di amore, comprensione e profonda sintonia emotiva. È lei stessa a sottolineare quanto questo rapporto sia stato determinante nella sua crescita personale e artistica:
"Con mia madre c’è un legame fortissimo. Lei mi ha sempre seguita, capita e incoraggiata. Insieme abbiamo creato un rapporto basato sull’amore".
Parlando della sua storia personale, Miriam non nasconde le difficoltà affrontate, in particolare il dolore per la prematura scomparsa del padre, Marino Gentile e della nonna, figure importanti per lei. Due eventi che segnano profondamente la sua vita, ma che non spegne la sua voglia di costruire un futuro equilibrato e consapevole. Con determinazione, riesce a trovare una stabilità che oggi si riflette nel suo percorso universitario e nel suo impegno educativo: "Ho attraversato momenti molto difficili, ma ho cercato sempre di andare avanti. La pittura mi ha aiutata a ritrovare la felicità".
Quando l’attenzione si sposta sulle opere esposte, Miriam racconta il suo modo di dipingere e la scelta dei colori, che diventano veri e propri strumenti di comunicazione emotiva: "Uso soprattutto il giallo, il verde e il rosso. Sono colori forti, vivi, che mi rappresentano. Mi piace vederli dialogare tra loro".
Spiega poi le tecniche utilizzate, dall’acrilico al rilievo, soffermandosi in particolare sulla collezione a tema religioso, profondamente legata alla sua spiritualità. Le opere dedicate alla nascita di Gesù, al miracolo della pesca, al battesimo, alla Resurrezione e a tanti altri momenti nascono da una devozione sincera, coltivata anche grazie alla figura dello zio, don Giuseppe: "Questi quadri sono molto importanti per me. Al centro c’è la scena sacra, intorno i colori e i rilievi che la accompagnano. È un modo per esprimere la mia fede".
La pittura, però, non resta confinata a una dimensione privata. Nel suo racconto emerge il desiderio di condividere questa esperienza con gli altri, soprattutto con i più giovani. Insieme alla madre, Miriam ha portato la sua tecnica pittorica sotto forma di laboratori all’interno del liceo classico e sogna di estendere queste attività anche alle scuole medie e dell’infanzia: "Vorrei lavorare con i bambini alle elementari e anche alle medie, fargli vedere come dipingo e i colori che utilizzo".
Non solo pittura: Miriam parla anche della scrittura, altra forma espressiva fondamentale nel suo percorso. Nei suoi libri – Il vecchio Kevin, Anna a bordo di un battello, Anna e il volo, Lia Lietta, La spiaggia di Polly – affronta temi delicati come la violenza, la diversità e l’immigrazione.
Alla mostra, accanto a Miriam, ci sono le persone che l’hanno accompagnata nel suo cammino. La zia racconta con affetto come il sabato sia per lei un giorno irrinunciabile, interamente dedicato alla pittura, nonostante i numerosi impegni settimanali: "Il sabato è il suo momento – spiega – non c’è niente che possa distoglierla dai suoi colori".
Presente anche Maria Migliaccio, collega e amica della madre, alla quale Miriam ha donato uno dei suoi quadri, che descrive la giovane artista come una ragazza di grande talento, capace di esprimere attraverso le opere ciò che custodisce nel profondo.
Lo zio, infine, collega l’esperienza artistica di Miriam al pensiero di Fëdor Dostoevskij, citando la celebre frase "La bellezza salverà il mondo". Un’affermazione che sembra trovare piena realizzazione nell’arte di Miriam, dove la bellezza diventa espressione dell’anima, strumento di comunicazione e testimonianza di come anche dalle fragilità possa nascere una luce capace di parlare a tutti.
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