Catanzaro, sabato al Comunale lo spettacolo “Scusi, per Hollywood?” con Uccio De Santis: l’intervista

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Uccio De Santis (credit: Anna Tchezhia)

  05 marzo 2026 18:01

di CARLO MIGNOLLI

“Scusi, per Hollywood?” è questo il titolo dello spettacolo che andrà in scena al Teatro Comunale di Catanzaro sabato 7 marzo alle ore 21, e che vedrà protagonista l’inconfondibile verve comica di Uccio De Santis, che dal 13 marzo tornerà con il suo storico programma "Mudù" su Rai 2 di venerdì in seconda serata.

Un titolo che suona come una domanda ironica e provocatoria, ma che in realtà è l’occasione per raccontare, con leggerezza e intelligenza, le tante contraddizioni del nostro Paese. Tra valigie da imbarcare, orologi a cucù e improbabili formule matematiche, Uccio porta in scena un viaggio esilarante attraverso le imperfezioni dell’Italia: dalla paura dei furti in casa alla mentalità talvolta un po’ bigotta, fino alle inefficienze della sanità. Eppure, tra una risata e l’altra, il messaggio è chiaro: nonostante tutto, l’Italia resta sempre il Paese più bello del mondo.

Scritto dallo stesso Uccio De Santis insieme ad Antonio De Santis, Fabio Di Credico e Aldo Augelli, con la regia di Davide Allena, lo spettacolo è un mix travolgente di monologhi e sketch inediti, arricchiti dai personaggi storici di Mudù che hanno reso celebre l’artista pugliese. Sul palco, accanto a lui, anche Umberto Sardella, Antonella Genga e Giacinto Lucariello.

L’INTERVISTA

“Scusi, per Hollywood?”, perché questo titolo?

«Lo spettacolo si incentra su questa storia, una chiamata che ho avuto a Hollywood per fare un film. Il problema è che ho avuto questa chiamata proprio prima che iniziasse lo spettacolo stesso e quindi che faccio? Vado a Hollywood, prendo questa opportunità, questa occasione che ho, o rimango sul palco a fare lo spettacolo? E questo è il problema che ogni sera si pone».

E come decide cosa fare?

«Sarà anche il pubblico a decidere poi con me cosa fare, se rimanere sul palco o partire per fare questo film a Hollywood. È una decisione importante, difficile, anche perché vorrebbe dire lasciare l’Italia. L’Italia è sempre bella, anche se ci sono tante pecche, tanti lati un po’ più oscuri, tanti ritardi, tante cose per le quali sarebbe opportuno andar via. E quindi mettere sulla bilancia i lati positivi e negativi e capire cosa conviene fare, se rimanere o partire».

Quindi in questo spettacolo racconta comunque tante imperfezioni dell’Italia. Ma cosa la stare bene del nostro Paese? E cosa la fa arrabbiare?

«Quello che mi fa stare bene è il fatto che, nonostante tutto, vogliamo sempre un lieto fine. C’è infatti un monologo finale che racconta quanto sia bella l’Italia. Certo, a volte è difficile lavorare o studiare, perché tutto corre velocemente, ma ogni angolo del nostro Paese ha il suo fascino: dalle montagne al mare. Abbiamo un clima magnifico e una tradizione culinaria straordinaria. Ovviamente, però, ci sono anche dei problemi: ritardi nei voli, nelle ferrovie, le difficoltà nella sanità. Tutto questo lo racconto sul palco, passando da un personaggio all’altro: da Don Dino, famoso per le sue barzellette, al medico, che sarebbe stata la mia seconda professione se non fossi diventato attore, anche perché mio padre, che era medico, ci teneva tantissimo che seguissi la sua strada».

Quindi i suoi personaggi aiutano a raccontare tutto questo?

«Sì, questo è un po’ il racconto che viene fuori in queste due ore di spettacolo. Anche perché poi siamo all’aeroporto e dall’aeroporto passano tutti. È facile trovare anche dei carabinieri, che non mancano mai, che hanno fatto la storia del nostro programma Mudù. Tutte queste due ore di racconti e comicità passano tra personaggi e momenti con il pubblico».

Parlando della scrittura, lo spettacolo nasce a quattro mani con Aldo Augelli, Fabio Di Credico e Antonio De Santis. Come nasce questo lavoro a quattro mani? Com’è lavorare insieme?

«È molto semplice perché ognuno ha il suo compito. Alla fine la storia è raccontata: il mio conduttore è stato creato proprio da Antonio, da Aldo e da Fabio. Poi ci sono vari blocchi da preparare e sviluppare, e ognuno ha avuto il suo compito».

E qual è la cosa più bella quando si collabora in così tanti?

«La cosa bella, quando ci sono più autori, è che ognuno mette sul tavolo qualsiasi idea, e poi insieme si decide: questo è più forte, questo è meno forte. La parte finale, quella di scegliere anche la barzelletta da inserire nel monologo, invece alla fine magari è tratta da una delle barzellette che facciamo noi. Questo è stato più un lavoro nostro di gruppo, perché siamo più a conoscenza di quali barzellette inserire in scena».

Anche la regia di Davide Allena è fondamentale. Quanto è stata importante per trasformare le vostre idee in uno spettacolo così?

«È stata molto importante perché ha curato non solo le idee, ma anche come metterle in scena e combinarle con scenografia e luci. Questo è il lavoro grosso della regia. Davide ha lavorato per anni con Arturo Brachetti e ha dato un tocco quasi magico al nostro show, che per la prima volta è impreziosito tantissimo da luci e scenografia».

I suoi personaggi storici torneranno nello spettacolo, ma ce n’è uno a cui è particolarmente legato? Come mantiene freschi questi personaggi?

«I personaggi che il pubblico ama di più sono il prete, Don Dino, e la figura del carabiniere. Questi difficilmente mancheranno nei miei spettacoli futuri, anche se sono nuovi. Fanno parte della mia storia: dopo 25 anni che metto la divisa e racconto episodi sui preti o sui carabinieri, li abbiamo inseriti nella sceneggiatura in maniera giusta. Ad esempio, invece del carabiniere in caserma, lo troviamo all’aeroporto, pronto per partire con la moglie per Hollywood. Qui incontriamo chiunque, e c’è un momento molto divertente con i carabinieri, collegato all’improvvisazione col pubblico».

Che rapporto ha con il suo pubblico?

«Il pubblico è molto attento ed esigente. Ho visto tanta gente abituata a seguirmi sui social, quindi in teatro non ci sono persone che non mi conoscono. Fondamentalmente vedo gente che non vede l’ora di vedermi, che ha pagato un biglietto e corre in teatro. Dal nord al sud è un po’ tutto uguale: l’importante è non trascurare il pubblico e dare sempre il massimo».

Dopo tanti anni di carriera, cosa la emoziona ancora prima di salire sul palco?

«Mi emoziona l’inizio dello spettacolo, l’adrenalina sempre a mille. Se c’è gente o meno, non conta: l’inizio è sempre un momento di ansia da prestazione, che dà la carica giusta. Mi immagino già la risata del pubblico in alcuni momenti e non vedo l’ora di mettere in scena certe cose, e questa è una cosa che mi emoziona molto».


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