Catanzaro, Simona Molinari al Politeama per l’ultimo appuntamento stagionale: l’intervista

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Simona Molinari

  04 aprile 2026 10:34

di CARLO MIGNOLLI

Ultimo appuntamento della stagione teatrale del Teatro Politeama di Catanzaro, con la direzione artistica della Sovrintendente Antonietta Santacroce: venerdì 10 aprile 2026, alle ore 21:00, il sipario si chiude con uno spettacolo che promette emozione, intensità e anche riflessione: “La donna è mobile”, il nuovo progetto teatrale e musicale di Simona Molinari.

Un ritorno atteso quello dell’artista in Calabria, regione che negli anni ha già accolto il suo talento raffinato e la sua cifra stilistica inconfondibile. Questa volta, però, la cantautrice porta in scena uno spettacolo diverso, più maturo e consapevole, capace di fondere musica, teatro e narrazione in un racconto potente e attuale.

Ispirato all’iconica aria del Rigoletto di Verdi, il titolo diventa una dichiarazione d’intenti: “La donna è mobile” è sì un omaggio, ma anche una rilettura contemporanea del femminile, tra libertà espressiva, forza e identità. Sul palco, accanto a Simona Molinari, una band tutta al femminile composta da straordinarie musiciste: Sade Mangiaracina al pianoforte e tastiere, Chiara Lucchini ai sassofoni e flauto, Elisabetta Pasquale al basso elettrico e Francesca Remigi alla batteria. Insieme danno vita a un repertorio eclettico che attraversa generi ed epoche, dall’opera lirica alla musica contemporanea, passando per suggestioni che richiamano artisti come Lucio Dalla e Billie Eilish.  

Lo spettacolo si configura come un viaggio tra parole e musica, tra monologhi e canzoni, che raccontano donne “mobili”: spesso definite scomode, ma fondamentali nel costruire, anche silenziosamente, lo spazio artistico e sociale delle generazioni di oggi. Un racconto che, come sottolinea la stessa Molinari, è “più femminile che femminista”, capace di coinvolgere e interrogare anche il pubblico maschile, chiamato a essere parte attiva di un cambiamento culturale.

L’INTERVISTA

Simona, arrivi a Catanzaro per l’ultimo appuntamento della stagione del Teatro Politeama con “La donna è mobile”. Partirei proprio dal titolo, che richiama esplicitamente il Rigoletto di Verdi: in che modo hai voluto ribaltare o reinterpretare oggi quel significato?
«Sì, in realtà siamo partiti proprio da questo titolo perché è un’aria del tutto misogina, racconta un po’ la mentalità del tempo, dove questa donna muta d’accento e di pensiero. Partiamo proprio da qui per poi ribaltare, con tutta la narrazione, il percorso di queste donne che io definisco “mobili”, che sono tali proprio perché sono uscite da una convenzione sociale su come doveva essere la donna in quel tempo. Tutte le donne che hanno fatto un passo in più, che sono uscite da questa narrazione e hanno compiuto scelte di emancipazione, piccole o grandi che siano per la loro epoca, sono quelle che mi hanno ispirato e che permettono oggi a me di essere sul palco e poter dire la mia. Questo spettacolo vuole essere un atto di gratitudine, in primis, e un atto di responsabilità per le nuove generazioni e per le donne stesse, a cui racconto cosa c’è dietro tutto quello che oggi possiamo fare».

Come hai costruito questo filo narrativo che unisce musica, teatro e anche riflessione storica?
«Siamo partiti dalle donne che hanno scritto, che non sono state semplicemente interpreti nell’arte, ma che hanno raccontato attraverso la musica e la letteratura. Donne spesso sconosciute, che hanno dovuto firmarsi con nomi maschili o lottare per poter suonare uno strumento. Poi arriviamo alle donne con una doppia discriminazione, come le donne nere dell’America degli anni Trenta, da Nina Simone a Billie Eilish. Donne che sono state le prime ad avviare certi generi musicali ma che non sono state riconosciute e celebrate come i loro colleghi maschili. E poi tutte quelle che si sono nascoste dietro nomi maschili o che sono state derubate delle loro opere e hanno dovuto citarne in tribunale gli autori».

Tra le figure femminili raccontate nello spettacolo, hai detto che ti è piaciuto particolarmente raccontare quella di Milly. Perché?
«Mi ha colpito come questa donna, in un tempo che non le permetteva assolutamente di fare quello che poi ha fatto, con la sua forza, con la sua capacità interpretativa e con una modernità indipendente dai tempi, abbia attraversato tutti gli step: da soubrette ad attrice, cantante in giro per il mondo, fino a diventare una donna indipendente anche economicamente. È una cantante italiana di cui non abbiamo sentito molto parlare, soprattutto nella mia generazione, quindi per me è stata una scoperta. Eppure è riuscita a vivere, nonostante il suo tempo, come una donna di oggi, superando completamente gli schemi per il modo in cui guardava a se stessa. Per me è una grande lezione, perché sono convinta che l’emancipazione sia prima di tutto una competenza personale dell’individuo. Questo spettacolo lo racconto agli uomini ma anche alle donne, perché prendano coscienza che, per come tu guardi a te stessa, così gli altri ti guardano. Alcune donne, nel tempo, sono riuscite a emanciparsi dalle convenzioni sociali e da ciò che il mondo si aspettava: non hanno fatto quello che il mondo si aspettava da loro, hanno fatto qualcosa in più».

Il fatto di essere accompagnata da una band tutta al femminile che valore simbolico e artistico ha per te?
«Ha un valore importante. Intanto non è una cosa scontata, e fa strano dirlo nel 2026. È assurdo che sia così. Anche questo lo racconto: non è uno sforzo, non è innaturale che una donna suoni la batteria. Il problema è che le donne sono arrivate più tardi a determinati strumenti per convenzioni sociali, e in passato alcuni strumenti erano addirittura proibiti. Oggi però stanno raggiungendo livelli altissimi, e le musiciste che ho sul palco sono delle grandi professioniste. Credo sia fondamentale anche la rappresentazione: quando ero bambina non ho mai visto una batterista o una bassista. Una bambina che cresce, se non si vede rappresentata in certi ruoli, difficilmente potrà sognare di fare quella cosa. L’ispirazione è tutto. Mettere delle musiciste su un palco significa offrire un’immagine diversa: chiunque può immaginare che quella strada sia possibile. Altrimenti, se siamo abituate a vederci solo come belle donne dietro un microfono a cantare parole scritte da uomini, non potremo mai immaginare che quelle parole un giorno saranno le nostre».

Lo spettacolo alterna canzoni e monologhi: quanto spazio ha l’improvvisazione?
«L’improvvisazione è più nell’interpretazione. La struttura e i monologhi sono scritti, sono un canovaccio che seguo, ma ogni sera è diversa. Come in ogni spettacolo teatrale, ogni sera ritrovo un senso nuovo nelle parole, a seconda di come lo sento io e di come reagisce il pubblico. Il filo narrativo resta, ma viene reinventato ogni volta».

Nel repertorio si passa da Lucio Dalla a Billie Eilish. Hai mai avuto timore nel reinterpretare brani così iconici?
«Io mi sento sempre molto libera nella mia rappresentazione artistica. È chiaro che l’interpretazione può piacere o non piacere, ma quello che porto sul palco sono le mie motivazioni. Non è mai “adesso ti faccio sentire come canto questa canzone”, ma è il racconto. Non mi metto a pensare se Lucio Dalla la facesse meglio o se Billie Eilish sia più brava: non mi interessa. Il mio fine è raccontare una storia e farla arrivare. La faccio arrivare per come posso farlo io, con le mie motivazioni. Sarà sempre qualcosa di diverso e non paragonabile. Nell’arte trovo assurdo concepire la competizione: non è uno sport. Sono interpretazioni diverse, possono piacere o no, ma non sono giudicabili come una gara».

Cosa ti dà il teatro che la musica da sola non riesce a esprimere?
«Per me, che sono molto complessa, il teatro paradossalmente semplifica e spiega meglio ciò che nella musica arriva più all’inconscio. La musica parla all’inconscio: a volte non hai nemmeno bisogno di capire le parole, ma ti arrivano le emozioni. Il teatro mi permette di aprire un varco, di introdurre i brani e predisporre l’ascoltatore all’emozione che sta per arrivare. È come aiutare il pubblico a entrare dentro qualcosa, anche nelle parti più difficili. Senza questo passaggio, alcune cose rischiano di perdersi. Il teatro ti permette di dare un codice in più, che magari lo spettatore pensa di non conoscere, ma che poi riconosce in tutto quello che ascolta».

Nel corso della tua carriera hai collaborato con molti artisti. C’è una collaborazione che ti ha cambiata più delle altre?
«Devo dire tutte, una ad una. Non ce n’è una in particolare. Sicuramente sono molto legata a quella con Ornella Vanoni, perché mi ha fatto capire che è il tempo a definirti. Lei ha avuto alti e bassi, momenti di grande presenza e altri di assenza, ma nel corso del tempo si è compreso davvero chi è. Questa cosa è molto rassicurante e bella, e me la porto dentro. Lei per me è stata un’icona. Però da ogni artista ho preso qualcosa: la professionalità, lo spirito, la tecnica».

Per concludere, torni in Calabria, a Catanzaro: che rapporto hai con questa terra e con il suo pubblico?
«Devo dire che non è da tantissimo tempo che vengo in Calabria, saranno tre o quattro anni, quindi ho iniziato a frequentarla relativamente da poco. Ho scoperto un calore e un’umanità enormi. Sono fiduciosa: spero che piaccia anche uno spettacolo come questo, che è diverso dagli altri. Sta riscuotendo successo in tutta Italia, quindi spero davvero che possa piacere anche al pubblico di Catanzaro. Noi ce la metteremo tutta: faremo passare un’ora e mezza di divertimento e allo stesso tempo di riflessione».


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