
«Hanno buttato la benzina e poi hanno dato fuoco». Sono parole spezzate dal dolore e dalle ustioni quelle del giovane bracciante afghano sopravvissuto alla strage di Amendolara, in cui quattro lavoratori agricoli sono morti carbonizzati all’interno di un minivan. Il suo racconto, raccolto dai giornalisti della Tgr Calabria, rappresenta uno degli elementi chiave dell’inchiesta che ha già portato al fermo di due cittadini pachistani accusati del massacro.
Il giovane mostra ancora le fasciature sulle braccia, conseguenza delle ustioni riportate mentre cercava disperatamente di sfuggire alle fiamme. Secondo la sua ricostruzione, tutto sarebbe nato da una richiesta di denaro legata al trasporto dei lavoratori nei campi. Le vittime si sarebbero rifiutate di pagare e la situazione sarebbe degenerata fino alla tragedia. «Hanno gettato la benzina nell’auto e poi hanno acceso il fuoco», ha raccontato il superstite agli investigatori e ai giornalisti.
Ma il suo racconto va oltre la dinamica dell’omicidio e apre uno squarcio sulle condizioni di vita dei braccianti stranieri impiegati nell’agricoltura della Piana di Sibari. L’uomo sostiene che lui e i suoi compagni fossero sottoposti a continue intimidazioni. «Ci minacciavano con coltelli e pistole», avrebbe riferito, spiegando che i lavoratori ricevevano vitto e alloggio ma non la retribuzione promessa per il lavoro svolto nei campi.
Nel racconto del superstite compare anche un’espressione destinata a far discutere: «Questa è la mafia pakistana». Un’accusa che gli investigatori stanno valutando con estrema cautela ma che richiama l’attenzione su possibili sistemi di sfruttamento e controllo all’interno delle reti di reclutamento della manodopera straniera.
Gli inquirenti ritengono che proprio le dichiarazioni del giovane, unite alle immagini registrate dalle telecamere del distributore di carburante dove si è consumato il delitto, abbiano contribuito in maniera determinante all’identificazione dei presunti responsabili. Nei filmati si vedrebbero due uomini avvicinarsi al mezzo e impedirne la fuga degli occupanti prima dell’incendio.
Mentre l’inchiesta prosegue per chiarire il movente e verificare eventuali complicità, la testimonianza del superstite riporta al centro dell’attenzione il tema dello sfruttamento dei lavoratori migranti nelle campagne del Sud. Una realtà fatta di paura, ricatti e lavoro sottopagato che, secondo il suo racconto, avrebbe fatto da sfondo alla tragedia culminata nella morte di quattro uomini intrappolati in una gabbia di fuoco.
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