
di CLAUDIO MARIA CIACCI
Di fronte alle elezioni ungheresi, il commento prevalente, ben rappresentato dall’intervento di Franco Cimino, tende a trasformare il voto in un evento simbolico globale: uno scontro tra due Europe, tra democrazia e sovranismo, tra progresso e regressione.
È una lettura suggestiva, ma profondamente incompleta, perché ignora il dato più concreto della politica: la biografia reale degli uomini che la incarnano.
Péter Magyar non nasce come oppositore del sistema ungherese, bensì dentro quel sistema costruito da Viktor Orbán; per anni è stato parte dell’apparato vicino a Fidesz, inserito nella rete istituzionale e perfettamente compatibile con quel modello di potere, senza che vi sia traccia, prima del 2024, di una sua battaglia liberale in senso occidentale, progressista o anche solo strutturalmente critica. Più che una rivoluzione, dunque, quella ungherese appare come una rottura interna al blocco di potere, non come la sua negazione.
Una parte significativa del commento pubblico occidentale ha letto Magyar come figura europeista e quindi implicitamente progressista, ma si tratta di un errore analitico: l’adesione o il dialogo con la Unione Europea non definisce un’identità politica, potendo essere invece una strategia economica, una necessità finanziaria o una ricerca di legittimazione internazionale; nel caso ungherese, segnato dal congelamento dei fondi e dalle tensioni sullo stato di diritto, una posizione più dialogante può essere interpretata come un adattamento pragmatico più che come una svolta ideologica.
Ed è qui che emerge una contraddizione difficilmente aggirabile: è singolare che una parte della sinistra europea celebri la vittoria di Magyar come un successo culturale e politico quando egli proviene da un sistema definito dalla stessa sinistra come illiberale, non ha mai incarnato battaglie progressiste e ha costruito la propria carriera dentro quel potere che oggi contesta; se i criteri fossero coerenti, dovrebbe essere considerato un uomo della destra ungherese o quantomeno un prodotto di quella cultura politica, e invece viene accolto come simbolo di cambiamento, il che non è analisi politica ma proiezione. L’interpretazione che vede in queste elezioni una vittoria di campo sbaglia nel presupposto: non siamo di fronte al trionfo di un’ideologia ma al segnale di una crisi interna ai sistemi politici contemporanei, nei quali le élite si riorganizzano, i blocchi si fratturano e gli outsider sono spesso insider ricollocati; una lettura pragmatica porta a una conclusione più sobria, secondo cui Magyar non è ancora un liberale nel senso classico, non è espressione della sinistra europea e non è nemmeno completamente esterno al modello che critica, ma piuttosto un attore politico in fase di ridefinizione che utilizza temi condivisibili come legalità e anti-corruzione con una collocazione ancora fluida.
In questo senso, più che a una rottura radicale, si assiste a un movimento che ricorda da vicino certe dinamiche della cultura italiana descritte da Luigi Pirandello, dove il mutamento delle forme non coincide necessariamente con il mutamento della sostanza, e dove, parafrasando un sentimento ben noto alla nostra tradizione letteraria, si rischia di cambiare tutto perché nulla cambi davvero; ed è proprio qui che la narrazione cede il passo alla realtà, meno epica ma più concreta, di una trasformazione interna al potere più che della sua sostituzione ideologica.
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