Cimino: "C'è anche il Catanzaro e quel suo presidente dai grandi meriti"

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  12 ottobre 2026 19:00

di FRANCO CIMINO

Ci sono problemi pesanti. Nel mondo. In Italia. In Calabria. A Catanzaro.

Dovremmo riflettere su questi problemi e prenderne coscienza, andando in profondità nei drammi che provocano. Eppure continuano a crescere e non si arrestano, anche perché la gente se ne allontana, quasi se ne disinteressa. Per pigrizia, forse. Per rassegnazione, probabilmente. Per paura, magari. O per quella sorta di esorcizzazione che ci fa sperare che tutto passi, ancor prima che, come si dice, «addà passà ’a nuttata».

Per fortuna, gli esseri umani possiedono risorse interiori tali da consentire loro di scaricare frustrazione e rabbia su altre passioni, spesso accese e diversive. E così il rancore, quello che fa prudere le mani e viene voglia di menarle, trova sfogo nelle liti e nelle guerre locali. Familiari, in senso lato. Casalinghe, per dirla in breve. E, per giunta, combattute per cose di poco conto.

Accade anche nel campo di battaglia della politica. La nostra. Quella nostrana, nella quale ci si attacca su tutto e tutti sono soldati senza generali, mentre i generali sono tutti senza esercito. Le nostre guerre, insomma. Quelle di «noialtri».

Ma il Catanzaro calcio accende passioni ancora più forti. Qui non ci si divide: al contrario, la passione si fa fede. Una fede che unisce e che, per tantissimi, diventa quasi unica e totalizzante.

Mi torna spesso alla mente quel coro che i tifosi cantano dall’inizio alla fine della partita. Un coro che sembra dire tutto, persino qualcosa sulla distanza tra il Catanzaro e il resto della città, tra la squadra e il centro della vita cittadina. È questo: «Noi siamo il Catanzaro».

Oggi, davanti a una classifica che ci vede — ecco, anch’io dico «ci vede» — nelle posizioni basse, con cinque sconfitte nelle prime sei partite e dopo la pessima figura rimediata ieri contro il Mantova, l’intera città sembra essere presa da un solo, unico problema: «Ma il Catanzaro che sta facendo?».

E da qui comincia la ricerca del colpevole.

Mettiamo pure da parte Fiorita e l’isola pedonale: altro che i ventidue punti dell’isola che qualcuno si era inventato! Sono i punti che avremmo voluto conquistare nelle prime sette giornate di campionato, mentre la settima partita deve ancora essere disputata.

Da ieri sera, dalle diciassette, non si parla d’altro. Ne parlano tutti i catanzaresi, in città e fuori.

Fatela dire, allora, anche a me una cosa sul Catanzaro. Così, almeno, potrò essere letto da più persone e non soltanto dai più coraggiosi e temerari, quelli che si avventurano nella lettura dei miei scritti, forse persino quando non promettono premi da un milione di euro.

Adesso, messa da parte l’ironia di chi aspira a essere simpatico, mi permetto di andare controcorrente anche su questo argomento.

Al Catanzaro non sta succedendo nulla di irreparabile.

Da molti anni, soprattutto negli ultimi, l’inizio del campionato della nostra squadra è lento, difficile, complicato e deludente. Sembra quasi una scelta voluta, se non fosse che è, con tutta evidenza, involontaria.

Ricorderemo tutti che questo è accaduto spesso in coincidenza con il cambio dell’allenatore a ogni stagione e con le profonde modifiche dell’organico, tra arrivi e partenze.

Eppure, i campionati si sono poi conclusi con risultati straordinari per la nostra compagine, che è riuscita a risalire la classifica fino a raggiungere le primissime posizioni. Da qui, la partecipazione ai playoff: uno vinto in Serie C e, in Serie B, tre percorsi che ci hanno regalato la straordinaria possibilità di inseguire la promozione in Serie A.

Di tutto questo va riconosciuto il merito prevalente, se non esclusivo, al nostro presidente.

Floriano Noto ha dimostrato, nell’intero panorama calcistico italiano e, direi, anche in quello sportivo, di essere uno dei migliori presidenti tra quelli che guidano società di Serie A e Serie B. Ha mostrato qualità che sembrano appartenere sempre meno ai presidenti di oggi, spesso proprietari o rappresentanti di grandi gruppi finanziari e industriali, che acquistano società calcistiche per fare affari oppure per investire denaro in squadre che non appartengono necessariamente alla loro città, alla loro storia o alla loro passione sportiva.

Noto ha preso in mano una società sull’orlo del fallimento, una squadra poverissima sotto ogni profilo e una realtà che aveva ben poco da offrire, se non la sofferenza dei tifosi e la frustrazione di un’intera città. Una città che, pur vivendo spesso lontana dalla propria squadra, ha continuato ad affidarle quella voglia di riscatto e quella rinascita dell’orgoglio che la politica le ha negato.

Da allora, ha ricostruito una società tra le più sane del panorama calcistico e una squadra capace di esprimere un calcio bello e competitivo, con prestazioni che hanno restituito entusiasmo e prestigio al nome di Catanzaro.

Ha dimostrato acume e intelligenza. E, se mi è consentito dirlo, pur essendo io un incompetente rispetto ai tanti direttori tecnici e allenatori che dispensano sentenze sulla nostra squadra tra bar e trattorie, ha dimostrato anche una notevole capacità di valutazione tecnica e sportiva, riuscendo a costruire un organico di alto livello.

Merito del direttore sportivo, che ha curato acquisti e cessioni? Sicuramente anche. Ma il direttore sportivo, come il direttore generale, lo ha scelto lui.

Merito dell’allenatore? Certamente. Ma anche gli allenatori li ha scelti lui.

E se a Catanzaro sono arrivati tecnici reduci da insuccessi o privi di una popolarità e di un curriculum straordinari, è perché lui ha deciso di puntare su di loro, non perché li abbia pescati alla lotteria.

E come non riconoscere i meriti dei calciatori? Ma anche questi sono stati scelti da lui.

Penso, in particolare, a quello che, ai nostri occhi, appariva come il caso più problematico, dopo anni di sofferenza sportiva che lo avevano fatto considerare un calciatore quasi finito: Pietro Iemmello.

Eppure, anche lui, il nostro capitano, il nostro bomber, è stato scelto da Noto. È stato il presidente ad affidargli quella magica fascia che oggi rappresenta molto più di un semplice segno distintivo.

Sono stati tutti bravi. Così bravi che, di fronte alle offerte ricevute, abbiamo dovuto rinunciare ad alcuni di loro, perché davvero irrifiutabili. È accaduto anche con gli ultimi otto calciatori che hanno lasciato Catanzaro, seguendo le decisioni delle società proprietarie dei loro cartellini e, insieme, le proprie prospettive professionali ed economiche. Sono le ragioni che, in uno sport che da tempo ha smarrito buona parte del suo spirito romantico, finiscono spesso per prevalere.

Ma non dimentichiamo una cosa: è proprio qui che quei calciatori si sono affermati. Soprattutto i più giovani, ma anche quelli meno giovani, che portavano sulle spalle il peso di una carriera da rilanciare.

E anche loro li ha scelti il presidente.

Molti erano ragazzi giovanissimi, autentici talenti in erba, provenienti dai settori giovanili di società più importanti. La critica che più frequentemente viene rivolta alla nostra società è che li abbia presi in prestito.

Ebbene, anche in questa scelta c’è una ragione. Anzi, ce ne sono due. Entrambe riconducibili a una precisa intelligenza sportiva e societaria.

La prima: davvero pensiamo che società tanto accorte, dalle cui scelte o dalla cui disponibilità abbiamo tratto notevoli benefici, siano disposte a cedere per quattro soldi ragazzi cresciuti nei propri vivai? Ragazzi che, prima ancora di noi, quelle società avevano individuato come autentici talenti da valorizzare, magari facendoli maturare altrove?

Il nostro presidente ha fatto di queste scelte intelligenti una vera strategia manageriale: spendere con attenzione, mantenere i bilanci in ordine e garantire alla società solidità amministrativa e trasparenza. Il principio è semplice: una società sana può costruire una squadra vincente.