Cimino celebra i dieci anni da Vescovo di don Mimmo Battaglia: "Buon viaggio, con Gesù a fianco"

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  03 settembre 2026 15:12

di FRANCO CIMINO 

Dieci anni! Dieci anni sono passati già dal giorno della tua elezione a Vescovo e dalle mani ancora ferme di quel Santo che, poco prima della sua morte — esattamente cinque giorni prima che morisse — ti ha nominato pure cardinale.

Me li ricordo bene, questi tuoi momenti.

Il primo, nella nostra chiesa cattedrale di Catanzaro: sei stato vestito di rosso dal Vescovo in carica, monsignor Bertolone, sotto lo sguardo attento degli altri Vescovi e quello paterno del tuo primo maestro, l’indimenticabile Antonio Cantisani, Antoniuzzu Meu, come io lo chiamavo.

Mi ricordo anche quel giorno di poco più di un anno fa, o forse meno. Non sto qui a ricordarlo per non raffreddare emozioni e sentimenti.

Quella mattina ero incollato davanti alla TV, mentre tu, primo o ultimo di quella fila, giganteggiavi nella Basilica di San Pietro, davanti al grande altare e al Vescovo di Roma, che ti avrebbe chiamato di lì a poco, per darti l’anello, coprirti le spalle con la porpora e porre il zuccotto sul tuo capo.

Mi ricordo lo sguardo tenero di Francesco, sia pure sofferente, su un fisico che stava cedendo nonostante i suoi sforzi. Ti accarezzò con gli occhi e, con quegli occhi, ti disse tutto.

In una sola parola non detta lo affermò e da quello sguardo il monito-lezione.

«Continua ad andare per le vie del mondo, a fare ciò che hai sempre fatto: dire il Vangelo, parola per parola. Non con la pretesa che hanno gli altri di insegnarlo e neppure di predicarlo, perché il Vangelo non si insegna e non si predica: è la parola di Gesù consegnata ai suoi discepoli.

E la Parola, quella con la maiuscola, non si insegna e non si spiega: la si pronuncia con la voce, ma la si spinge col cuore, affinché entri nel cuore di chi la ascolta e la faccia propria.

La Parola che non si dice solo ai credenti, ma anche a chi non crede, perché la parola di Gesù, nella sua consegna, è parola di Dio ed è parola universale. Vale, come diceva Francesco, per chiunque abbia nel proprio animo l’immagine dell’uomo, la sua sofferenza, la sua fatica, la sua voglia di vivere il più serenamente possibile, ovvero, se la serenità non potesse avere, almeno la forza per sopportare il peso di un dolore e di una sofferenza qui davvero insopportabile.

Continua, ti diceva, a dire quella Parola e ad andare incontro agli uomini, quelli che più hanno bisogno non delle parole, ma delle braccia per essere sollevati dal dolore, per essere rialzati dalla strada nella quale sono caduti per il peso della solitudine più brutta: quella dell’abbandono, della discriminazione, dell’emarginazione.

La carne da macello, venduta, sfruttata, dilaniata, come hai sempre detto tu.

Gli scarti dell’umanità, come diceva il tuo e nostro Francesco.

Dire quella Parola perché aiuti tutti a comprendere che il dovere di ogni uomo, di ogni singolo uomo, è quello di andare incontro agli altri, per fare un’umanità che cammina sulle proprie gambe e lavora per il riscatto di se stessa e la costruzione della felicità per ciascuno e per tutti.

Per tutti, perché quella Parola dice che non c’è felicità per un solo uomo o per pochi, se non c’è la felicità per tutti.

La felicità nostra, quella cristiana, quella umana, naturalmente non quella edonistica di cui si appropria la gente che pensa soltanto a sé stessa, alla propria carriera, a fare ricchezze anche illecite e a farle sulle spalle degli altri, specialmente di coloro ai quali quelle ricchezze vengono rubate.

Le ricchezze di tutti, quelle che Dio ci ha donato, o che la natura ci offre e che in questo mondo chiamiamo la ricchezza della natura che vive nell’ambiente, quella che viene violata oggi più di quanto non lo fosse stata in questo secolo appena passato.

La ricchezza violata nelle spiagge, ridotte a strisce sulle quali anche l’egoismo dei ricchi gioca il profitto delle estati.

La ricchezza degli alberi abbattuti, delle pinete abbattute, dei boschi abbattuti, per farne agglomerati informi, disordinati, di cemento e ferro.

Delle pinete, appunto, abbattute per metterci sopra le ville dei ricchi o le case abusive degli stupidi.

La Parola che deve convincere, non convertire.

Perché compito del prete che cammina per le strade non è quello di un politico o di un propagandista che misura il suo successo da quanti voti prende o, in rete, da quanti like colleziona.

Quella Parola ha un valore nel momento in cui si attua e non guarda alle mani di chi la applica, perché chiunque operi nel mondo per la salvezza dell’uomo, dell’essere umano, compie un’opera comunque nel nome di Dio.

E me lo ricordo bene, quello sguardo di Francesco, come mi ricordo bene le parole che mi sono state dette esserti state rivolte all’inizio del tuo sacerdozio, da quel Vescovo che ti fece prete, quando tu volevi andare in Africa.

Ti ricordi?

Cantisani ti disse: «Resta qui. La tua Africa è qui, in Calabria, in queste strade».

Francesco, nominandoti Vescovo prima in una diocesi interna della Campania, poi nella diocesi più importante, più carica di complessità, contraddizioni e pericoli, quella di Napoli, ti disse esattamente la stessa cosa, quasi con altre parole.

Ti disse: «La tua Africa è anche la terra, estesa da quella della tua Calabria».

E tu lo capisti bene e facesti a Cerreto e a Napoli le stesse cose che facevi da prete.

Nulla di più, nulla meno.

E con gli abiti da prete hai continuato a percorrere quelle strade e con le mani di prete hai abbracciato i ragazzi abbandonati, disperati, i poveri, gli uomini e le donne sole, le madri dal ventre sventrato e quelle che sono arrivate con i figli in braccio o con le braccia vuote per i figli caduti in mare.

Hai abbracciato quelli che considerano disabili, i più bisognevoli di aiuto, anche fisico, e i disabili di altro genere: quelli della mente, non in quanto pazza, ma della mente in quanto non ragiona più. Non ragiona in senso umano. Non applica i sentimenti umani al suo pensare.

Sono passati dieci anni, già, dalla tua ordinazione vescovile.

E quanti sono dieci anni?

Un attimo.

E di quanti attimi così veloci è composto il tempo umano?

Quanti sono dieci anni nella vita di una persona?

Sono quelli dei capelli che si imbiancano o che si diradano?

Sono quelli delle rughe sul viso, dei muscoli che si inflaccidiscono e delle gambe più pesanti, che temono addirittura gli anni successivi, quelli che ne riducono la velocità del passo?

Questi sono gli anni che passano sulla nostra vita di persone normali.

Di gente semplice, di uomini modesti, pur se racchiusi e imprigionati in ambizioni grandi ed esagerate.

Per un prete sono un attimo; per un Vescovo sono ancor meno di un attimo.

Sono gli anni di un padre, per esempio, o di una madre, ancora, passati troppo in fretta, lasciando in taluni un senso di colpa per ciò che non hanno ancora compiuto e, per tutti gli altri genitori, l’ansia di ciò che ancora resta da fare per i propri figli.

Sono questi gli anni dei preti.

Sì, sono questi gli anni dei preti veri.

I tuoi dieci anni che stai celebrando oggi da Vescovo si aggiungono ai quasi trenta del tuo sacerdozio.

Li stai mettendo insieme in queste ore e nella nota che ha preceduto questo giorno.

E hai fatto un rapido calcolo di ciò che hai costruito, fatto, vissuto in questi anni.

Hai pensato al bene che hai fatto.

Anzi, sono certo: non hai pensato al bene che hai fatto, perché il bene fatto lo si deve dimenticare subito.

Ma, con dolore, hai pensato a quello che non sei riuscito a fare, perché le forze umane non riescono quasi sempre a raggiungere quelle dello spirito e della volontà.

Io ti conosco, amico mio, e so che stai pensando agli attimi che ancora ti restano, non bastandoti l’augurio che tutti noi ti facciamo affinché siano almeno tre volte tanto questi attimi di vita pastorale.

Ma stai pensando a ciò che devi fare, al tanto che ancora vuoi fare, e ti agiti, come hai fatto questa notte nel letto.

Agiti il tuo pensiero, lo spingi su quel senso di colpa che prende ogni padre e sulla domanda:

«Ma io ho fatto davvero abbastanza per salvare la vita degli altri, per aiutare gli altri e chi ne aveva più bisogno?».

Ti conosco, anche se non ti sono stato mai compagno e neppure maestro, se ne fossi stato capace e degno, per gli anni più avanti dei tuoi.

Ti conosco anche se, per i tuoi impegni e per i miei affanni, non ci siamo potuti frequentare né molto né poco. Certamente assai meno di quanto io lo desiderassi e ne avessi bisogno.

Ti conosco, e so che adesso, in questo stesso momento in cui io sto scrivendo e tu stai celebrando nel Duomo di Napoli, davanti alle migliaia di fedeli che sono venute ad ascoltarti, tu hai messo da parte le domande.

Hai messo le mani giunte, hai alzato gli occhi e li hai lanciati oltre la cupola che copre l’altare, e stai chiedendo a Dio di poterti aiutare nel difficile, più intenso lavoro a favore degli ultimi che il tuo cuore ti spinge a fare, oltre la tua stessa missione di Vescovo.

Con quel Vangelo tra le mani e l’altro libro in tasca, quello laico della Costituzione, in giro per le strade di Napoli e del mondo.

Auguri, Mimmo.

Lascia che ti chiami così almeno questa volta: Mimmo, senza Don e senza Eccellenza ed Eminenza, perché il Vangelo, in nessuna pagina, ha inserito questi titoli.

E buon viaggio, con Gesù a fianco. Ti voglio bene. Assai.