Cimino: "Che male vi fa il Pride? Catanzaro resta città della diversità e della libertà"

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  07 agosto 2026 11:08

di FRANCO CIMINO

E io, invece, al Pride dell’8 agosto ci andrò. Con piena partecipazione. Anche morale e culturale.

Ci andrò soprattutto per rispetto verso chi ci mette la faccia, scende in strada, si mostra per ciò che è e lotta perché la propria naturale condizione sia conosciuta e riconosciuta. Non chiede un rispetto pietistico, ma il rispetto del principio di eguaglianza, quello che rende più forti le società e più solide, sicure e complete le democrazie.

Io sarò lì soprattutto per difendere questo principio. È il principio che ho sempre perseguito e cercato di trasmettere a quanti ho incontrato nel mio lavoro di formatore, educatore, docente e padre.

L’ho detto nelle aule, nelle piazze, in casa, su queste pagine e nei tanti colloqui, spontanei o pubblici, che la vita mi ha offerto: la normalità non esiste.

La normalità è una parola scritta dalla prepotenza e alimentata da una cultura divisiva che ha prodotto, nella storia, discriminazioni e sofferenze. Ancora oggi essa continua a nuocere ogni volta che viene utilizzata per affermare, in nome della forza del numero o del potere, la presunta superiorità di alcuni sugli altri. Dei pochi sui molti o dei molti sui pochi.

La normalità non esiste anche perché, sul piano culturale e umano, è un concetto povero. Per sostenerlo occorrono ignoranza e arroganza. Per diffonderlo serve quella forma di sudditanza che rende le persone timorose davanti a chi si sente forte e pretende di dettare le regole della società e, talvolta, perfino le leggi ispirate da quella stessa cultura discriminatoria.

Esiste invece la diversità. Ed è proprio la diversità il volto autentico dell’eguaglianza. Siamo tutti uguali nei diritti perché siamo tutti diversi. Tutti belli nella nostra irripetibilità. Tutti utili proprio perché nessuno è identico all’altro.

Esiste anche la meravigliosa diversità che ciascuno porta dentro di sé. Quella che ci rende, per natura, molteplici nella nostra stessa persona.

Andrò quindi al Pride dell’8 agosto per sostenere questo principio. Lo farò nella mia personale diversità, quella che mi permette di essere, insieme, maschile e femminile, come insegnava il grande studioso della mente Carl Gustav Jung e come continuano a sostenere molti studiosi contemporanei.

Di essere, nello stesso tempo, fanciullo e uomo maturo. Giovane e anziano. Padre e figlio. Credente e fedele alla mia Chiesa, ma anche profondamente laico. Uomo che prega, pur con le proprie difficoltà, e uomo che opera con altrettanta convinzione nelle istituzioni.

Sono diverso anch’io. Realista e sognatore. Politico del reale e costruttore dell’ideale. Pragmatico e visionario. Soprattutto un uomo che continua a cercare nell’utopia la strada per avvicinarsi alla felicità.

Perché non esiste una mia felicità se non esiste anche quella degli altri. Così come non esiste libertà per me se non esiste libertà per tutti. Anche per l’ultimo dei diversi che desideri vivere serenamente e pienamente la propria identità nella nostra società.

Ha fatto bene l’amministrazione comunale, e ha fatto bene il sindaco, a sostenere, e non semplicemente a consentire, questa giornata della diversità.

Una diversità che si esprime anche attraverso i colori, l’ironia, la fantasia e l’estro che da sempre caratterizzano il Pride. Uno spettacolo, sì. Ma talvolta uno spettacolo riesce a liberare le coscienze molto più di tante lezioni o di molti studi chiusi nei laboratori della ricerca.

Qualcuno, tra i soliti critici e gli eterni insoddisfatti di tutto ciò che non appartiene alla propria cultura, dirà che sarà una carnevalata. Lo diranno soprattutto coloro che si definiscono conservatori ma che, in realtà, finiscono spesso per inseguire un’idea restauratrice della società, fondata sull’ordine imposto e sulla presunta normalità.

È una cultura che la democrazia nata dalla Resistenza ha sconfitto nel 1945 e che dovrà continuare a sconfiggere ogni volta che tenterà di riaffacciarsi, alimentando la paura del diverso e trasformando il consenso emotivo in un progetto politico autoritario.

Sì, sarà anche una festa. E forse persino un carnevale. Ma è proprio questo il senso del Pride: usare la gioia, il sorriso, i colori e l’allegria per richiamare l’attenzione su un diritto fondamentale.

Del resto, cos’è il Carnevale se non la festa della liberazione dell’io dalle prigioni del conformismo e delle convenzioni?

Che sia dunque anche questo il Carnevale del Pride.

E chi sceglierà di partecipare, o semplicemente di assistere al corteo, da sostenitore, da osservatore o anche solo da cittadino, lo faccia con rispetto.

Perché quel Pride non disturba la città. Non fa male a nessuno. Non sottrae risorse alla collettività. Le poche somme impiegate rappresentano un investimento in una manifestazione che Catanzaro ha il dovere civile di accogliere con rispetto e con affetto.

Perché Catanzaro, pur maltrattata, abbandonata, isolata, trascurata e troppo spesso dimenticata, resta la città capoluogo della Calabria. Una città aperta, solidale e accogliente.

Una città che vuole continuare a essere la città della libertà. E della liberazione.