
di FRANCO CIMINO
Questa volta avrei voluto evitare di scrivere una riflessione sull’ennesima, sempre più triste, ricorrenza della strage di Capaci, sulla breve strada che dall’aeroporto conduce a Palermo. È arrivato il trentaquattresimo anniversario.
Quanti di questi dolorosi “compleanni” l’Italia celebra ormai dalla fine degli anni Sessanta? Quanti lutti sono entrati nel calendario civile della Repubblica, puntualmente ricordati attraverso il più solenne dei rituali burocratici dello Stato? Sono tanti. Troppi. E molti hanno perduto l’emozione autentica che li aveva accompagnati negli anni immediatamente successivi alle tragedie.
Le generazioni che furono testimoni dirette di quei fatti, in gran parte, non ci sono più. Gli altri sono stanchi. Stanchi non soltanto degli anni, ma anche della fatica di vivere in un Paese che non è ancora cambiato nella direzione indicata proprio da quelle ferite, da quei morti, da quei sacrifici.
Anch’io mi sono stancato di queste ricorrenze svuotate. E questa stanchezza fa molto comodo al potere: al potere nudo e crudo, privo di etica e di autentico spirito democratico.
Sempre la stessa scena: da Piazza Fontana a via Fani, da via Caetani a Capaci e via D’Amelio. Corone di fiori portate da carabinieri e poliziotti in alta uniforme. Ministri e sottosegretari nei loro doppiopetti scuri. Flash, telecamere, dichiarazioni preparate per i telegiornali.
E dietro tutto questo, il nulla.
Nulla delle vere cause di quelle tragedie. Nulla del sangue versato. Nulla del dolore inflitto alla democrazia italiana. Nulla delle sue ferite più profonde.
È il vuoto che si vede alle spalle di quei cortei ufficiali.
Perfino la partecipazione popolare si è consumata col tempo. Restano soprattutto studenti e insegnanti, accompagnati dalla sensibilità di qualche docente o dirigente scolastico.
E poi c’è un’altra verità, più personale.
Scrivo molto. Forse troppo. Scrivo tanto da stancare persino me stesso. La mano che scrive e gli occhi che rileggono.
“Franco, scrivi bene, ma troppo lungo”, mi sento spesso dire.
L’altro giorno un amico, forse liberando finalmente un giudizio trattenuto da tempo dietro l’affetto, forse debole, mi ha detto semplicemente e di colpo: “Franco sei logorroico”. Non gli era stato richiesto giudizio e po in quel luogo della “ santità laica” della cultura.
“Fottitene”, mi dicono gli amici più generosi.
Ma io ormai sono stanco anche di fottermene degli incolti, degli invidiosi, di chi critica il pensiero degli altri senza averne uno proprio; di chi accusa di logorrea chi almeno parla, mentre resta muto davanti al dolore della gente e ai problemi della società.
Per questo, stavolta, non volevo scrivere.
Eppure non ho alcuna intenzione di fermarmi. Mi fermerò soltanto quando la mia testa avrà smesso di pensare e il mio cuore di battere.
Oggi però scrivo della strage di Capaci per due immagini precise che mi hanno accompagnato per tutta la notte.
La prima è quel grande palco senza politici né rappresentanti istituzionali, pieno invece di giovani e dei vecchi volontari della resistenza civile alle mafie: quelli di Libera e quelli delle piccole associazioni quasi anonime.
Al centro, la figura immensa di una donna minuta: Maria Falcone.
Una donna che porta dentro di sé un dolore sconfinato, al quale non si è mai arresa, perché — come continua a ripetere — la vera giustizia per Giovanni Falcone, per sua moglie e per gli uomini della scorta non è stata ancora compiuta.
Le sue parole erano insieme dolci e durissime, più poetiche che politiche. In sostanza dicevano questo: noi siamo qui senza quel potere che in questi decenni ha continuato a offendere Falcone e Borsellino, lasciando intatta la logica che li isolò e li tradì.
L’altra immagine è quella del magistrato Nino Di Matteo, mentre parlava ai giovani lungo il corteo.
Un discorso breve ma severo, che ricordava Falcone denunciando non soltanto la mafia criminale, ma anche le mafie in doppio petto, quelle che hanno tentato di assassinare, insieme agli uomini, il senso stesso della giustizia.
Mi ha colpito vederlo circondato dagli uomini della scorta, costretti ancora oggi a osservare ogni movimento, ogni angolo, ogni possibile minaccia.
Un’immagine rassicurante soltanto per la protezione di quell’uomo, ma profondamente triste per un Paese che non riesce ancora a garantire libertà senza paura.
Poi c’è il numero.
Cinquantacinque.
Cinquantacinque sono i giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, dove Paolo Borsellino fu assassinato insieme ai cinque agenti della sua scorta.
Non sono semplicemente giorni, quasi due mesi. Sono la linea sottilissima che unisce due eroismi, due coscienze, due esempi supremi di fedeltà alla giustizia e alla libertà.
Quei cinquantacinque giorni sono una scia di sangue che collega non soltanto due luoghi, ma anche il volto oscuro del potere italiano alle sue responsabilità mai chiarite fino in fondo.
Sono il confine tra il bene e il male. Tra la libertà e l’arbitrio. Tra la civiltà e l’orrore.
Ma esiste un altro “cinquantacinque”.
Quello della prigionia di Aldo Moro nelle mani delle Brigate Rosse.
Cinquantacinque giorni che separano via Fani da via Caetani. Dal massacro degli uomini della scorta all’assassinio di uno statista disarmato, estraneo persino all’idea della violenza.
Furono i cinquantacinque giorni che piegarono la Repubblica sotto il ricatto del terrorismo e di interessi più vasti, interni ed esterni, che miravano a deformare la democrazia italiana e i principi costituzionali.
Per questo io credo che quei due “cinquantacinque giorni” non siano episodi separati della nostra storia.
Esiste un filo resistente che li unisce: il filo spezzato della democrazia italiana.
Finché non saranno comprese fino in fondo le trame che collegano Moro, Falcone e Borsellino — e le forze che agirono contro di loro — l’Italia non sarà mai davvero libera, né pienamente fedele ai principi della sua Costituzione.
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