Cimino: “Due grandi donne per i diritti umani, Navi Pillay Nobel per la Pace

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  10 ottobre 2026 17:09

di FRANCO CIMINO

Se c’è una cosa che non manca al nostro pianeta, sono le bombe e i premi. Siamo pieni di morti ammazzati dalle bombe e di persone insignite di premi. Ce ne sono di ogni misura, per ogni regione della Terra. E tanti sono i modi del loro impiego. Delle bombe, intendo, per usare il termine più antico e infantile.

Le bombe, chiamatele missili, droni o con qualsiasi altro nome, vengono progettate, fabbricate e lanciate dal cielo o da terra. E non sempre nei Paesi che si fanno la guerra. Le industrie più grandi e produttive si trovano anche in quelli che la guerra non la combattono militarmente, ma ne ricavano facili guadagni. Ricchezze per i padroni delle fabbriche e, sottobanco, per chi li sostiene.

Ci sono le bombe vendute sul mercato della guerra dai fabbricanti e dai governanti, che in questa lucrosa attività stanno sempre insieme. Ci sono quelle parcheggiate, in attesa di essere impiegate. E ci sono le bombe che siedono, invisibili ma potentissime, ai tavoli delle cosiddette diplomazie internazionali, dove si decidono le guerre degli altri e si difendono i propri interessi economici attraverso le guerre degli altri.

Le bombe non fanno soltanto morti a Gaza. Fanno morti, distruggono case, palazzi, scuole, ponti, strade, campi da calcio e terre da arare. Distruggono la memoria e il futuro delle popolazioni colpite. E se non ci fossero quelle vittime, quasi si finirebbe per umiliare le bombe stesse e l’onore di chi le getta sulla testa delle persone. Meglio ancora se bambini, donne e famiglie intere, dentro le loro case.

Le bombe sono prodotti per l’economia. Sono affari. Sono parte del mercato globale. Le società che le immettono sul mercato giocano in Borsa e speculano su miliardi di profitti, mentre le vite distrutte diventano semplici costi collaterali.

Le bombe costano denaro, oltre a costare vite umane. Vite che, a mio avviso, sono sempre innocenti, anche se alcune lo sono più di altre: quelle dei bambini, delle donne, degli anziani. E quelle di tutte le popolazioni aggredite da un nemico che le odia o che vorrebbe rubare loro la terra e la libertà.

Le bombe costano a chi le fabbrica e a chi le subisce. Ma costano anche alle popolazioni dei Paesi che non vanno militarmente in guerra e che, tuttavia, per vendere le proprie armi, costringono il pianeta intero a pagare un altro prezzo, collaterale alle guerre altrui. Anche il mondo abituato al benessere comincia a constatarlo direttamente, attraverso la povertà crescente che si abbatte sulle sue popolazioni.

Siamo tutti in guerra, ormai.

Lo aveva previsto quell’uomo di pace e di spiritualità francescana che ci ha lasciati da poco più di un anno: Francesco, il Papa. Ci spiegava, richiamandosi agli stessi principi del Santo di Assisi, che la pace non è una tregua, breve o lunga, utilizzata dai belligeranti e dai fabbricanti di armi per riposare, riordinare le divise e, soprattutto, rifornire gli arsenali svuotati.

La pace non è neppure la semplice interruzione di una guerra, mentre altre continuano a divampare.

La pace è la cancellazione dell’odio che arma le guerre e pretende persino di motivarle e legittimarle.

È il bombardamento morale e ideale del cuore e della mente di chi odia e fomenta la guerra. È la distruzione morale e materiale delle fabbriche di armi e la loro trasformazione in granai, come auspicava Sandro Pertini nel suo appello a svuotare gli arsenali e a riempire i granai.

La pace è la cancellazione degli egoismi individuali e delle prepotenze di coloro che, bugiardi nelle parole e ipocriti nei pensieri, salgono al potere promettendo la fine delle guerre e finiscono per provocarne altre, o per alimentare e potenziare quelle che avevano promesso di fermare.

La pace è l’ideale di un mondo bello, realizzato attraverso la piena affermazione della giustizia. Quella vera, che significa libertà per i popoli e per le persone. Significa riconoscere e sostenere il diritto di ogni popolo a vivere nella propria terra, libera o liberata, e in uno Stato capace di garantire libertà. Uno Stato edificato sulla terra che appartiene a quel popolo per la sua storia, la sua identità e il suo diritto all’autodeterminazione.

Giustizia significa anche favorire la costruzione della ricchezza in ogni regione della Terra. E laddove questo obiettivo dovesse rivelarsi difficile o richiedere tempo, significa garantire nel frattempo una distribuzione equa delle risorse necessarie alla sopravvivenza e alla dignità delle persone, attingendo anche a una parte delle ricchezze prodotte altrove e trattenute avidamente nelle mani di pochi.

La pace si fonda su questi principi e si conquista su questo terreno.

Ma questa pace, la pace dei tanti Francesco che hanno attraversato la storia dell’umanità, richiede passaggi duri, faticosi e rischiosi. E non sono pochi coloro che hanno camminato su questa strada: Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, John Lennon e tanti altri, come Fabrizio De André, per citarne soltanto alcuni.

Sono uomini e donne che, per la pace, questa pace, si sono battuti strenuamente, mettendo a rischio persino la propria vita.

Sono pochi, purtroppo, oggi come ieri. Se fossero anche soltanto un numero appena maggiore, il cammino verso la pace sarebbe già a buon punto. E diventerebbe, passo dopo passo, sempre più affollato di uomini e donne capaci di proteggere quei coraggiosi, riducendo così la necessità del loro eroismo.

Perché, finché le grandi imprese umane avranno bisogno di eroi solitari, questo mondo avanzerà a passi di formica verso la Bellezza.

La lotta per la pace passa attraverso la lotta contro la guerra. E questa, a sua volta, attraverso la lotta contro chi le guerre le provoca e le alimenta.

Gli uomini e le donne di pace combattono a mani nude contro i nemici della pace. Ma quelle mani sono armate del coraggio della denuncia aperta e documentata contro chi fabbrica e alimenta la guerra.

Contro tutti, in generale. Ma soprattutto contro chi usa le guerre asimmetriche, per dirla con un’espressione elegante, per compiere orrori che vanno oltre la brutalità dei conflitti armati.

Contro chi distrugge deliberatamente interi Paesi e brucia la terra che dà loro i frutti. Contro chi massacra persone inermi, i cosiddetti civili, e non si sazia, perché vuole il sangue dei bambini e il ventre sventrato delle donne. Contro chi non si ferma neppure davanti agli anziani rimasti in vita, come se volesse cancellarli tutti.

E ancora contro chi, non sazio di morte, chiude le vie d’accesso ai territori devastati, impedendo che arrivino cibo, acqua, medicinali e tende indispensabili alla sopravvivenza dei superstiti.

E contro chi, ancora assetato di morte, nega soccorsi e aiuti a quegli ignobili accampamenti nei quali, da decenni, sono ammassate centinaia di migliaia di persone, lasciate morire di freddo, di fame, di sete e di malattie curabili. Ogni giorno bambini, uomini, donne e anziani appartenenti allo stesso popolo, quello palestinese, continuano a pagare il prezzo di una tragedia senza fine, mentre si nega loro il diritto a una patria e a uno Stato nella terra che rivendicano come propria.

C’è una parola che, nella denuncia di chi si batte contro la guerra e contro chi la impone e la combatte, descrive questo orrore.

È una parola segnata dalla più grande tragedia della storia contemporanea: lo sterminio di milioni di ebrei per mano dei nazisti, con la complicità dei fascisti e di quanti li sostennero nelle persecuzioni e nei rastrellamenti compiuti in diversi Paesi europei.

Erano gli anni della Seconda guerra mondiale. Un orrore che pensavamo non dovesse mai più ripetersi.

E invece la storia ci pone nuovamente davanti alla responsabilità di riconoscere e impedire persecuzioni collettive, distruzioni e tentativi di annientamento di un popolo. Di fronte alla tragedia palestinese, la coscienza del mondo è chiamata a interrogarsi, senza ambiguità e senza doppi standard, sulle responsabilità di chi esercita il potere e sulla protezione dovuta a ogni essere umano.

La parola è una, sempre la stessa: genocidio.

Due donne coraggiose hanno portato questa parola al centro del dibattito internazionale, denunciando quanto accaduto e continua ad accadere nella terra di Palestina. Lo hanno fatto richiamando il mondo al rispetto del diritto internazionale e alla necessità di accertare le responsabilità di chi ha commesso crimini contro la popolazione civile.

Sono state chiamate in causa precise responsabilità politiche e militari israeliane. La Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non si tratta di condanne definitive, anche se io le avrei già emesse nella contumacia degli arroganti che si auto assolvono, ma di atti giudiziari che richiamano alla responsabilità individuale chi è accusato di aver commesso quei crimini.

Ma i responsabili non sono gli israeliani in quanto popolo. Non sono gli ebrei. Non si può confondere la responsabilità di un governo con quella di un intero popolo, né trasformare le colpe individuali in una colpa collettiva.

Il popolo israeliano conserva tutta la propria grandezza umana, culturale, morale e religiosa. E proprio per questo merita di essere distinto dalle decisioni dei suoi governanti, così come ogni popolo merita di non essere giudicato attraverso le colpe di chi lo rappresenta.

Lo sottolineo perché coloro che, come queste due donne e come pochi altri fin dall’inizio, hanno denunciato gli orrori della tragedia palestinese hanno sempre cercato di tenere separate le responsabilità dei governanti dall’innocenza delle persone che non ne sono responsabili.

Le due donne si chiamano Francesca Albanese e Navi Pillay.

La prima è italiana, la seconda sudafricana.

Francesca Albanese è una giurista esperta di diritto internazionale, studiosa dei diritti umani e del Medio Oriente, impegnata anche sul terreno dell’attivismo civile. Da anni svolge l’incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Un incarico dal quale ha denunciato violazioni, richiamato governi alle proprie responsabilità e sollecitato il rispetto del diritto internazionale, anche a costo di esporsi a minacce e attacchi personali.

Navi Pillay, sudafricana di origini tamil indiane, è una giurista di altissimo livello che ha dedicato la propria vita alla difesa dei diritti umani e della libertà dei popoli e delle persone.

Ha lavorato con grande indipendenza dai centri di potere e dalle convenienze politiche, ricoprendo incarichi di straordinaria importanza internazionale: giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Una vita spesa attraverso il mondo per difendere le persone, salvaguardare la dignità umana e contribuire alla costruzione di un’umanità nuova. Un’umanità capace di riconoscere e proteggere il valore di ogni vita, per ricostruire anche attraverso questa consapevolezza il mondo che abbiamo distrutto.

Francesca Albanese continua a lavorare sullo stesso terreno delle sue battaglie, ricevendo minacce e insulti dai consueti ambienti bellicisti e dai gruppi economici e affaristici che li sostengono. La propaganda, di cui questi ambienti dispongono in misura enorme, vorrebbe isolarla, convinta che l’isolamento sia l’arma più efficace per sconfiggerla.

Ma lei resisterà. Ne sono certo.

Anche perché, andando avanti, troverà sempre più persone disposte a starle accanto. Sono certo anche di questo.

Navi Pillay è una donna libera e indipendente, la cui storia professionale e civile è legata a una battaglia che non ha mai smesso di combattere: quella per i diritti umani, contro le discriminazioni e contro ogni forma di impunità.

Fin dalla giovinezza, in Sudafrica, si è battuta contro l’apartheid. Avvocata, difese chi subiva discriminazioni e persecuzioni. Fu la prima donna a esercitare la professione forense nella provincia del Natal e, successivamente, una delle figure più autorevoli della giustizia internazionale.

Una donna, una vita, per la libertà e la giustizia del mondo.

È anche per questo che il suo nome è legato a una delle questioni decisive del nostro tempo: la possibilità che il diritto internazionale sia davvero uguale per tutti, che le vittime non siano selezionate in base alla loro appartenenza e che nessun governo possa considerarsi al di sopra della legge.

Perché non può esserci giustizia se le norme valgono soltanto per alcuni. Non può esserci pace se il diritto internazionale viene invocato contro i nemici e dimenticato quando riguarda gli amici. E non può esserci un futuro comune se la vita di un bambino vale meno di quella di un altro bambino soltanto perché è nato dalla parte sbagliata della storia.

Io non credo molto nei premi. Ma credo nel valore di quei riconoscimenti che sanno indicare al mondo le persone giuste, quelle che hanno avuto il coraggio di stare dalla parte dei diritti umani anche quando sarebbe stato più conveniente tacere.

Se il Premio Nobel per la pace dovesse anche solo
riconoscere una battaglia come quella che Navi Pillay ha condotto nel corso della sua vita, sarebbe un riconoscimento capace di andare oltre la persona premiata. Sarebbe un messaggio rivolto a tutti: ai governi, alle istituzioni, ai fabbricanti di armi, ai popoli e alle coscienze individuali.

Un messaggio che ci ricorda da quale parte stare.

Dalla parte della giustizia, della libertà, della dignità umana. Dalla parte della pace.

Perché la pace non è il silenzio imposto alle vittime. È la voce che finalmente viene restituita loro.

E quando quella voce si leva, quando una donna coraggiosa la porta nei luoghi del potere e la fa arrivare fino alle coscienze del mondo, allora sì, può fare rumore.

Un rumore fantastico.

Un rumore capace di assordare quello dei cannoni.