Cimino: "L'assalto della disperazione"

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  31 luglio 2026 17:38

di FRANCO CIMINO 

Assalto alle coste spagnole da parte di cinquantamila marocchini. Hanno attraversato i tredici chilometri di mare per arrivare, attraverso la Spagna, in Europa.

Cinquantamila. Non donne, non bambini: quasi tutti uomini, quasi tutti giovani. Ragazzi.

L’assalto alle coste di un Paese, la Spagna, che attraverso la politica di solidarietà e di umanità del primo ministro Sánchez aveva scelto una strada diversa, oggi contestata dagli stessi spagnoli e da molti governi europei, in particolare da quelli più vicini, come Italia e Francia. Tutti chiedono che vengano rispediti in Marocco.

Un’altra tortura. Un altro tormento per un’Europa che, nelle sue regole sull’immigrazione, non ha ancora trovato una risposta giusta e condivisa. Chi arriva nei nostri Paesi chiede protezione, pane e lavoro, sottoponendosi a rischi enormi. In Europa resiste ancora il principio secondo cui l’immigrato è clandestino solo se viola le regole della convivenza e delinque; altrimenti è una persona che chiede aiuto e, in quanto tale, va rispettata.

La Spagna ha regolarizzato, nello scorso aprile, cinquecentomila immigrati. C’è chi sostiene che questa nuova ondata sia anche conseguenza di quella scelta.

Schengen o non Schengen, con le elezioni alle porte anche in Italia si parla già di sospendere gli accordi, di chiudere le frontiere, di respingimenti, mentre qualcuno continua a evocare “orde barbariche”.

“Soffia un vento di cattivismo”. Viviamo un tempo di profonde divisioni. Il Presidente Mattarella ha ricordato che “non si possono adattare le leggi ai comportamenti individuali”. Eppure, nella gara a chi è più Vannacci dell’altro, si propongono sempre più spesso leggi costruite su casi singoli, come ha osservato anche il professor Anis.

Lo scontro politico fa ormai la conta dei voti da conquistare nel mercato degli esseri umani.

Non si tiene conto della vita di queste persone: né della loro vita fisica né della loro umanità, del diritto minimo a vivere con dignità. La persona non c’entra più.

Sono partiti in cinquantamila. Non sappiamo quanti ne siano arrivati. Quanti di quei ragazzi sono morti nel mare. Un mare che li renderà per sempre anonimi, già dimenticati. Morti senza volto e senza nome.

Si facciano pure tutti i giochi politici che si vogliono. Si usino queste vite sul tavolo del presunto interesse nazionale o su quello delle economie europee, incapaci di garantire pane, lavoro e soprattutto una casa a questa umanità, cittadina dell’unico Paese senza governo e senza democrazia: il Paese dell’ingiustizia, dell’egoismo e della povertà assoluta.

Si chiami in causa la Comunità Europea come istituzione unitaria, capace finalmente di affrontare un problema destinato a diventare sempre più grande, perché sempre più grandi e diffuse sono le povertà del mondo e quelle dei singoli Paesi. Paesi che, invece di affrontarle e ridurle, ricorrono sempre più spesso alla forza dello Stato, all’autoritarismo e alla violenza generalizzata, soffocando non soltanto le proteste, già difficili da organizzare, ma perfino le più semplici richieste di giustizia e di solidarietà.

Si discuta di tutto. Si decida su tutto. Ma si affronti davvero questo dramma, questa emergenza destinata a crescere. Nessuno, proprio nessuno, può fermare la disperazione di chi non ha pane, libertà, casa, scuola e diritti.

Si può minacciare quanto si vuole, ma non li si può fermare. L’istinto di difesa e di sopravvivenza è troppo forte. Diventa persino una scelta obbligata decidere come morire in una società dell’ingiustizia che stabilisce chi deve vivere e chi deve morire.

La scelta è tra morire di fame, nelle stanze segrete della tortura, oppure morire durante la traversata, nella battaglia del mare, o ancora davanti ai confini degli Stati, ai muri di cemento e alle reti di filo spinato costruiti con il denaro dei cittadini per difendere il potere dall’assalto dei senza potere.

Ci si fermi tutti, almeno per un momento, e si rifletta. Questa non è soltanto un’emergenza migratoria: è un’emergenza delle ragioni stesse del vivere civile.

Si attivi un grande tavolo internazionale, intorno al quale siedano i rappresentanti degli Stati, i protagonisti dell’economia mondiale, gli uomini e le donne della cultura, le forze vive della società e i rappresentanti delle principali confessioni religiose. Si decida insieme che cosa fare di questo mondo ormai in rovina, ponendosi la domanda che noi, singoli cittadini, soprattutto noi padri e madri, non abbiamo il coraggio di porci.

In questa stagione contraddittoria, nella quale sembriamo rassegnati ad affidarci all’intelligenza artificiale e a creature artificiali che già hanno sembianze umane e perfino una voce più gradevole della nostra, la domanda è una sola.

C’è ancora posto per la vita e per la persona su questo pianeta?

E quale vita vogliamo per ogni essere umano?

E ancora: c’è ancora umanità nelle nostre coscienze, individuali e collettive? C’è ancora memoria dell’amore nella vita che stiamo perdendo?

Se non sapremo rispondere a queste domande; se da quella memoria antica, ammesso che ne sia rimasta una traccia, non sapremo far nascere una nuova idea umana della società, una nuova sensibilità democratica del potere, una nuova cultura della vita, allora questo mondo morirà.

E a noi, donne e uomini di queste ultime tre generazioni, che portiamo la piena responsabilità di averlo condotto su questo tragico confine, non resterà che la misera consolazione di non vivere abbastanza per vedere le rovine che abbiamo provocato.

A quella consolazione si accompagneranno soltanto il rumore di una musica metallica e assordante e il breve tempo che ci separerà, se credenti o non credenti, dalla scoperta che forse, dall’altra parte, c’è un Dio che ci giudicherà.