Cimino: “Quel lungo lenzuolo con i nomi di 18.000 bambini. E la coscienza tace ancora”

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images Cimino: “Quel lungo lenzuolo con i nomi di 18.000 bambini. E la coscienza tace ancora”


  28 giugno 2026 21:50

di FRANCO CIMINO

Quando scrissi, pochi giorni dopo la prima devastante offensiva dell’esercito israeliano contro Gaza, la terra dei palestinesi, il primo di una lunga serie di articoli – ne sarebbero seguiti oltre duecento – denunciai quella che mi appariva come un’evidente e drammatica sproporzione tra il vile attacco di Hamas del 7 ottobre e la risposta militare israeliana.

Fu allora che, con dolore e sgomento, parlai di un intento che definivo genocidiario nei confronti del popolo palestinese. Una convinzione maturata osservando l’uccisione sistematica di bambini, donne e anziani, cioè di persone inermi, estranee ai combattimenti.

Molti, soprattutto tra gli “occidentalisti “più schierati e tra i sostenitori incondizionati dell’attuale governo israeliano e dell’attuale amministrazione americana, reagirono con fastidio, ironia e talvolta persino con disprezzo. È la stessa reazione che troppo spesso viene riservata a chi denuncia la violenza esercitata da un potere quando questa supera ogni limite morale.

Ancora oggi si continua a discutere, spesso in modo ipocrita e dietro il paravento di un astratto intellettualismo, del significato della parola “genocidio”. Ho già affrontato questo tema in altre occasioni, spiegando le ragioni della mia convinzione. Ma le parole, da sole, non bastano mai. Esse acquistano senso soltanto nella realtà alla quale si riferiscono.

Se un esercito immensamente più forte, oltre che dalla logica militare, è animato da un odio dichiarato verso una popolazione; se tale odio arriva a negare il diritto di quel popolo a esistere come Stato e come nazione; se si arriva perfino a evocare la cancellazione di quel popolo dalla propria terra, allora ciò che conta non è soltanto il numero delle vittime, ma l’intenzione che guida quelle azioni.

Quando vengono uccisi bambini, madri, anziani e civili inermi, non è sufficiente rifugiarsi nella spiegazione dell’errore militare o dei cosiddetti danni collaterali. Conta l’intenzione. Conta ciò che quella violenza rivela.

Uccidere anche un solo bambino per odio verso il popolo al quale appartiene significa colpire il futuro stesso di quella comunità. È questo il motivo per cui, fin dall’inizio, ho sentito il dovere di alzare la mia voce.

Nei miei primi articoli riportavo spesso il nome di uno dei bambini uccisi. Perché un bambino vale cento. Cento bambini valgono tutti i bambini di un popolo. E tutti i bambini di un popolo rappresentano, simbolicamente, tutti i bambini del mondo.

Parafrasando un celebre insegnamento della tradizione ebraica, mi viene da dire: «Chi uccide un bambino, uccide tutti i bambini del mondo».

Per questo guardo con profonda partecipazione a quel lunghissimo lenzuolo sul quale sono stati scritti i nomi di circa 18.000 bambini palestinesi uccisi. Mi colpisce che quel lenzuolo stia attraversando città e Paesi, distendendosi lungo le strade come una memoria impossibile da ignorare e suscitando, in chi lo osserva, non soltanto pietà, ma anche indignazione.

Eppure temo che quei nomi siano ancora incompleti. Andrebbero aggiunti quelli dei bambini rimasti sepolti sotto le macerie e mai ritrovati. Quelli morti di fame, di sete, di malattia e di stenti. Quelli che continuano a spegnersi nelle tende logore dei campi profughi, dove da decenni milioni di palestinesi vivono sospesi, privati non solo della loro terra, ma anche della loro storia.

A quei diciottomila nomi si stanno aggiungendo, mentre scriviamo, altri bambini. Muoiono oggi, mentre nei salotti televisivi si continua ancora a discutere delle ragioni che giustificherebbero nuovi bombardamenti, come se fosse possibile trovare una spiegazione capace di rendere accettabile una simile tragedia.

Chiamate tutto questo come preferite. Se la parola “genocidio” vi sembra inaccettabile, non usatela. Cancellatela pure. Ma abbiate almeno il coraggio di trovare un’altra parola, una parola che riesca davvero a contenere l’orrore di ciò che il mondo sta osservando quasi con assuefazione.

E soprattutto non fingiamo di commuoverci soltanto quando una nuova immagine o una nuova notizia riusciranno finalmente a scuotere le nostre coscienze. Perché quel momento, forse, è già arrivato da tempo. E siamo noi a non volerlo vedere.


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