
di FRANCO CIMINO
L’Italia ha di nuovo il fiato sospeso. E trema. Anche oggi, come tutti i giorni precedenti. Non ce n’è uno che non abbia questo tremore.
Stanno arrivando in tutte le case degli italiani le bollette di questo mese. Luce e gas risultano molto più care. Ci si guarda nelle tasche e le si trova quasi vuote. Solo qualche moneta, con la quale non sai più che farci. Comprarti un giornale, una rivista, forse ce la fai. Ma a che serve leggere il giornale, se sei in questa situazione di incertezza? Le notizie allarmanti ci penseranno già i social e tutte le reti televisive a diffonderle. Forse, se non ne hanno altre da offrire, ne proporranno di genere diverso. Magari quelle che addormentano la mente e addomesticano i comportamenti.
Ma allora perché il Paese si agita così tanto, anche oggi? Perché siamo tutti di fretta, correndo a casa per ascoltare le prime notizie del telegiornale? Per sapere della guerra? Ma no, a chi vuoi che interessi la guerra? È ancora affare degli altri. Di quelli che la subiscono direttamente: i soldati nelle nuove trincee e nei nuovi campi infuocati. E le popolazioni dei Paesi bombardati. Popolazioni che soffrono — se una parte di esse sopravvive — la fame, il freddo, la miseria più totale. Il dolore delle perdite.
No, non è niente di tutto questo, o altro di simile.
Gli italiani sono in angoscia perché da giorni circola una voce che vorrebbe un nuovo ministro sottoposto ai fuochi dell’amore, alle paure di quello clandestino, ai clamori dello scandalo che ne seguirebbe.
Tutti incollati all’orecchio dell’altro e alle bocche del pettegolezzo, per sapere di chi si tratti. Lo si scoprirà presto. Il nome verrà fuori con tutti i dettagli.
Siamo nell’Italia guardona. Il Paese che guarda dal buco della serratura e poi critica gli altri mentre, mentalmente, si masturba.
Un’altra distrazione di massa per coprire i veri problemi? Lo sarà certamente. Ormai ci siamo così abituati da non farci più neppure caso. Tra l’altro, non sapremo più distinguere una notizia importante da una che non lo è. Un fatto vero da uno falso. Un problema reale da uno soltanto fittizio.
Un altro ministro infedele. E un’altra donna mantide. Magari un ministro col pancione e con la carta d’identità avanzata. E una donna giovane e avvenente. Quadro classico, perciò non nuovo. Un quadro che rimanda alle più antiche società.
Caso non più isolato, certamente si vorrebbe racchiuso in un numero piccolo, in un ambito ben stretto. E invece, proprio perché antico, esso è assai diffuso.
Ora, non vorrei dire che i ministri fedifraghi siano più numerosi degli altri uomini, ma mi viene facile affermare che numerosi siano gli uomini politici che appaiono — se scoperti — o che sono — se ben nascosti — ingannatori del talamo coniugale.
Accade spesso, e lo sappiamo. È certo, anche se non lo diciamo. È assai più probabile di quanto si pensi, anche se non viene ammesso, che gli uomini — almeno in questo scampolo di maschilismo e di cultura del potere maschile — soprattutto i più deboli tra quelli che assurgono a ruoli importanti, si predispongano a questa curiosa condizione.
Capita addirittura che maschi ai quali non daresti neppure un centesimo di garanzia sul loro fascino, nonostante siano vecchi, goffi, scomposti e ineleganti, oppure giovani ma semplicemente brutti, conquistando il potere conquistino anche belle e procaci donne.
E perché? Perché improvvisamente diventano belli?
E perché le donne trovano affascinanti gli uomini di potere?
Se la prima risposta non è vera, certamente lo è quella della seconda domanda.
Ma c’è di più. Qualcosa che l’opinione generale non riesce a cogliere, anche per effetto della stessa cultura maschile dominante, coperta da una sorta di ipocrisia o di vanità nascosta.
Ed è che il potere, in quanto tale, mantiene ancora una caratteristica maschile, propria della vecchia cultura del maschilismo: quella secondo la quale chi detiene il potere e lo conquista può prendere tutto ciò che gli capita davanti.
Chi occupa il potere — sia beninteso quello di questa nostra società, cioè un potere nudo e crudo, senza cultura, politica ed etica che lo sostengano — pensa di poter decidere su persone e fatti. E soprattutto di poter soddisfare desideri e ambizioni personali senza freni e senza limiti.
Questa concezione del potere si sottrae alle regole non per violarle, ma perché non le riconosce. Perché non attribuisce loro valore né capacità di controllo sul potere stesso.
Il potere, in sé, diventa la regola.
Non si tratta neppure di quella grande forza di corruzione che sembrerebbe insita nel potere stesso, quella che per esempio conduce alle varie forme di corruzione di cui si interessa molto più la magistratura che non la pubblica opinione.
Si tratta piuttosto di una sorta di ius primae noctis, quel presunto diritto attribuito al signore feudale, nel Medioevo, di consumare la prima notte con la giovane sposa di un servo della gleba.
È questa la vera questione di fronte alla quale ci troviamo.
E non riguarda soltanto qualche ministro di questo governo. Ha riguardato tanti ministri dei governi precedenti e tanti uomini di potere nel corso della storia del nostro Paese.
E riguarda, in maniera anonima — laddove non venga resa pubblica e finisca solo nel pettegolezzo paesano — tutte le realtà, probabilmente anche quelle delle diverse chiese, in cui si esercita il potere attraverso uomini spesso deboli moralmente e culturalmente, che lo gestiscono in forma proprietaria.
Insomma, una sorta di “asso piglia tutto”.
Fino a quando non ci si interrogherà su questo, e non si opererà davvero nella direzione di una trasformazione democratica del potere, la democrazia resta confusa e anche debole. Vale a dire che esso, il potere, dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale chi lo detiene realizza il bene di tutti, e non il mezzo con cui soddisfa e raggiunge il proprio interesse personale.
La democrazia, quella con la maiuscola, è sostanzialmente il luogo in cui non solo la libertà cresce e si sviluppa ogni giorno, ma anche l’ambito nel quale il potere si depura e si libera del suo stupido egoismo.
E diventa una cosa bella
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