
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
Scrivo da avvocato e sento il dovere di partire dai fatti prima ancora che dalle paure, perché una legge non si discute per sensazioni ma per ciò che effettivamente introduce nell’ordinamento. La proposta di legge del Partito Democratico sull’ipnosi clinica nasce con l’idea di regolamentare l’uso dell’ipnosi in ambito sanitario, stabilendo che possa essere praticata solo da professionisti qualificati, come medici e psicologi, definendo percorsi formativi specifici, prevedendo il consenso informato del paziente e chiarendo che l’ipnosi non è una terapia autonoma ma una tecnica di supporto ad altri trattamenti. A prima vista, dunque, l’intervento appare rassicurante e persino prudente, perché cerca di mettere ordine in un ambito che oggi è spesso confuso tra pratiche serie e derive improvvisate. Il problema però non sta tanto nelle intenzioni dichiarate, quanto nel messaggio culturale e negli effetti indiretti che una simile norma rischia di produrre in un contesto sociale già fortemente segnato dalla perdita di punti di riferimento e dalla crescente influenza dei sistemi di comunicazione di massa sulle coscienze individuali. Quando lo Stato decide di “riconoscere” e normare una tecnica che interviene direttamente sui processi mentali, sulla percezione, sulla memoria e sulla suggestionabilità delle persone, non sta semplicemente regolando una pratica sanitaria, ma sta contribuendo a normalizzare l’idea che la mente sia un ambito su cui è legittimo intervenire dall’esterno in modo strutturato e istituzionale, e questo è un passaggio simbolicamente delicato in un’epoca in cui tutti siamo già sottoposti a continue sollecitazioni persuasive provenienti dai media digitali, dai social network, dai meccanismi di raccomandazione che orientano gusti, opinioni e comportamenti senza che ce ne rendiamo conto. C’è poi un profilo giuridico che, da avvocato, non posso ignorare, ed è il rapporto tra questa proposta di legge e il principio, giustamente presente nel nostro ordinamento, che vieta l’uso di tecniche suggestive per la ricerca della verità nel processo penale, un divieto che serve a proteggere la genuinità delle dichiarazioni, l’affidabilità dei ricordi e, in ultima analisi, la razionalità dell’accertamento giudiziario. Formalmente quel divieto non viene toccato dalla proposta di legge, ma il rischio è più sottile e riguarda gli effetti indiretti, perché una persona sottoposta a ipnosi per ragioni sanitarie resta la stessa persona quando entra in un’aula di giustizia come parte offesa, testimone o imputato, e la mente non è compartimentabile in settori stagni, ciò che viene sollecitato o rielaborato in un contesto può riverberarsi in un altro, incidendo sui ricordi, sulle percezioni e sulla sicurezza soggettiva con cui si raccontano i fatti. In una società in cui l’autonomia mentale è già messa alla prova dalla pressione continua di modelli culturali, narrazioni dominanti e flussi comunicativi che tendono a uniformare le coscienze, il rischio non è che domani qualcuno ipnotizzi le persone in massa, ma che si abbassi ulteriormente la soglia di attenzione collettiva sul valore della libertà interiore e sulla necessità di proteggere la mente come spazio inviolabile, non solo da interventi abusivi, ma anche da una progressiva normalizzazione del condizionamento, che finisce per essere percepito come qualcosa di naturale, accettabile, persino utile. È per questo che una proposta di legge di questo tipo, pur muovendosi formalmente in ambito sanitario, merita un dibattito pubblico serio e non superficiale, perché tocca indirettamente il modo in cui una comunità politica concepisce la mente, la libertà di pensiero e i limiti entro cui lo Stato può spingersi quando si avvicina al territorio più intimo della persona.
Ed è per questo che ritengo prudente parlarne,perchè ogni proposta può costituire il presupposto di un bene o di un male e vale sempre la pena, per lo meno,rifletterci.
A cose fatte si sa,resta ben poco da discutere.
*Avvocato
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