Conidi: “Il prezzo del consenso, quando smettiamo di essere noi stessi per piacere agli altri”

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Conidi: “Il prezzo del consenso, quando smettiamo di essere noi stessi per piacere agli altri”


  04 aprile 2026 14:58

Di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA *

C’è un momento, spesso impercettibile, in cui smettiamo di dire ciò che pensiamo davvero. Non è una decisione esplicita, non è una resa dichiarata: è un piccolo aggiustamento. Un’opinione smussata, una frase calibrata, un silenzio strategico. Da lì in poi, il processo è graduale ma costante.

Ci abituiamo a osservare chi abbiamo davanti, a leggere le aspettative, a intuire cosa sarebbe più opportuno dire. E così, senza quasi accorgercene, iniziamo a costruire una versione di noi stessi che sia accettabile, apprezzata, magari persino ammirata. Ma non necessariamente autentica.

Il bisogno di consenso è profondamente umano. Essere riconosciuti, stimati, inclusi: sono dinamiche che ci accompagnano fin dall’infanzia. Tuttavia, quando questo bisogno diventa dominante, smette di essere un collante sociale e diventa una forza deformante. Non adattiamo più solo il nostro comportamento: adattiamo i nostri pensieri, o almeno la loro espressione.

Succede allora che si arrivi a sostenere pubblicamente idee che, in privato, non ci appartengono. Non per convinzione, ma per convenienza. Per essere considerati all’altezza di un contesto, per non perdere credibilità, per non incrinare un’immagine costruita con fatica. Il risultato è una frattura interna: da una parte ciò che siamo, dall’altra ciò che mostriamo.

Ancora più evidente è il caso di chi ricerca costantemente la simpatia altrui. Non si tratta solo di voler piacere, ma di non poter tollerare il contrario. Ogni interazione diventa allora una performance: battute calibrate, opinioni prudenti, atteggiamenti accomodanti. L’obiettivo non è più comunicare, ma essere approvati.

In questo meccanismo rientra anche la tendenza ad avvicinarsi a figure percepite come “importanti”. Entrare nel loro raggio, ottenere una loro approvazione, anche minima, può sembrare un modo per acquisire valore riflesso. Si finisce così per adattarsi ai loro schemi, per condividerne pubblicamente le posizioni, persino quando si nutrono dubbi o disaccordi. Non è adesione: è allineamento strategico.

Il problema non è solo etico, ma identitario. Più tempo si passa a recitare una parte, più diventa difficile distinguere tra ciò che si è e ciò che si interpreta. La ricerca di consenso, portata all’estremo, non aggiunge qualcosa alla persona: la sostituisce.

Eppure, sottrarsi a questo meccanismo ha un costo. Dire ciò che si pensa davvero può significare esporsi al dissenso, perdere approvazione, risultare scomodi. Non sempre è premiato, non sempre è conveniente. Ma è l’unico modo per mantenere una coerenza interna.

La questione, allora, non è eliminare il bisogno di consenso — cosa impossibile — ma ridimensionarlo. Chiedersi, ogni tanto, se ciò che si sta dicendo nasce da una convinzione o da un calcolo. Se il silenzio è prudenza o rinuncia. Se l’accordo è autentico o opportuno.

Perché il rischio più grande non è non piacere agli altri.
È non riconoscersi più.
*Avvocato


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.