
"Quando la maternità diventa rischio:il vuoto normativo che uccide"
Di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA *
Di fronte a tragedie come quella recentemente avvenuta a Catanzaro, il primo sentimento che attraversa l’opinione pubblica è lo sgomento. Si resta attoniti, incapaci di comprendere come una madre possa giungere a sopprimere la vita dei propri figli, dopo averli portati in grembo, desiderati e messi al mondo. È un cortocircuito emotivo e razionale che sfugge alle categorie ordinarie del giudizio umano.
Eppure, fermarsi allo sdegno o alla condanna morale non basta. Occorre, soprattutto per chi opera nel diritto, interrogarsi sulle cause profonde e sulle responsabilità sistemiche che questi eventi portano con sé.
È ormai acquisito, anche sul piano scientifico, che la depressione post-partum rappresenti una patologia reale, complessa e talvolta devastante. Non si tratta di una fragilità episodica o di una debolezza caratteriale, ma di una condizione clinica che può alterare profondamente la percezione della realtà, il rapporto con sé stessi e con i propri figli. In alcuni casi estremi, può sfociare in gesti che appaiono incomprensibili se valutati con i parametri della razionalità ordinaria.
Ed è proprio qui che emerge una prima, evidente contraddizione: mentre l’ordinamento giuridico prevede interventi anche penetranti dei servizi sociali in ambiti come la regolamentazione dei rapporti tra genitori separati e figli, non esiste un sistema strutturato e obbligatorio di monitoraggio della salute mentale delle madri nel periodo immediatamente successivo al parto.
Si tratta di una lacuna significativa.
Il diritto minorile si fonda su un principio cardine: il superiore interesse del minore. Tuttavia, tale principio rischia di rimanere astratto se non viene tradotto in strumenti concreti di prevenzione. I bambini, soprattutto nei primi mesi di vita, sono soggetti totalmente vulnerabili, privi di qualsiasi capacità di autodifesa. La loro tutela non può essere rimessa esclusivamente alla presunzione di idoneità del contesto familiare.
Non si tratta, è bene chiarirlo, di criminalizzare la maternità né di introdurre forme invasive di controllo indiscriminato. Al contrario, si tratta di riconoscere che la genitorialità, specie nella sua fase iniziale, può richiedere un supporto istituzionale strutturato.
Un sistema efficace dovrebbe prevedere:
un monitoraggio psicologico obbligatorio nel periodo post-puerperale;
l’intervento coordinato tra strutture sanitarie e servizi sociali;
percorsi di sostegno e presa in carico per le situazioni a rischio;
strumenti di prevenzione che agiscano prima che il disagio si trasformi in tragedia.
È una questione di equilibrio tra diritti: da un lato, il diritto della donna alla propria autodeterminazione e alla riservatezza; dall’altro, il diritto del minore alla vita, alla sicurezza e a uno sviluppo sano. Quando questi diritti entrano in tensione, il legislatore ha il dovere di intervenire per garantire una tutela effettiva, non solo formale.
Le tragedie come quella di Catanzaro non possono essere liquidate come eventi imprevedibili o frutto di un raptus isolato. Sempre più spesso, emergono come l’esito estremo di condizioni di disagio non intercettate o sottovalutate.
Il punto, allora, non è giudicare a posteriori, ma prevenire a monte.
Occorre il coraggio di affrontare il tema senza ipocrisie: la salute mentale materna non è una questione privata, quando da essa dipende la vita di soggetti fragili e indifesi. È un tema di interesse pubblico, che richiede risposte normative adeguate.
I bambini hanno un diritto sacrosanto: quello di crescere in un ambiente sicuro, protetto e consapevole. Garantire questo diritto significa anche riconoscere che la tutela passa, inevitabilmente, attraverso il supporto e il monitoraggio di chi di quei bambini è il primo riferimento.
Nè si può puntare il dito sull'indifferenza del prossimo che pare non accorgersi di nulla ,al punto da non riuscire a presagire simili tragedie.
Alcuni disturbi psicotici emergono infatti solo dietro monitoraggio specialistico e non sono ravvisabili se non da personale sanitario.
Non intervenire significa dunque accettare il rischio che tragedie simili possano ripetersi.
E questo, in uno Stato di diritto, non è accettabile.
*Avvocato
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