
di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
La recente pronuncia della Corte di Cassazione n. 1999 del 2026 segna un passaggio importante nel modo in cui viene valutato l’assegno divorzile. Il punto centrale non è più semplicemente stabilire chi, tra i due ex coniugi, guadagni di più o viva meglio dopo la fine del matrimonio. La vera domanda diventa un’altra: la differenza economica di oggi dipende davvero da scelte fatte insieme durante il matrimonio?
In altre parole, la Cassazione dice con chiarezza che non basta trovarsi in una posizione più debole per avere diritto all’assegno. Occorre dimostrare che quella debolezza è il risultato di rinunce, sacrifici o contributi dati alla famiglia e al partner nel corso della vita coniugale. Per esempio, aver lasciato il lavoro per occuparsi dei figli, aver seguito l’altro coniuge in un’altra città rinunciando a una carriera, oppure aver contribuito in modo determinante, anche solo “dietro le quinte”, alla crescita professionale o imprenditoriale dell’ex partner.
Questo cambio di prospettiva ha effetti molto concreti nei tribunali. Chi chiede l’assegno non può più limitarsi a dire “io ho meno soldi, quindi mi spetta”. Deve raccontare e dimostrare una vera e propria storia: quali scelte sono state fatte durante il matrimonio, chi ne ha beneficiato di più nel lungo periodo e perché oggi esiste quello squilibrio economico. Documenti, percorsi lavorativi, trasferimenti, decisioni familiari diventano tutti tasselli di una ricostruzione che somiglia sempre più a una “biografia economica” della coppia.
Dall’altra parte, chi è chiamato a pagare l’assegno ha ora uno spazio difensivo molto più ampio. Non si tratta solo di dire che l’ex coniuge può lavorare o guadagnare di più, ma di sostenere che la sua condizione attuale non dipende dal matrimonio, bensì da scelte personali fatte dopo o indipendentemente dalla vita di coppia. Ad esempio, il rifiuto di opportunità lavorative, cambi di carriera non imposti dalla famiglia o semplicemente una diversa gestione delle proprie possibilità.
L’aspetto forse più forte della sentenza riguarda le somme già pagate. Se un giudice accerta che l’assegno non doveva essere riconosciuto fin dall’inizio, quelle somme possono essere richieste indietro. Questo rende le cause ancora più “rischiose” per entrambe le parti: non si discute solo di quanto si pagherà in futuro, ma anche di ciò che potrebbe dover essere restituito per il passato.
Naturalmente, questo nuovo spazio di manovra non significa che tutto sia lecito. Usare queste argomentazioni solo per allungare i tempi, creare pressione sull’ex coniuge o costruire accuse senza basi reali può portare a conseguenze serie, anche sul piano delle sanzioni processuali. La linea tra una strategia ben costruita e un’azione pretestuosa è sottile, e sta tutta nella solidità delle prove e nella coerenza della ricostruzione dei fatti.
In prospettiva più ampia, questa decisione sembra trasformare il giudizio sul divorzio in qualcosa di più simile a un’analisi economica del matrimonio stesso. Non si guarda più solo a come vivono oggi due persone che si sono lasciate, ma a come hanno “investito” nella loro vita comune: chi ha rinunciato, chi ha accumulato, chi ha beneficiato delle scelte condivise.
Il risultato è un cambiamento culturale prima ancora che giuridico. Il matrimonio viene letto sempre meno come un legame che genera automaticamente un diritto all’assistenza dopo la fine, e sempre più come un percorso fatto di decisioni che producono effetti economici nel tempo. L’assegno divorzile, in questa logica, non è un sostegno per chi sta peggio, ma uno strumento per riequilibrare, quando serve, il peso di quelle decisioni comuni che hanno fatto crescere uno più dell’altro.
*Avvocato
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