
di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*
"CARCERI IN DIRETTA STREAMING: E LO STATO CONTINUA AD IGNORARE IL PROBLEMA"
di Maria Claudia Conidi Ridola*
Ci risiamo. Cronaca degli ultimi giorni: nel carcere Don Bosco di Pisa scoppia una rivolta. I detenuti si barricano e, con una disinvoltura che lascia sbigottiti, fanno partire una diretta streaming su TikTok. Protestano, in mondovisione, perché nelle loro celle sono state rinvenute delle microspie investigative. Lo Stato indaga e loro si lamentano sui social, trasformando un istituto di pena in un palcoscenico mediatico. L’episodio ha scatenato la dura e inevitabile reazione del magistrato Catello Maresca. Del resto, Maresca è stato uno dei primissimi magistrati a denunciare questa deriva a livello pubblico, utilizzando con forza e costanza anche i canali social, YouTube e ogni spazio informativo disponibile per scuotere le coscienze sul collasso del sistema penitenziario. Davanti a quest'ultimo scempio, il magistrato ha giustamente evidenziato l'assurdità di una propaganda in tempo reale che scavalca l'autorità dello Stato, parlando chiaramente di una situazione ormai fuori controllo.
Le sue parole, lucide e severe, intercettano un’indignazione profonda che unisce magistrati in prima linea e operatori del diritto. Chi scrive queste note si ritrova pienamente nelle denunce di Maresca e, da posizioni e ruoli diversi, va alimentando lo stesso identico allarme da tempi non sospetti su queste colonne. Già in passato, esaminando la questione delle intercettazioni in carcere, sollevavo un interrogativo cruciale su quanto i telefoni illeciti dietro le sbarre rappresentino una trappola per l'accertamento della verità. Successivamente, denunciando l'assuefazione generale di fronte a questo fenomeno, ricordavo come la tecnologia in cella stesse azzerando ogni barriera, permettendo ai detenuti di veicolare ordini all'esterno in tempo reale. I fatti, purtroppo, continuano a darci ragione, confermando una realtà in cui gli smartphone vengono talvolta introdotti persino con la complicità di chi avrebbe il dovere di vigilare.
Il punto che le istituzioni continuano ostinatamente a ignorare è ben più profondo e inquietante di una semplice diretta su TikTok. La tecnologia abbatte qualsiasi frontiera geografica e barriera di sicurezza. Un cellulare clandestino in mano a un detenuto d'alto livello non è solo uno strumento per comunicare; è un mezzo di assoluta dilapidazione delle strutture di sicurezza dello Stato.
Come ho già scritto in tempi non sospetti, attraverso questi dispositivi di ultima generazione si rischia persino di poter ascoltare a distanza e in tempo reale ciò che avviene all'interno delle Procure. Non possiamo nasconderci dietro un dito: l'esistenza di talpe all'interno degli apparati dello Stato è una realtà processuale drammaticamente periodica. Un telefono modificato o un'applicazione attiva nel posto sbagliato cancellano ogni argine di sicurezza, trasformando il carcere in una centrale operativa in grado di intercettare le mosse degli inquirenti. Oggi la politica si scandalizza e i vertici si muovono sull'onda dell'emotività, ma la verità è che si affrontano mille tavoli tecnici senza rendersi conto che la macchina della sicurezza è ferma al palo. In Italia si discute di grandi riforme, ma non si è capaci di far funzionare le cose più elementari e vitali. Fino a quando lo Stato non deciderà di riprendersi il controllo tecnologico dei penitenziari, blindando le celle dalle onde elettromagnetiche e bonificando le crepe interne, ogni proclama resterà carta straccia. E magistrati e avvocati si ritroveranno, ancora una volta da soli, a denunciare un'anarchia che viaggia alla velocità del web.
*Avvocato
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