
di MARIA CLAUDIA CONIDI *
Il fenomeno dei cosiddetti maranza non può essere liquidato come una semplice questione di ordine pubblico, né può essere giustificato attraverso il richiamo generico al disagio giovanile. Occorre guardarlo per quello che è, senza pregiudizi, ma anche senza indulgenze. Sul piano penale, le aggressioni, le minacce, le intimidazioni e le condotte violente devono trovare una risposta ferma. Il disagio non giustifica la violenza e non può diventare un alibi per chi viola le regole e i diritti altrui. Ma fermarsi alla repressione significherebbe intervenire soltanto quando il problema è già esploso.C'è qualcosa di più profondo da comprendere. Dietro questi comportamenti si nascondono spesso il bisogno di appartenenza, la ricerca di visibilità, il desiderio di affermazione e, talvolta, una forma di dissenso che non trova altri strumenti per esprimersi. Un dissenso confuso, non necessariamente consapevole, che finisce per manifestarsi attraverso la provocazione, l'ostentazione e la sopraffazione.
È interessante, in questo senso, l'osservazione del sociologo Stefano Allievi sul conformismo di questi gruppi. Dietro un'apparente trasgressione possono nascondersi modelli fortemente omologati, comportamenti replicati e codici di riconoscimento condivisi. La ribellione, dunque, non sempre è autentica autonomia: può diventare essa stessa un modello da imitare.È proprio qui che dovrebbe intervenire la società, prima ancora che la giustizia. E dovrebbe farlo utilizzando anche gli strumenti attraverso i quali questi ragazzi costruiscono la propria identità: i social network. Non possiamo lasciare che diventino soltanto amplificatori di modelli aggressivi, di linguaggi violenti e di comportamenti da imitare. Dovremmo, al contrario, pensare a percorsi di comunicazione alternativi, capaci di raggiungerli attraverso gli stessi canali. Penso, per esempio, alla possibilità che ogni Comune promuova la costituzione di gruppi giovanili di riferimento, con un proprio profilo pubblico sui social network, riconoscibile e accessibile. Una sorta di presidio digitale del mondo giovanile, animato da ragazzi che diventino essi stessi interlocutori e promotori di iniziative positive sul territorio, affiancati da educatori e figure di riferimento. Non uno spazio istituzionale nel quale gli adulti parlano ai giovani, ma uno spazio nel quale i giovani possano parlare ai giovani, confrontarsi, proporre attività, raccontare esperienze e diventare fonte di ispirazione per i propri coetanei.
Ogni Comune potrebbe così disporre di un punto di riferimento digitale, capace di intercettare il disagio, orientare le energie e offrire occasioni concrete di partecipazione alla vita della comunità. Un progetto da accompagnare con percorsi scolastici continuativi di educazione alla legalità, alla gestione dei conflitti, al rispetto dell'altro e all'uso consapevole dei social. Non dobbiamo confondere la comprensione con la giustificazione. Ma neppure pensare che punire sia sufficiente a risolvere un fenomeno che ha radici culturali, sociali ed educative. a risposta deve essere duplice: fermezza nei confronti di chi commette reati e capacità di prevenzione nei confronti di chi rischia di trasformare il disagio in una modalità di vita. Perché se i social sono oggi uno dei luoghi nei quali si costruiscono modelli di comportamento, dobbiamo avere il coraggio di abitarli anche con modelli diversi.
Non possiamo lasciare che siano soltanto i gruppi che alimentano la prevaricazione a esercitare influenza sui ragazzi. Dobbiamo mettere i giovani nelle condizioni di diventare protagonisti di un modello opposto, nel quale il riconoscimento non si conquista con la violenza, ma con ciò che si è capaci di costruire. Uno Stato che arriva soltanto dopo un'aggressione interviene sulle conseguenze. Uno Stato che educa e previene prova a impedirle. Ed è proprio questa la sfida: non lasciare ai social il compito di educare i nostri ragazzi, ma imparare a utilizzare quegli stessi strumenti per restituire loro modelli, linguaggi e prospettive diversi.
*Avvocato
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