
A volte le storie più interessanti non si incontrano negli uffici stampa, nelle première o dietro le quinte di una sfilata. Si incontrano in palestra.
È successo a Giovanni Sgrò, nella “sua” Flex Gym di Soverato. Tra una serie di esercizi e l’altra, in uno di quei luoghi dove le persone si presentano senza troppi apparati, riconosce dopo anni Daniele Lombardo. Un volto del passato, un ragazzo partito dalla stessa città. Qualche parola, i ricordi, le domande inevitabili su ciò che è accaduto nel frattempo.
Ed è proprio quel “nel frattempo” a trasformare una stretta di mano in una scoperta.
Perché il ragazzo di Soverato, nel frattempo, è diventato uno dei professionisti calabresi che hanno raggiunto i livelli più alti della moda internazionale. Ha lavorato tra Europa e Nord America, ha vissuto per un decennio negli Stati Uniti e nel continente americano, ha ricoperto incarichi creativi di primo piano e oggi porta la sua visione dentro Just Cavalli, con l'obiettivo dichiarato di rafforzarne un’identità autonoma e contemporanea.
Una carriera che, guardandola da Soverato, sembra svilupparsi su una distanza enorme. Lombardo, invece, quella distanza quasi la cancella con poche parole.
«Qui è casa. È dove sono nato e cresciuto. Tutto è partito da qui e sarà per sempre così».
Ed è probabilmente questa la chiave più interessante della sua storia: non quella di chi fugge dalla provincia per dimenticarla, ma di chi parte, attraversa il mondo e continua a riconoscere il proprio punto zero.
Il geometra diventato designer
La moda, curiosamente, non era nei programmi.
A Soverato Lombardo sceglie inizialmente gli studi da geometra. Oggi racconta quella decisione sorridendo, come un piccolo errore di interpretazione della propria vocazione.
«Ho fatto il geometra per “errore”. Avevo confuso il disegno in generale, che amo, con il disegno tecnico, parte fondamentale di un istituto tecnico, che invece non digerivo molto bene».
Ma proprio il disegno era già l'indizio.
L'arte, racconta, non è qualcosa che abbia scoperto improvvisamente: «Credo sia nata e cresciuta insieme a me, passo dopo passo. Ho sempre disegnato e creato».
La moda arriva dopo. E arriva grazie all'intuizione del padre.
Lombardo lo descrive come una persona «apertissima per i tempi», capace, nella Calabria di allora, di immaginare per il figlio un percorso professionale molto meno convenzionale di quelli considerati sicuri.
Dopo le superiori gli suggerisce di frequentare una scuola di moda.
È una svolta.
Lombardo studia all'Istituto Mediterranea del Design di Catanzaro, orientando finalmente quel talento per il disegno verso la progettazione di moda, e successivamente completa la formazione con un master all'Istituto Marangoni di Milano, che definisce senza esitazioni «la Mecca della moda a livello italiano e mondiale».
Fino ai diciotto anni quel mondo era stato quasi sconosciuto. Pochi anni dopo sarebbe diventato la sua vita.
La telefonata di Renato Balestra
Nelle carriere importanti esiste spesso un momento che, riletto a posteriori, appare come il punto in cui tutto cambia.
Per Lombardo ha un nome preciso: Renato Balestra.
«Il primo vero passo è stata la chiamata di Renato Balestra, maestro assoluto della couture a quei tempi. Mi offrì uno stage nel suo studio, dove poi sono rimasto tre anni, assunto come designer».
Non una semplice esperienza professionale, ma l'ingresso in una concezione della moda fatta ancora di atelier, costruzione dell'abito, artigianalità, immaginazione.
«In quel mondo e in quella moda fatta di sogni che era la couture parte la mia avventura».
Da quel momento la geografia si allarga.
Milano. L'Europa. Il Canada. Gli Stati Uniti. New York, Los Angeles. Nel curriculum entrano importanti aziende internazionali e anche una lunga esperienza come Creative Director di Buffalo David Bitton in Canada, prima dell'approdo all'universo Cavalli.
La stampa internazionale si accorge del suo lavoro. Maxim, raccontando il rilancio di Just Cavalli, lo presenta come il creativo chiamato a costruire per il marchio una personalità più riconoscibile, non semplicemente quella di una linea giovane legata al nome Roberto Cavalli, ma un'identità capace di parlare il linguaggio dello streetwear contemporaneo e del nuovo lusso.
Da Soverato al mercato globale, dunque.
Ma Lombardo evita la retorica della strada spianata.
L'ambizione, prima nemica e poi alleata
Quando gli si chiede quali ostacoli abbia incontrato, non indica una città difficile, un'azienda, una porta chiusa.
Indica se stesso.
O meglio, l'ambizione.
«Non ho mai considerato gli ostacoli nel mondo del lavoro. L'unico mio nemico nella crescita è stato poi l'arma che si è rivelata il mio successo: l'ambizione».
Da giovane, spiega, desiderare continuamente qualcosa di più gli impediva di riconoscere il valore dei piccoli avanzamenti.
«Volevo di più e per questo reagivo e sceglievo sbagliando. Con il tempo ho capito che tutti quei piccoli passi e quegli errori mi servivano come il pane. Era il tempo che mi stava formando e plasmando in quello che sono oggi».
L'ambizione non è scomparsa. È stata educata.
«Ho ancora la stessa ambizione, ma oggi riesco a gestirla e dominarla. Ci vogliono sacrifici per raggiungere le vette più alte e dietro ogni successo c'è una lunga strada piena di ostacoli».
È forse la parte meno patinata e più interessante del racconto di un uomo che lavora in un settore costruito anche sull'immagine: dietro il risultato visibile esiste un accumulo invisibile di tentativi, errori, spostamenti e decisioni.
Just Cavalli e la regola dell'identità
Oggi una delle parole che Lombardo utilizza più volentieri parlando di moda è identità.
In un sistema che cambia rapidamente, inseguendo tendenze che nascono e scompaiono nel giro di una stagione — ormai talvolta di poche settimane — considera pericoloso trasformare un marchio in un semplice inseguitore del mercato.
«Ogni brand di successo deve avere dei valori chiari. L'identità è uno di questi. Nella moda che cambia continuamente inseguendo i trend, il vero successo è restare fedeli all'identità creata per il proprio brand».
Poi un secondo principio: «Il team vince sul singolo».
Un'affermazione significativa in un settore che ha costruito per decenni il mito dello stilista-star. Dietro il direttore creativo, sottolinea invece Lombardo, c'è necessariamente una squadra.
Identità, lavoro collettivo e, aggiunge, «decisioni facili e coerenti».
Just Cavalli resta un marchio particolarmente forte sul mercato italiano, ma la direzione è quella dell'internazionalizzazione. Lombardo conosce bene entrambe le sponde dell'Atlantico e considera ancora il Made in Italy un capitale straordinario.
America e Russia continuano a mostrare una forte attrazione per i grandi marchi italiani, ma, osserva, il prestigio dell'Italia rimane globale.
Un patrimonio, tuttavia, che non può essere considerato acquisito per sempre.
«La Francia è già sopra di noi, la Cina corre»
Alla domanda sulla leadership italiana, Lombardo non ricorre all'autocompiacimento.
«Siamo ancora a un buon livello, ma se non ci attrezziamo la Francia è già sopra di noi. La Cina cresce più rapidamente del previsto e l'America porta innovazione con nuovi brand giovani».
C'è poi il problema produttivo.
Il peso dei costi sta progressivamente spostando quote di produzione verso Portogallo e Turchia, oltre ai grandi poli manifatturieri di Cina, India e Bangladesh.
La sfida, dunque, non riguarda soltanto lo stile. Riguarda materiali, tecnologia, organizzazione industriale, capacità di innovare.
E inevitabilmente riguarda anche l'intelligenza artificiale.
Moda e intelligenza artificiale: il cambiamento è appena cominciato
Su questo terreno Lombardo distingue nettamente l'uso popolare dell'IA da quello che sta avvenendo dentro le imprese.
La sua formulazione è volutamente provocatoria:
«Per ora l'AI è solo un giocattolo usato per lo più per cose stupide dalla maggior parte delle persone».
Ma la seconda parte del ragionamento è molto più seria.
«Nelle aziende, invece, questi sistemi stanno già prendendo il posto dell'uomo e il futuro credo sarà caratterizzato da un cambiamento sociale molto impattante nel lavoro e nel rapporto uomo-macchina».
È una distinzione importante: mentre nel dibattito pubblico l'intelligenza artificiale viene spesso percepita attraverso immagini, chatbot o applicazioni curiose, nelle filiere produttive sta già modificando processi, tempi e ruoli professionali.
Anche per un'industria creativa come la moda, quindi, la questione non è più domandarsi se la tecnologia arriverà. È capire come cambierà il lavoro creativo quando sarà pienamente integrata nei processi industriali.
Il corpo come parte della disciplina creativa
Poi la conversazione ritorna nel luogo in cui era cominciata: la palestra di Soverato.
Il fisico allenato, i tatuaggi, l'attenzione evidente all'immagine personale potrebbero apparire semplicemente coerenti con il mondo professionale di Lombardo.
Per lui rappresentano qualcosa di più.
«Amare se stessi e prendersi cura della propria immagine, della salute personale e delle proprie energie è una formula per il successo».
Sport e bodybuilding diventano così parte di una disciplina più ampia.
«Non è soltanto un biglietto da visita, ma una vibrazione che trasmetti agli altri prima ancora della tua stretta di mano».
Ed è curioso che proprio una stretta di mano, quella con Giovanni Sgrò, abbia permesso di riaprire questa storia.
Perché nell'uomo incontrato in palestra a Soverato convivono mondi apparentemente lontanissimi: il ragazzo che disegnava, lo studente che aveva scoperto di non amare il disegno tecnico, il figlio incoraggiato da un padre lungimirante, l'apprendista di Renato Balestra, il designer emigrato, il manager creativo che ha conosciuto l'America e il professionista chiamato oggi a ripensare l'identità di un grande marchio italiano.
E poi c'è ancora Soverato.
Il mare, gli amici, la palestra, i ricordi dell'infanzia.
Non uno sfondo nostalgico da recuperare quando si torna in vacanza. Piuttosto un punto fermo dentro una biografia costruita sul movimento.
«Sono un sognatore, Gianni»
Alla fine Giovanni Sgrò gli domanda che cosa sogni adesso Daniele Lombardo.
Una domanda quasi inevitabile per qualcuno arrivato così lontano.
La risposta, però, non contiene una posizione aziendale, una città o un prossimo traguardo.
«Io sono un sognatore, Gianni. Non ho mai smesso di farlo e mi lascio sempre sorprendere e trasportare dai sogni. È un processo naturale e di crescita. Sogno sempre il meglio».
Forse è questo il punto in cui la distanza tra Soverato e le capitali della moda diventa improvvisamente molto più breve.
Perché prima delle maison, delle collezioni, dei mercati internazionali e delle direzioni creative c'è stato un ragazzo che disegnava in Calabria senza sapere ancora dove quel gesto lo avrebbe portato.
Ha attraversato molti luoghi, ma non ha cambiato il luogo da cui racconta di essere partito.
E per salutare sceglie una formula antica, quasi in contrasto con un'industria ossessionata dal prossimo trend, e proprio per questo perfettamente coerente con tutta la sua storia:
«Ad maiora semper».
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