
di ENNIO CURCIO
Gli effetti del voto referendario, in cui ha vinto il "no", non si sono fatti attendere anche se politicamente tardivi, diciamoci la verità ! Si sono dimessi o meglio sono stati "invitati" a farlo, altrimenti sarebbero stati "cacciati", ministri, sottosegretari e capi di gabinetto, di rilievo politico elevato. Chi perché condannato in primo grado e socio in affari con la figlia di un prestanome della mafia; la ministra al turismo perché pluri indagata ed anche convinta di essere come nel film "Il marchese del Grillo" al di sopra di tutto e tutti ; chi, infine, per avere usato dei "toni" a dir poco impropri, quali l'aver definito i magistrati "un plotone di esecuzione" contro i cittadini.
Certo non è questa la sede per "processare" nessuno essendovi già quella "naturale" dei tribunali della Repubblica italiana.
Tuttavia un'altra questione emerge prepotentemente da quanto accaduto: il rispetto, da parte di chi governa, delle istituzioni rappresentate.
Non dimentichiamo che i dimissionari, sino a l'altro ieri erano difesi dalla "loro" stessa maggioranza che, anche giustamente diceva : "un procedimento penale non determina colpevolezza". Affermazione di principio ineccepibile ! La questione però, è un'altra e se la politica tutta, destra, sinistra o centro, non la comprende, allora i cittadini si ribellano
e vanno a votare per ricordargliela, come accaduto per il referendum sulla giustizia, cambiando di colpo qualsiasi futura previsione elettorale. Lo ribadiamo con convinzione, ogni indagato ha il sacrosanto diritto di essere presuntivamente innocente, sino alla sentenza definitiva. Principio costituzionale di elevata civiltà giuridica e sociale.
Ma quando ad essere indagati o condannati, anche se non definitivamente, sono i vertici dello Stato, insieme alla presunzione d'innocenza non può non considerarsi anche e sopratutto la "dignità" della funzione. Tutti noi conosciamo cosa sia il "calvario" di un processo che dura anni ed i rischi per l'onore ed il decoro dell'imputato.
Se si esercitano
funzioni pubbliche così elevate, bisogna
"liberare" le istituzioni da tale "fardello" processuale e fare un passo indietro, altrimenti si compie un errore di metodo ancor prima che di merito.
Accade infatti, che i cittadini siano portati ad identificare l'uomo con l'istituzione che rappresenta.
Anche se questo è tecnicamente sbagliato, perché la funzione è impersonale, cioè il Ministero non è il ministro,
nei cittadini si forma l'idea e la convinzione che quell'alto rappresentante istituzionale debba essere al di sopra di ogni "sospetto". È il prezzo da pagare se si vuole rappresentare lo Stato e portare la "corona". Si badi, non stiamo sostenendo che l'avvio di un procedimento penale sia la "miccia" per far esplodere il potere politico, ma non si può neanche pensare di trascinare il Paese nelle proprie vicissitudini processuali sol perché si riveste un ruolo pubblico. D'altra parte i "comuni" cittadini affrontano la giustizia senza avere privilegi o particolari garanzie o "scudi". È un equilibrio delicatissimo che risolvere solo in "punto di diritto" è, per quanto ineccepibile, insufficiente e riduttivo della posta in gioco che é la credibilità delle istituzioni democratiche, niente di meno !
Ed allora cercando un non facile "compromesso", tra i diritti della persona, in primis la presunzione d'innocenza, ed il prestigio e decoro della funzione pubblica, potremmo dire che esso risiede nel "sentire" una coscienza "pubblica" oltre che privata, perché
le istituzioni sono e devono essere al di là e al di sopra dei destini dei singoli.
Nominare ministri e sottosegretari fedeli al capo di turno, difendendoli contro ogni evidenza, ha indebolito il "sistema" Paese e compromesso la credibilità politica anche delle coalizioni di riferimento.
Si voleva cambiare la Costituzione ma l'esito del referendum ha cambiato, invece, gli equilibri di potere nel Governo.
È stata un lezione democratica e non basta soltanto "convincere" alle dimissioni se poi si commette ancora l'errore di proporre, come vorrebbe fare il governo, una futura legge elettorale senza le preferenze e con un premio di maggioranza vergognoso che scatterebbe con solo il 45 per cento di voti favorevoli.
In questa fase politica sarebbe ciò che di peggio si possa fare per riportare i cittadini alle urne.
Il metodo secondo cui se ho il potere sono legittimato a fare quello che voglio non paga affatto, neanche elettoralmente !
Il voto referendario, al di là del rilevante risultato specifico, ha significato, per chi saprà interpretarlo,
la richiesta impellente di una nuova classe dirigente sensibile, in primis, ai valori Costituzionali.
Attenzione, il tempo delle deleghe in "bianco" è finito, ed il fatto che anche i giovani siano tornati a votare, a credere nel loro futuro, diverso e migliore, è un segnale inequivocabile del cambiamento.
Chi questo non saprà interpretarlo politicamente, sarà destinato a perdere nella prossima tornata elettorale. Com'è giusto che sia!
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