Don Mimmo, il prete che lotta nel vescovo che piange e quel "Gennaro" cui chiede aiuto contro guerre e mafie

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  20 settembre 2026 17:42

di FRANCO CIMINO

Nel vescovo che piange e quel “Gennaro” cui chiede aiuto per sconfiggere le guerre e le mafie

Questa volta si è rivolto direttamente a San Gennaro, riconoscendo i limiti della forza umana, disturbata da interessi diversi, da fragilità sempre più grandi, dalla confusione indotta in quel sistema della comunicazione che non ti fa più distinguere qual è l’interesse dell’uomo da quello dell’individuo, quale è il bene dell’umanità e quale il bene piccolo perseguito per se stessi.

Proprio lui, che ha sempre avuto fiducia nell’uomo e nella sua capacità di discernere il bene dal male, questa volta ha sentito il bisogno di chiedere un soccorso più alto, quello che sta in quella parte del cielo sopra il nostro cielo e forse un po’ sotto quello in cui, con un nome che non possiamo sognare, sta il nostro Dio, con accanto Gesù, la Madonna e San Pietro che, secondo la tradizione cristiana, avrebbe le chiavi della porta d’accesso al Paradiso.

Egli conserva ancora piena fiducia nell’uomo, nell’essere umano. Ma sa che, diviso com’è da tutti gli altri esseri umani, da solo non ce la fa a superare questo dolore enorme e a sconfiggere il male che si è abbattuto sull’umanità.

Troppo forti sono i signori della guerra, i padroni del mondo, coloro che si sentono depositari della vita degli altri e ne vorrebbero decidere la qualità e il tempo, quindi il benessere materiale e morale e la stessa morte.

I brutti signori della guerra sono coloro che si sono appropriati delle ricchezze della terra, della vita degli esseri umani, della casa in cui tutti noi saremo destinati alla felicità, qui, su questo mondo, e ancora più orrendamente sui profitti della guerra creano povertà sempre più estese.

Povertà che affamano e assoggettano, che spogliano degli abiti le persone, che rovinano e rompono il tetto anche delle più piccole abitazioni e che arrivano prima ancora delle stesse case, dove dovrebbero dimorare i propri figli, e prima delle scuole, delle università, del lavoro, quello creativo attraverso il quale si realizza la persona e con i cui mezzi si creano le condizioni per il proprio sostentamento e quello della propria famiglia.

E una povertà ancora più grande, quella morale, che sottrae ai poveri e ai diseredati, agli abbandonati, la capacità di riconoscere tutti i mali e di condividere i principi e i valori che realizzano il bene.

Anche nella coscienza, sempre più imprigionata dal bisogno e dalla disperazione, le stesse che ottundono la mente e la capacità di definire con ragionevolezza la realtà nella quale la povertà si trova.

Povertà delle forze spirituali che ti portano sempre a confidare nella bontà celeste di un Dio che accoglie comunque i poveri e gli afflitti qui, in questa terra, prima di accoglierli nel regno infinito.

Povertà anche fisica, per la perdita di forze nelle braccia e nelle gambe, anche di quelle che consentirebbero di battere i pugni sul tavolo o di dare un pugno forte sulla parete di fronte a qualsiasi dolore, a qualsiasi ingiustizia, affinché dal buco che ne dovrebbe derivare potesse uscire quel dolore, quella rabbia, e si potesse davvero guardare alla giustizia e alla verità.

Questa volta Don Mimmo ha parlato di loro, non ha parlato a loro.

Gli sarà sembrato non inutile, ma quasi ingiusto, se appaiono vuote tutte le parole che sono state dette, anche da lui, e con tanta tenerezza, come quella di chi si china sul derelitto, sull’emarginato, sul sofferente, per risollevarlo da terra e farlo camminare con lui, almeno verso il primo punto di ristoro, e poi verso il passo successivo, verso il sentiero di lotte pacifiche per la pace e per la libertà.

La propria e quella di tutti.

Perché, come ci insegna Don Mimmo stesso, dalle parole prese al Vangelo a quelle richiamate dalla Costituzione, non c’è pace per sé stessi se non c’è pace per tutti. La serenità, la pace, la ricchezza, il benessere di una sola persona saranno effimeri se non saranno per tutti.

Ieri mattina, nella Cattedrale di Napoli, questo prete rimasto tale nonostante la veste rosse che indossa ha parlato degli uomini e delle donne, di tutti gli uomini e di tutte le donne che vivono in questo pianeta dominato dall’ingiustizia e da un potere apparentemente invisibile, che infligge dolore, lutto e miseria in una tale vastità da non riuscire più a trovare le lacrime del pianto negli occhi asciutti delle persone disperate.

Ha parlato dei bambini e delle madri che li hanno persi, strappati dalle loro braccia da ogni sorta di violenza che si è abbattuta inesorabilmente su di loro.

Decisamente, senza forse e senza alcun dubbio, ha parlato dei più fragili e delle donne che li hanno generati, con il dovere anche di curarne la crescita, per la responsabilità che esse, insieme ai padri, hanno nei confronti della società, alla quale restituire quei piccoli uomini e quelle piccole donne che saranno capaci di creare il bene nel mondo.

Il pianto che ha interrotto brevemente l’omelia, che io considero un altro discorso al mondo intero e un monito ai potenti(un altro dopo quelli che ha già rivolto con le sue lettere aperte), è la stretta sul dolore del prete, dell’uomo che si sente a volte quasi sconfitto dinanzi a quell’orrore e assai preoccupato anche che quell’orrore, nell’assuefazione che ne abbiamo fatto, si traduca non solo nell’indifferenza rispetto al male, ma anche in una confusione che ci porta a non capire più la differenza tra guerra e non guerra, tra violenza e non violenza, tra vita quale diritto e morte come ingiustizia inflitta.

Ha parlato anche di noi, in questa terribile e pericolosa sensazione, in questa altrettanto terribile tendenza che segnerebbe quasi la fine del senso umano della storia e dell’umanità dentro ciascun essere umano.

Don Mimmo, il cardinale, ha parlato tante volte ai potenti, supplicandoli, quasi inginocchiandosi, di arrendersi di fronte alla loro cattiveria e al loro cinismo. Li ha supplicati di distruggere le armi che sono state ormai costruite e di sostituire quelle fabbriche dell’orrore con quelle della vita, le industrie che procurano il pane, che sanno trasformare il grano e gli altri frumenti in alimenti essenziali e garantire giustizia e dignità.

Li ha anche ammoniti e, se ne avesse avuto il potere, li avrebbe scomunicati.

Ma è stata impresa inutile, non preghiera perduta, perché le preghiere non sono mai perdute, ma impresa inutile se la guerra si è estesa ed è diventata più cattiva della guerra stessa.

Impresa inutile, quelle battaglie contro i potenti, se la fame è cresciuta anche nei Paesi cosiddetti evoluti e lontani dalle guerre guerreggiate, come quelli europei e, in particolare, come quello italiano.

Impresa inutile se alle attese parole di pace persistono ancora quelle dell’odio, della rivalsa e della vendetta, e quelle ancora più assurde della supremazia di una piccola parte sul resto dell’umanità.

Della pretesa arrogante di chi si sente rappresentante esclusivo di una razza nei confronti delle altre, considerate ancora razze e inferiori e non specificità preziose degli esseri umani, ricchi tutti proprio della loro diversità.

Ed è per questa consapevolezza che il nostro Don Mimmo si è rivolto direttamente al Santo patrono di Napoli, quel santo del rito della liquefazione del sangue che, puntualmente, anche dalle mani dell’attuale Vescovo, giunge nel giorno stabilito a mostrare una sorta di miracolo, se di miracolo si possa parlare in questo caso: è il mio pensiero, naturalmente.

Di questo suo parlargli parla del male più grande che affligge la città più bella del mondo: la camorra.

E qui Don Mimmo compie un capolavoro non solo lessicale, che va oltre la poesia che scorre in tutta la sua omelia.

La definisce per quella che essa tragicamente è: guerra.

La camorra, nel suo pensiero, non è soltanto omicidiaria o stragista, ma è autenticamente guerra per lo scopo che si prefigge: la distruzione e l’assoggettamento totale di chi viene scelto come nemico.

E per gli effetti conseguenti, ancora più devastanti: la distruzione dei luoghi e la rovina delle culture nelle realtà in cui la camorra, come tutte le mafie dell’Italia e del mondo, opera.

La camorra fa la guerra. Anche a Napoli, alla sua civiltà, alla storia di Napoli, all’umanità di Napoli, come le altre mafie la fanno alle realtà in cui esse prolificano e imperano, impossessandosi anche indirettamente degli strumenti che appartengono alla democrazia e allo Stato democratico.

Don Mimmo, il vescovo, dice, tra le altre cose, anche quella che molti, intellettuali e religiosi compresi, non vedono, o fanno finta di non vedere, o non riescono a comprendere: l’odio e il rancore generano sempre violenza, da quella più piccola alla più grande, e ogni violenza è un atto, in qualsiasi modo essa si rappresenti, contro la vita e la dignità della persona.

Ed una sola persona che venisse colpita, anche da un atto solitario di violenza, sarebbe vittima di un atto consumato contro l’umanità.

Ogni violenza è strumento di quella guerra che, anche se vivesse nelle nostre singole individualità, concettualmente e moralmente, la guerra degli altri accetta e alle prossime guerre si prepara, perché le possa considerare giuste o inevitabili.

Quello di ieri nella Cattedrale di Napoli, per quanto non sarà l’ultimo di tale grandezza, è un discorso di straordinaria bellezza, una pagina rara dell’infinitezza umana in quella ricerca continua del bello, del giusto e del buono.

Una ricerca che continua a fare anche un uomo al quale il suo Dio, il nostro Dio, ha offerto la grazia di sapere dove quei valori e quelle verità si trovano.

Se ci fosse un maestro ideale, a sedere nella prima cattedra dell’unica scuola di umanità che dovrebbe esserci in tutti i luoghi e in tutte le terre e i Paesi del mondo, gli chiederei di fare di questo testo la prima, ferma lezione di inizio anno scolastico e accademico, che terrei stampata a grandi caratteri sulla parete centrale di ogni aula.

Anche per sentire vibrare nel proprio petto quel “tu” confidenziale, senza titolo che ne precede il nome: Gennaro.

Sì, solo e semplicemente Gennaro, e non San Gennaro, come l’ha chiamato Don Mimmo.

Gennaro, semplicemente Gennaro, come per dirgli: scendi dagli altari e vai sulle strade, anche di Napoli. Fa’ che il tuo sangue benedetto sia l’unico ad essere conpredo e ad essere visto.

È una richiesta ferma anche a lui: salvare Napoli e le sue creature. E, da Napoli, contribuire a salvare il mondo dall’odio e dalla violenza.

C’è di più: quel Gennaro, secco e affettuoso, significa: “Io voglio esserti amico, voglio che tu mi sia amico, perché ho bisogno di te in questa battaglia per la vita.

Non pretendo di essere uguale a te, ma desidero che tutti noi che portiamo la parola del Vangelo e quella di Gesù direttamente nel mondo ci spogliamo di tutti i titoli che abbiamo.

Perché l’umanizzazione delle nostre accreditate grandezze serve a chi sente perduto il valore umano della propria persona”