
di STEFANIA PAPALEO
Tentato omicidio e maltrattamenti in famiglia: tiene l'accusa per l'uomo di 8 anni che, lo scorso 28 marzo aveva indotto la moglie a lanciarsi dal balcone della loro abitazione, al primo piano di un palazzo di Botricello, per sfuggire alla sua furia (LEGGI QUI LA CRONACA DEI FATTI).
Nove anni e 8 mesi di reclusione la condanna che gli è stata inflitta al termine dell'udienza celebrata con il rito immediato dal gup Lamanna, in accoglimento della ricostruzione dei fatti ribadita in aula dal pm Sara Cacciaguerra, che aveva chiesto una pena pari a 11 anni di reclusione. A supporto della Procura, l'avvocato Francesco Mancuso, che si è costituito parte civile nell'interesse della vittima e della figlia che aveva assistito impotente alla violenta lite innescata dal padre per gelosia. Nulla hanno potuto gli avvocati difensori Piero Chiodo e Giuseppe Trivolo per alleggerire la posizione dell'imputato, che aveva chiesto e ottenuto di essere giudicato cn il rito abreviato, benefivciando così dello sconto di pena previsto dal rito alternativo e che adesso attenderà insieme ai legfali di conoscere le motivazioni della sentenza per valutare il ricorso in Corte d'Appello.
Cade, almeno al momento, dunque, la versione dell'imputato "che - aveva raccontato -, dopo aver tirato due schiaffi per errore alla donna, avrebbe anche tentato di fermarla mentre la stessa si precipitava verso la finestra. E nessun coltello avrebbe brandito tra le mani, come invece aveva riferito la moglie nel momento di essere soccorsa nell'immediatezza da alcuni vicini di casa e subito dopo dai sanitari del 118, che l'avevano trasferita all'ospedale "Pugliese" a bordo dell'elisoccorso. Racconto finito al vaglio della Procura, che ha subito indicato l'uomo come ossessionato dalla gelosia verso la moglie che, anche in presenza della figlia, avrebbe maltrattato violentemente, "controllandone i movimenti, installando delle telecamere in casa con cui spiarla, percuotendola con pugni alla testa e sul volto, tirandole i capelli", fino all'episodio dello scorso 28 marzo quando le avrebbe infilato "la mano nella vagina accusandola di aver nascosto una sim card nelle sue parti intime, minacciandola gravemente con un coltello da cucina ed inseguendola, tanto che la stessa per sfuggirgli si lanciava dal balcone della sua abitazione".
Tutto falso, aveva urlato l'imputato, ammettendo solo di averla spiata per la gelosia nutrita verso un altro uomo con il quale la moglie si sarebbe incontrata approfittando della lontananza del marito impegnato al nord per lavoro e da dove sarebbe rientrato quella tragica mattina proprio per un chiarimento purtroppo finito male. Da lì i soccorsi e l'arrivo dei carainieri nell'androne del palazzo ancora sporco del sangue della donna, che ora ha finalmente trovato pace.
Decisivo il accondo di un testimone, vicino di casa, che ha così ricostruito quei tragici momenti: "Correvo su per le scale e nell'appartamento notavo che F. stava picchiando violentemente S. Il tutto stava accadendo nella cucina dell'appartamento, nello specifico F. le tirava pugni fortissimi sulla testa, le tirava i capelli e ad un certo punto ho visto che le aveva infilato la mano nella vagina. All'interno della cucina, sul pavimento c'era una pozza di sangue, probabilmente uscito dalla vagina e dai colpi inferti sul capo. Specifico che S. era parzialmente nuda, aveva solamente una maglietta a maniche corte. Vista la situazione cercavo di separare ed allontanare F. da S.. Ho avuto grandissime difficolta nel trattenerlo. Infatti sono riuscito a placare la sua ira solamente per una decina di minuti nei quali lui era totalmente fuori di senno. Non riuscivo a mantenerlo fermo. Data la situazione, non avendo più forze in corpo per contrastarlo scendevo in macchina per prendere il mio telefono e contattare il 112. Mentre ero in chiamata, notavo come dal balcone dell'abitazione, la sig.ra S, come per scappare dalla furia del marito, si lanciava dal balcone. Nell'occasione notavo distintamente che lui era fermo sull'uscio del balcone e la moglie si lanciava da sola. Successivamente F. scendeva dall'abitazione e vedendo la moglie giacere a terra proferiva tali parole: "Cosa ho fatto? L'ho ammazzata!" e si allontana dicendo: "Mi vado ad ammazzare". Lo seguivo per scongiurare quanto aveva minacciato, ma dopo circa 100 metri di strada percorsa tornavo da S. per prestarle le mie attenzioni in attesa dei medici del 118. Dopo circa 10 minuti arrivavano i Carabinieri".
Il resto nella sentenza che sarà depositata entro 60 giorni.
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